Nelle campagne fra Taviano e Punta della Suina, nella baia di Gallipoli, resistono ancora i ruderi di masseria Monittola.
Prende il nome da una famosa famiglia di Gallipoli, che ne fu proprietaria. Sorse nel XVI secolo, nel secolo d’oro dell’agricoltura che fu per il Salento il Cinquecento. In questa tipica masseria-torre (anche se qui il secondo piano è crollato) viveva una comunità autosufficiente, che viveva della terra, degli animali, che qui avevano una stalla. E fra gli altri ambienti di servizio vediamo un forno, rimasto ancora in ottime condizioni. Poi ci sono cisterne per il rifornimento d’acqua, e camini per il riscaldamento. Qualche decennio dopo la nascita della masseria fu costruita anche una chiesa. Grazie allo studioso Stefano Cortese ho appreso che fosse dedicata a Santo Stefano. Nonostante l’abbandono, e la distruzione dell’altare, al suo interno sopravvivono ancora degli affreschi di pregevolissima fattura. Possiamo notare San Nicola, San Giovanni Battista, San Francesco d’Assisi, San Giovanni Evangelista e la Madonna del Rosario. Oltre ad alcune decorazioni che abbelliscono le pareti, ed uno stemma nobiliare che campeggia sulla volta a botte, al centro del soffitto, probabilmente dei Monittola. Dovrebbero risalire tutti al 1600. In uno degli ambienti di servizio di fronte alla chiesa c’è una stanza dove si trovano alcuni graffiti molto interessanti. L’archeologo Angelo Cossa vi ha ravvisato alcune navi, riprodotte in modo estremamente realistico, che ci mostrano come in una macchina del tempo le imbarcazioni tipiche del XVI secolo, le caracche. Gli alberi, la poppa, il timone, tutti i dettagli disegnati ci fanno capire che l’autore del graffito era sicuramente un marinaio, un uomo di mare, che si trovò qui certamente per lavori stagionali, come era uso in quel periodo, e volle lasciare queste sue memorie della sua vita. Alcuni studiosi credono che questi graffiti siano degli ex-voto, ossia un ringraziamento a Dio per una traversata tranquilla vissuta in mare. Perlustrando gli altri ambienti della masseria ho scoperto un’altra nave graffita che non era stata censita: si tratta di un disegno a carboncino. Purtroppo una parte dell’intonaco del muro dove è stato fatto, sta cadendo a pezzi, e la scena rappresentata su questa grande nave non si può apprezzare nella sua completezza. Si notano tre uomini issati sugli alberi in atteggiamento frenetico. Gran parte del disegno è perso, a primo impatto si potrebbe pensare ad un abbordaggio, ma forse è una semplice fase di navigazione, coi marinai che stanno lavorando sui pennoni. Questo carboncino mi ha ricordato un disegno simile, che si trova nella chiesa della Madonna dell’Alto, a Felline. Anche qui si nota la presenza di una nave, e questi omini, che sembrano armati: dovremmo trovarci sempre nel XVI secolo. Tutto rimanda nella memoria tempi di navi e di assalti, per il Salento, si era nel periodo delle incursioni turche e nella memoria della gente dovevano essere scene ormai consuete, pur nel terrore che i predoni portarono in queste terre. Oggi, la masseria giace diruta ai piedi delle piccole alture delle “montagne gallipoline”, come cantava una vecchia canzone della tradizione locale. I suoi muretti a secco cinquecenteschi resistono ancora. Come il canto di un piccolo mondo antico che non vuole disfarsi completamente del suo tempo ormai passato.
ALESSANDRO ROMANO (chi sono)
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