Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website La chiesa della Hagia Sophia di Soleto

La chiesa della Hagia Sophia di Soleto

Sapete qual è la città del Salento meno visitata dai turisti? In una recente statistica ho letto che si tratta niente di meno che di Soleto!

Antica città messapica, la cui cinta muraria era ancora visibile nel 1500 quando fu citata dal grande Galateo. Sede della grande Contea di Soleto, portata allo splendore dal cavaliere Raimondello del Balzo Orsini, terra di capitani di ventura, patria di menti sapienti e gigantesche, come Matteo Tafuri, la cui casa ancora ci mostra l’epigrafe che la adornava: umile sono e l’umiltà me basta, drago diventerò se alcun me tasta! Tutto un centro storico ricolmo di case a palazzi nobiliari cinquecenteschi, dove si leggevano i classici immortali della civiltà occidentale, dove si conoscevano i Miti Greci, e sui camini si scriveva “Senza danno alcuno io custodisco il dono di Prometeo”. Qui, dove si erge la stupenda guglia di Raimondello, che svetta col suo bestiario medievale ergendosi orgogliosa su tutto il territorio circostante. Qui, dove la fede portò i monaci, la loro arte e la sapienza, restando in intima unione col suo popolo, che perpetuava la sua connessione coi riti greci della capitale Costantinopoli. Ma basterebbe visitare la chiesetta della Agia Sofia e di Santo Stefano per capire l’importanza e la bellezza di questa città. Entrando in questo piccolo e autentico scrigno medievale d’Italia l’aura sacra ti avvolge, e tutto ti entra dentro. Non puoi sfuggire alla stessa sensazione, palpabile, che sentivano i fedeli che entravano qui dentro quasi settecento anni fa. E’ decorata con il ciclo tardo gotico più importante di Puglia, dopo quello di Galatina, caratterizzato da una pittura di orientamento neogiottesco che indugia su fisionomie intense e fortemente espressive. Chi entra qui viene travolto da questa serie di immagini, per cui ora ve le racconterò una per una, per fare un regalo ai naviganti del web. Cominciamo dall’osservare l’abside, che come era per le chiese bizantine era rivolta verso oriente. Qui si trovano gli affreschi più antichi, l’icona della Santa Sofia, il Cristo Sapienza, l’Agia Sofia orientale. La rappresentazione soletana della sapienza divina costituisce un unicum non solo nell’Italia meridionale ma più in generale nella pittura bizantina in assoluto. Il Cristo è rappresentato con un volto femminile, a personificare appunto la Sapienza. Sulla parte superiore dell’abside è rappresentata la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli intorno alla Vergine Maria, in preghiera davanti alle mura di Gerusalemme. I cartigli che i Santi hanno in mano sia nella parte inferiore che nella parte superiore dell’affresco sono tutti in lingua greca. A destra c’è l’Annunciazione, e più sotto altri santi, e San Sebastiano. Nel paliotto troviamo cinque santi vescovi, forse armeni, e una santa con libro. A destra del Cristo Sapienza, c’è San Giovanni Crisostomo, a sinistra dovrebbe essere San Basilio il grande. Volti verso il centro dell’abside, quattro padri concelebranti tengono dispiegati i cartigli in cui sono presenti i testi liturgici. Lo affianca probabilmente Gregorio di Nazianzo, raffigurato spesso con lunga barba grigia. La Pentecoste è affrescata nella calotta dell’abside, e la colomba che rappresenta lo Spirito Santo irradia i suoi raggi luminosi sui dodici apostoli, che seduti nella città di Gerusalemme affiancano la madre di Dio. In alto, sul vertice della scena, si staglia maestoso l’Antico dei giorni, rappresentazione profetica dell’eternità di Dio. Notiamo poi l’ascensione e la visione dei profeti. Spostiamoci ora sulla controfacciata. Qui, in modo che i fedeli potessero vederlo mentre uscivano dalla chiesa, è rappresentato il Giudizio Universale, con la particolarità del demonio in stucco nero a sbalzo, ma nello schema iconografico tradizionale dell’arte bizantina. Al centro, in alto nel rosone, nel punto più luminoso della chiesa, vediamo Gesù Cristo con affianco la Vergine e san Giovanni Battista. Ai due lati i dodici apostoli con in mano i Vangeli. Due angeli, a destra e sinistra suonano la tromba, mentre l’Arcangelo Michele è rappresentato come un cavaliere medioevale armato. A sinistra dell’arcangelo sono raffigurati i dannati, mentre a destra il Paradiso, con San Pietro che regge le