Bozzetti di viaggio dal Salento dimenticato

Lasciare la via asfaltata per tornare sulle vecchie strade è il sorriso ricorrente dei miei momenti liberi, quando, stile Cosimo De Giorgi, armato dei suoi famosi ed enormi scarponi con cui ha esplorato gran parte del Salento, metto insieme i miei personalissimi “bozzetti di viaggio” (citando un’opera del grande studioso ottocentesco) attraverso quello che resta del passato della mia terra.

Attraverso luoghi letteralmente dimenticati dai miei conterranei, ignorati dalla gran quantità di turisti che qui si riversano ormai in tutte le stagioni. Ma ognuno cerca quel che l’anima sussurra, ed io al suo richiamo non riesco a sfuggire. Così, rieccomi fra le campagne, seguendo il canto della mia personale sirena…

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Qui sono lungo il tracciato che da Lecce portava verso Acaya, e quindi poi verso Otranto, in una zona cruciale per i collegamenti nel territorio. Oggi si trova in agro di Lizzanello, a due passi dalla sua frazione Merine: masseria De Girolamo…

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…colpisce al cuore, per il suo stato di abbandono…

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L’ingresso ad arco, che si inabissa nel sottosuolo, prelude ad un frantoio ipogeo…

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…l’odore di umido risale, attraverso l’apertura e la vegetazione infestante… facendomi largo fra i rovi, con un occhio verso l’alto, per timore di conci traballanti, discendo nel regno dell’antico nachiro di questo insediamento…

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…una macina è ancora intatta, riversa di traverso a terra…

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…accanto ad un muro tempestato di segni e graffiti, giace una grande vasca monolitica, che un tempo ospitava un carico di olio… ormai è frantumata, definitivamente…

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…in un altro vano, si apre la piccola stalla per gli animali che qui vivevano coi loro uomini…

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L’arco che sovrasta la struttura masserizia è imponente…

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…mi incuriosiscono le feritoie, che si aprono sopra esso…

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…si susseguono ad intervalli regolari…

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…mi decido a rischiare di salire… nonostante i gradini letteralmente consumati dai secoli…

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…in cima, si apre sulla destra l’accesso ad un terrazzo, sopra cui cresce di tutto, anche un albero. E poi un foro, che forse fungeva da latrina?…

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Da qui si accede al corridoio che attraversa l’arco… sembra una postazione di guardia…

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…sulle pareti delle tacche, che qualcuno incise, per tenere qualche conto…

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…le feritoie probabilmente ospitavano la canna di un fucile. Controllano i due lati della masseria.

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Questo è il settore più vecchio…

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…rinforzato da pilastri laterali, che sostenevano pareti coperte da un tetto in legno.

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Accanto a quello che sembra l’ingresso principale, sono graffiti una croce ed una mano. Mani e piedi graffiti pare siano simboli che lasciavano sempre i pellegrini viandanti…

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…che sotto questa grande volta, per nulla intimorita dall’abbandono e dalle infiltrazioni di acqua, li accoglieva ospitale per la loro sosta.

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Alle spalle c’era l’aia, dove lavoravano il grano alacremente, ma immaginiamo anche festosi, i contadini della masseria. Oggi resta solo il suo perimetro… tutte le sue lastre sono state asportate, purtroppo…

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Osservando i muri, si nota l’utilizzo del bolo, un semplice impasto con terra rossa che teneva insieme le pietre: una tecnica cinquecentesca.

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Lasciando la masseria, percorro la sua vecchia strada, il cui lastricato ancora si vede, e lascia intuire l’importanza e la frequentazione che ebbe questo luogo.

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Non molto lontano, sono ora presso Masseria dell’Alto, sempre fra Lecce e Acaya…

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…fu un grandissimo insediamento agricolo. Qui sopra spicca la sua torre colombaia, una struttura cui non rinunciavano i grandi feudatari, che traevano dall’allevamento dei colombi diversi vantaggi: utilizzavano le uova, la loro carne, ritenuta di grande valore nutrizionale. Si raccoglievano persino i loro escrementi, dal fondo della torre, impiegati come concime in agricoltura, specialmente per i vigneti.

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La chiesetta sospira ormai diruta e abbandonata…

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…un tempo era il punto di riferimento di tutta la comunità che nei dintorni viveva e lavorava…

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…pochi affreschi rimangono, nella lotta contro la cancellazione della memoria…

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Anche lo stemma della famiglia nobiliare che la eresse, è corroso dagli agenti atmosferici…

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…sotto, l’architrave dell’accesso, su cui spicca ancora la trave in legno originale, si legge un’iscrizione: “mura del borgo di Acaya”.

