Patù, viaggio in un piccolo borgo fascinoso

Patù, piccolo borgo nell’estremità meridionale del Salento. Un viaggio fascinoso in un paese, un contesto paesaggistico, una collina, un mare, un insieme che da ogni angolo trasuda storia, da ogni pietra esala un profumo antico ancora vivido e vitale.

Questo territorio è stato abitato sin dalla notte dei tempi. Qui sorse la fondamentale città messapica di Vereto, un abitato che ha avuto vita sino alla distruzione operata dai Saraceni nel IX secolo d.C.

Questo attacco, portato con lo scopo forse di porre le basi sul capo di Leuca per una conquista più estesa della penisola salentina, portò la risposta dell’imponente esercito mandato dal re di Francia Carlo il Calvo nell’anno 877. L’attuale borgo di Patù nacque dopo questa distruzione: i superstiti abbandonarono la collina di Vereto e fondarono la nuova città.

Una visita a Patù lascerà nei vostri occhi queste immagini di un piccolo mondo antico, dove il tempo sembra essersi fermato. Così, sullo sfondo della collina di Vereto, negli orti intorno al paese, si scorgono caratteristici pollai a cono…

…aie dove un tempo si lavorava il grano…

…ed in ogni muretto a secco, se si nota bene, si vedranno i grossi blocchi che vengono dalla città messapica, riutilizzati nei secoli…

La pietra domina ovunque ogni aspetto della città, dalle vere dei pozzi…

…alle fosse granarie nella piazza cittadina.

La Torre del Fortino è l’ultimo dei quattro torrioni angolari del castello quattrocentesco di Patù andato totalmente distrutto.

E’ la testimonianza del periodo medievale del borgo. A Patù, durante il periodo feudale, si avvicendarono varie famiglie: a partire dal 1318, i Sambiasi, poi i Capece e i De Electis.

La “Centopietre” è il monumento più famoso di Patù. Databile al IX secolo, la tradizione lo ritiene edificato come mausoleo sepolcrale del cavaliere Geminiano, trucidato come messaggero di pace dai saraceni appena prima della battaglia del 24 giugno 877. La struttura è composta da cento blocchi di roccia calcarea provenienti da Vereto. L’interno presenta vari strati di affreschi, quelli oggi visibili risalenti al XIV secolo. Merita un approfondimento, vi rimando ad un altro articolo.

Qui siamo davanti alla chiesa di San Giovanni Battista. Si pensa che venne costruita proprio dopo quella famosa battaglia dell’877, che infatti si tenne nel giorno della festa del Santo. La prof. Falla Castelfranchi la ritiene più antica della Centopietre, per via di alcune caratteristiche architettoniche, come la finestra a bifora in facciata…

…e la grande abside che si nota posteriormente.

L’interno è monumentale…

…e conserva anche un’iscrizione d’epoca Romana.

L’affresco di San Giovanni Battista è quello più antico rimasto…

…gli altri sono assai rimaneggiati: qui sopra si intuisce una scena della Passione di Cristo…

…poi altri santi.

Da notare i grandi blocchi coi quali è stata costruita: anche questi provengono da Vereto.

Sulla facciata c’è un’iscrizione consumata dai secoli, non più leggibile per intero.

Sulla collina di Vereto c’è un’altra chiesa, che conserva affreschi molto importanti, e che merita un approfondimento.

Mentre per la storia del sito messapico è l’importante Museo archeologico cittadino, vi rimando a questo link.

La chiesa madre di San Michele Arcangelo risale al 1564.

Sul portale d’ingresso è riportata la discussa iscrizione “Terribilis est locus iste”, da qualcuno considerata di origine esoterica.

L’interno è a navata unica con altare maggiore e quattro altari laterali dedicati a San Michele Arcangelo, San Francesco d’Assisi, Madonna del Rosario e Madonna del Carmine. Alla destra dell’altare maggiore è posta una statua lignea di san Michele. L’organo a canne risale ai primi del Settecento.

Antichissima è la cripta di Sant’Elia, che conserva ancora tracce di affreschi (visita qui).

Il centro storico conserva anche una caratteristica edicola ricavata da un unico blocco di pietra monolitico (un tempo affrescato): una tradizione abbastanza diffusa in Salento.

Anche a Patù ci sono le tracce della grande tradizione salentina della produzione dell’olio in frantoi ipogei, che vide già dalla fine del Quattrocento la grande opera di scavo nel banco roccioso di questi monumenti al lavoro di questa terra.

Qui, uomini e animali vivevano assieme per diversi mesi all’anno, alla luce delle candele…

…depositando l’olio in queste grandi vasche monolitiche.

Qui resta traccia anche di un frantoio più “moderno”, costruito più recentemente, a riprova del fatto che per secoli l’economia di questa zona era sostenuta dall’olio.

Visitare questi ambienti, respirare la loro aria rarefatta e umida, riempie di fascino come la discesa in una macchina del tempo.

Scorci di palazzi ottocenteschi…

…e scritte sopravvissute.

Patù conserva le spoglie di un suo concittadino illustre, anche se da alcuni poco valutato…

…Liborio Romano, che tanto fece per far cadere i Borbone, a Napoli, e far entrare Garibaldi in città senza far sparare.

Questa era la sua casa, ma morì in povertà. Anche se fu eletto nel nuovo governo dell’Italia appena costituita, il suo impegno per portare nel parlamento di Torino la “questione meridionale” non portò buoni frutti. Si dimise, “per sua incapacità”, scrisse nelle sue memorie, tornando a vivere in questo lontano paesello.

Oggi un busto lo ricorda nella piazza cittadina, fatto erigere da un’associazione culturale guidata da Giovanni Spano che esegue ricerche per approfondire la vita e le opere di Liborio.

Qui, scendiamo alla marina di San Gregorio…

…utilizzando la scalinata coi blocchi monolitici costruita dai Messapi per arrivare sino al porto, che qui era molto importante. Come dimostra anche la Grotta Tarantini, non visibile perché immersa nella vegetazione, al cui interno si trovano graffiti vari navigli, a testimonianza del grande traffico marittimo e commerciale che da qui transitava nei secoli.

Qui sopravvive un’antica casa di pescatori…

…oggi, il mare vede sopratutto turisti! Qui sopra in località Felloniche. Una capatina turistica, qui, la consiglio veramente a tutti!

 

(notizie tratte da wikipedia)

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Viaggio a Patù

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