chiavi e tiene per mano il buon ladrone. Sotto il rosone è raffigurata la seconda venuta di Cristo, nota come Etimasia, un altare su cui è stesa una candida tovaglia, rifinita con una frangia di nappe tricolori. Sulla mensa sono posati la Croce e gli strumenti della Passione. Ai lati dell’Etimasia, Adamo ed Eva, ormai invecchiati, adorano la Croce e chiedono la redenzione, e proprio sulla due teste dei progenitori suonano due trombe, che annunciano il giudizio finale. I corpi dei defunti, secondo la profezia apocalittica di Giovanni, vengono restituiti dal Mare, raffigurato a destra nelle forme di una regina con scettro, globo e corona, nuda e a cavalcioni su un grande pesce, mentre un altro pesce sputa la testa di un annegato, e a sinistra, dalla Terra che ha le sembianze di un’altra regina, vestita di bianco cavalcante un leone. Gli orribili animali del seguito restituiscono brandelli di uomini morti. L’Arcangelo Michele è il giudice, e con sguardo severo pesa le anime per conto di Dio. Tra i chiamati dall’Onnipotente in Paradiso c’è il gruppo sulla sinistra, mentre sulla destra c’è la strada per l’inferno. Accanto all’Arcangelo Michele c’è un gruppo di dodici eletti, fra cui si potrebbe identificare il Papa dell’epoca, Martino V (siamo nel primo ventennio del 1400), poi uno dei committenti degli affreschi, il cavaliere Giovanni Antonio Orsini del Balzo, e il prete italogreco Giorgio de Tullie, il rettore della chiesa e ideatore di tutto il programma pittorico. L’Orsini era il figlio di Raimondello e Maria d’Enghien, che vollero la chiesa e iniziarono la decorazione dei primi affreschi. Dall’altro lato dell’Arcangelo troviamo l’inferno, e i primi rappresentati sono i dormiglioni della domenica, ossia quelli che restano a letto senza andare a messa. Poi vediamo un serafino armato di bidente che ricaccia all’inferno gli eresiarchi: le iscrizioni greche ne identificano tre, ossia Ario, condannato due volte nel concilio di Nicea, Nestorio, punito ed esiliato nel concilio di Efeso, e Sabellio, teologo di origine africana. Poi notiamo intere categorie condannate, e apre la carrellata il sellaio, anche qui aiutano le iscrizioni. Segue il taverniere con la brocca di vino in mano, l’avaro e l’usuraio, il macellaio mentre mostra la sua bilancia falsata, e lo affianca il cacciatore. All’estremità c’è un peccatore con un libro, che potrebbe essere il giudice corrotto, e con esso si possono riconoscere il ricco epulone, che tormentato dal fuoco si indica la bocca col dito per avere acqua, ma non ricorda che il Signore aveva avuto fame e sete e non ebbe nulla. Nel Giudizio Universale di Soleto si applica per la prima volta la legge del contrappasso. Poi, un orribile demone macrofallico spinge con mani e piedi tra le fiamme il sarto: si tratta di mestieri che la regina di Napoli Maria d’Enghien aveva diffidato più volte, minacciando pene severe, di non truffare i clienti. Sconta la stessa pena il “mastro d’ascia”, come si legge nell’iscrizione. Lo affianca lo zappatore, perché i contadini in più occasioni ingannavano i proprietari terrieri rubando i prodotti della campagna o spostando i confini dei terreni. Lucifero, sconfitto dall’Arcangelo e gettato nello stagno di fuoco e zolfo, tiene in braccio un bambino, che rappresenta l’anticristo. L’imperador del doloroso regno, come diceva Dante, è stato reso in forma plastica dal frescante, con una pastiglia di gesso a rilievo, poi dipinta di nero. Ne venne fuori una figura di grandi dimensioni che doveva incutere timore ai fedeli. In basso, da sinistra, vediamo affrescati Sant’Onofrio, l’eremita, San Giorgio, il cavaliere che lotta col drago, e poi San Gioacchino, e Sant’Anna con in braccio Maria bambina. Sulle pareti laterali sono raccontate, in stile medioevale e con abiti quattrocenteschi, le vicende di Santo Stefano e della vita di Gesù, divise in ventidue riquadri e tre registri longitudinali. Cominciamo dalla parete sinistra, dove troviamo il ciclo della vita di Gesù. I Re Magi sono in cammino verso la grotta. Poi vediamo Giuseppe che porta in salvo Maria e il Bambino in Egitto, per sfuggire alla terribile scena successiva, ossia la strage degli innocenti, i bambini fra cui Erode stava cercando Gesù. Segue l’episodio del Miracolo della Montagna, tipico dell’iconografia orientale, molto raro in occidente. Narra di Elisabetta che per salvare il figlio Giovanni dalla