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Mentre rimuginavo sul toponimo della località, mi rendo conto in effetti che in questo punto, siamo più in “alto”… anche se le alture salentine fanno il solletico anche solo ad una collina vera!

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Qui, mi trovo ai margini della tangenziale di Lecce, all’altezza delle uscite per Lizzanello e Castromediano. parcheggiata l’auto in una piazzola di sosta, seguo una via carraia molto interessante…

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…purtroppo si nasconde sotto la vegetazione, che copre quasi del tutto il paesaggio originario, ormai.

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Sulla sinistra, la zona è stata utilizzata come cava.

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Adiacente, la carraia continua…

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…anche se in alcuni tratta è letteralmente coperta dalla vegetazione, e per seguirla mi arrampico sul muretto che costeggia la cava…

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I solchi sono molto profondi, si capisce subito che era un’arteria molto frequentata…

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Lungo la via, c’è questo cumulo circolare di pietre a secco… ho già visto qualcosa del genere… posta presso una carrareccia…

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…esattamente presso Masseria Rauccio (qui sopra)…

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…che significa? Qualcuno mi disse che si tratta di un espediente per raccogliere acqua dall’umidità notturna… ma personalmente non mi sono ancora fatto un’idea precisa…

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Quando mi chiedo dove mai porta questa strada… ecco forse la risposta… una masseria. Però, almeno questa, non abbandonata.

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Mentre mi appresto a fotografarla da lontano, noto tutta una serie di grandi coppelle scavate sul banco roccioso affiorante…

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Di fronte all’arco di ingresso, una chiesetta…

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…sul cui accesso, mi sembra di riconoscere la statua della Madonna con Bambino.

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Torno indietro, lungo questa strada deserta… verso la trafficata tangenziale!

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Un balzo di parecchi chilometri, e qui siamo in agro di Santa Cesarea Terme, sulla strada che porta a Cerfignano…

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…un’altra antica masseria abbandonata…

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Il pavimento è stato depredato delle sue chianche…

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…gli ambienti sono semplici e funzionali… un camino, una finestra, uno stipo ricavato nel muro…

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…all’interno del cortile, una caditoia difendeva l’accesso alla torre…

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…fra la vegetazione, ancora non coperta si nota una cisterna, la cui volta inizia a cedere…

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…molto cautamente mi avvicino per poterla vedere… ed ecco la riserva dell’oro liquido di questa gente… l’acqua piovana, convogliata dagli edifici qui dentro…

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…le sue dimensioni sono veramente enormi!

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Oltre le vecchie mura di questa masseria, ancora si coltiva il grano, pure oggi!

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Fra Vernole e Acquarica, a metà strada c’è il cimitero, e con esso la chiesa di Maria Santissima dell’Incoronata…

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…la cui dedica si legge sul cartiglio posto in alto, dove si legge la data della fine della costruzione: 1698.

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Tutte le mura esterne sono interamente graffite!

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Mani, nomi, croci, intere iscrizioni, quasi tutte ormai illeggibili, si susseguono per tutto il perimetro…

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…fra i disegni, anche personaggi difficili da decifrare…

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…questa qui sopra, sarà la mia fissa costante, mi pare una sirena a due code!

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La chiesa ha una cripta, ancora oggi custodita e ben tenuta… a cui si accede posteriormente…

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…mentre la chiesa, purtroppo, è completamente abbandonata, come mi racconta un paesano che mi accompagna, dicendomi come una volta, in tempi anche abbastanza recenti, qui dentro si preparavano i morti alla sepoltura.

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Doveva essere un autentico scrigno barocco!…

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Ricchissima di statue e fregi, e decorazioni…

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…purtroppo è stata anche spogliata, delle tele destinate originariamente agli altari, e di chissà quanto altro!

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Imponente la grande copertura a volta…

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…ma anche la copertura, questa più piccola, della sagrestia posta lateralmente: senza un obbiettivo grandangolare non si riesce e catturarla tutta. Lascio anche questo luogo, pago col cuore, ed insieme disperato con l’anima, per l’irriconoscenza di questa terra al suo semplice passato di lavoro e fatica.

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Bozzetti di viaggio dal Salento dimenticato

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