Viaggio fra i palmenti del Salento

Una terra come il Salento, coltivata a vitigni sin dall’antichità, e che presenta anche tratti di territorio con roccia affiorante, non poteva non diventare terra di palmenti.

Il palmento è una vasca ampia ma non troppo profonda, che era utilizzata per la fermentazione del mosto. Fra le attività economiche più importanti, infatti, di tutta la Terra d’Otranto, ci era la lavorazione dell’uva. E qui da noi restano tracce di palmenti sin da epoca bizantina, scavati nella roccia e utilizzati per schiacciare l’uva.

Qui ne abbiamo un bellissimo esempio, in zona Carpignano Salentino.

Utilizzati in scala industriale tra l’età ellenistica e tutta quella romano imperiale, l’utilizzo si è protratto quasi fino ad epoca moderna. Sono presenti in tutta l’area del Mediterraneo, dalla Georgia al Portogallo, passando per Spagna, Italia e Francia. In Italia numerosi testimonianze si conservano prevalentemente al Sud. In un altro articolo vedemmo quelli particolarissimi lucani di Pietragalla, stavolta restiamo in zona. All’interno del libro “I palmenti di Ferruzzano“, il prof. Orlando Sculli  (rinomato palmentologo) da’ una ampia descrizione di questi “altari del vino”, descrivendone il forte utilizzo durante il periodo ellenico, bizantino e moderno: il vino prodotto infatti era esportato in tutta l’area del Mediterraneo ma successivamente all’espansione araba, il commercio fu interrotto brutalmente; sul finire dell’Ottocento, prima della guerra commerciale inaugurata con la Francia, il vino ricavato dall’utilizzo dei palmenti (caratterizzato da una alta gradazione) era acquistato per tagliare il vino francese. Ecco perché era un’attività irrinunciabile.

Qui sopra siamo non lontani dal villaggio rupestre di Macurano, dove un palmento si nasconde fra la vegetazione infestante.

Appena fuori Collepasso c’è questo grande palmento costruito in elevato, talmente grande da far supporre un utilizzo comune agli abitanti del vicinato.

Reca la data 1749…

…e all’esterno conserva ancora le “caviglie” dove i lavoratori legavano asini e cavalli coi quali giungevano qui a lavorare.

Un altro esempio, sempre molto grande, l’ho incontrato in agro di Ugento, nei pressi dell’altico casale di Pompignano…

…era voltato con una maestosa copertura a botte.

In zona ne ho scoperto uno anch’io. Era completamente ricoperto dai rovi…

…si trova proprio alle spalle dell’antica chiesa di Pompignano, su un terreno roccioso dove si trovano anche alcune tombe medievali.

Forse il più “bello” l’ha ritrovato il mio amico Stefano Margiotta, appena fuori Lecce, sulla strada che porta a Lizzanello: incastonato su un paesaggio roccioso affascinatissimo!

Dalla foto qui sopra si vede bene il foro che rendeva comunicanti le due vasche addossate. Tutto era ricavato con perizia dallo scavo e la lavorazione del banco roccioso affiorante.

Questo è un palmento segnalatomi dell’amica Mimì Magurano, si trova in agro di Bagnolo del Salento…

…proprio adiacente ad una vecchia masseria ormai in fase di crollo…

…che sta a testimoniare la presenza sul posto dei contadini e lavoratori, per questa importante produzione.

Qui siamo di nuovo nell’immediato circondario leccese, alle porte della città nel rione Castromediano…

…mi ci accompagnò l’amico Vincenzo Mazzeo, e è un altro magnifico esemplare di palmento quasi intatto…

…conserva anche il gradino dove il lavoratore poggiava i piedi, mentre al centro si nota anche qui il foro delle due vasche comunicanti.

Tutta l’area presenta una vasta superficie di roccia affiorante…

…possiamo bene immaginare come fosse ripulita, secoli fa, e ospitasse contadini operosi al lavoro, magari anche nelle pause allietate da povero cibo e qualche canto popolare. Un piccolo mondo antico sui pilastri della madre terra, la solida roccia salentina che tanto diede da fare ai nostri antenati.

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Viaggio fra i palmenti del Salento

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