strage dei bambini, lo prese e salì sulla montagna, guardandosi attorno dove nasconderlo. In fuga dai soldati, implorò ad alta voce: “O monte di Dio, accogli una madre col suo figliolo”, e miracolosamente il monte si aprì in una cavità e l’accolse. Questo episodio ci è giunto soltanto dall’apocrifo protovangelo di Giacomo. Poi, segue la scena del battesimo dei neofiti nel Giordano. Il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Battista. Poi troviamo la tentazione nel deserto, con un diavolo travestito da frate francescano, di cui si notano le zampe artigliate, che dice al Cristo di tramutare quelle pietre in pane. La scena esortava i fedeli soletani, ed anche il clero, a non cadere in tentazione. Poi vediamo la guarigione del cieco nato. Segue la guarigione del muto indemoniato, che aderisce fedelmente al testo dell’evangelista Matteo. La resurrezione di Lazzaro: guardate i personaggi che avvertono il fetore di un uomo che era già morto, e si tappano il naso. L’ingresso a Gerusalemme: da notare che solo i bambini accolgono Gesù, ed uno di essi stende a terra un mantello. Poi, l’Ultima Cena, purtroppo rovinata, come la successiva scena della Trasfigurazione. Segue il bacio di Giuda, dove si nota che Gesù si disinteressa di Giuda, perché sta dicendo a Pietro di non tagliare l’orecchio a Malco, il servo di Caifa. Poi segue il giudizio di Pilato. La Flagellazione. Il trasporto della Croce, dove si notano i torturatori che tirano i capelli a Gesù per farlo rialzare velocemente. Segue Gesù inchiodato alla Croce. E poi il Cristo sul Golgota, una scena molto rovinata ormai, come pure le successive, che rappresentavano la Deposizione dalla Croce, la Deposizione nel Sepolcro e la Resurrezione, ormai scomparsa. In basso, a figura quasi intera, troviamo una serie di santi: Tecla, Maria Maddalena, Caterina d’Alessandria, Simone e l’Arcangelo Michele. Poi, altri affreschi rovinati dal tempo, Santa Lucia e Santa Margherita. Dall’altro lato della chiesa comincia il ciclo della vita di Santo Stefano: vediamo Antioco e Perpetua che implorano l’Antico dei giorni perché conceda loro la grazia di avere un figlio. Poi, dopo aver concepito, festeggiano in modo memorabile l’evento con un pranzo offerto a due poveri ed un pellegrino. Poi, un angelo annuncia a Perpetua il nome da dare al figlio. Poi, lei allatta il figlio (in tutte queste scene è caratteristico sbirciare negli arredi e suppellettili del quattrocento salentino). L’arrivo in nave di Santo Stefano in Galilea, come gli era stato chiesto dall’angelo. L’angelo appare al padre di Stefano, morente nel letto. In oriente, accanto alla porta di una città asiatica, Stefano incontra un principe che aveva difeso la città da forze demoniache, ed era morto, e lui chiede a Dio di riportarlo in vita. Poi il miracolo avviene, e persino il cavallo sembra nitrire di gioia. Poi vediamo il battesimo del principe mentre i suoi soldati avanzano verso il nemico, e anche i cavalli partecipano emotivamente alla scena. Poi Stefano pronuncia il discorso davanti a Caifa e al sinedrio. Vediamo che Caifa porta Stefano fuori dal tempio e ordina che venga bastonato. Poi, Saulo, il futuro San Paolo, bastona Santo Stefano. Segue l’inusuale scena della crocifissione di Stefano, un martirio che non accadrà così, ma che qui viene modellato sulla Passione di Gesù. Segue l’altrettanto inusuale scena della tortura di Stefano con il piombo, la pece e i ferri acuminati. Segue la scena della lapidazione, Stefano muore colpito dalle pietre, e sulla destra vediamo l’anima del santo che sale verso il cielo. In basso, C’è un’altra incantevole rappresentazione della Agia Sofia, forse il dipinto con la carica emotiva più potente di tutta la chiesa. Poi vediamo la Madonna col Bambino. Santo Stefano. La Crocifissione di Gesù. San Giovanni Battista. Sant’Antonio abate, col suo immancabile maialino ai suoi piedi. E chiude San Nicola di Myra. E’ un viaggio appassionante scorrere queste immagini con gli occhi di un viandante moderno. Lo consiglio a tutti. Anche, una volta qui dentro, di provare a guardare con l’animo ricolmo di speranza per il futuro, che certamente infinite genti e pellegrini avranno lasciato qui, entrando, uscendo, andando per il mondo. Il mondo passa ancora da qui, basta solo saperlo.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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