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Capri, un viaggio

Capri, e tutta la sua isola, è una Storia che affonda le radici già in epoca preistorica.

Le prime scoperte si ebbero infatti più di duemila anni fa, quando, in epoca romana, dagli scavi per la costruzione delle prime fabbriche imperiali vennero alla luce resti di animali scomparsi decine di migliaia di anni prima e tracce di vita di uomini primitivi dell’età della pietra. Tutto ciò è stato documentato dallo storico latino Svetonio, che descrive l’interesse mostrato dall’imperatore Augusto nel custodire resti di vita primordiale ritrovati a Capri nella sua casa, adibita quasi a primo museo della storia della paleontologia e paletnologia. Prima dei Romani arrivarono i Greci, coi loro viaggi di colonizzazione in tutto il Mediterraneo. Questo fece scaturire storie legate ai Miti, come le sirene, e i culti documentati in tutto il golfo di Napoli, religiosamente legato a Cuma e fedele al culto di Apollo. Lo stesso mito di Ulisse rivive lungo queste coste. L’opera omerica non sembra pura invenzione poetica, dal momento che pare essere confermata anche dalla toponomastica. E anche la successiva tradizione letteraria colloca la maggior parte delle avventure dell’Odissea in Sicilia e in questo versante della penisola italica. Il ruolo rivestito da Capri in epoca romana fu notevole. La svolta che segnò la storia dell’isola fu nel 29 a.C., quando Cesare Ottaviano, tornando dall’Oriente, sbarcò a Capri dove, secondo il racconto di Svetonio, una quercia vecchissima cominciò a dar segni di vita. Da quel momento in poi il futuro Augusto si innamorò di questo luogo, facendolo fiorire. Il suo successore, Tiberio, ereditò anche la predilezione per Capri, tanto che nell’ultima parte della sua vita decise di trasferirsi qui, abbandonando la dimora imperiale di Roma e legiferando dall’isola per 11 anni. Villa Jovis, i cui grandiosi resti si possono ammirare ancora oggi, fu la sua nuova casa. L’isola è sempre stata priva di sorgenti naturali di acqua potabile, per cui il primo problema fu l’approvvigionamento della preziosa risorsa. La Villa è dotata di due enormi cisterne per la raccolta di acqua piovana, ed in questa tecnica i Romani erano davvero eccelsi. La Torre del Faro era destinata a trasmettere e ricevere notizie dal faro del Capo Atheneo (nella penisola sorrentina) e da quello di Miseno, attraverso fumate e fuochi, permettendo un’ottimale comunicazione dell’isola con l’impero. Il poeta latino Stazio la cita nominandola “rivale della luna”, e questa mirabile definizione ci rende appieno l’idea del suo funzionamento, oltre alle prove archeologiche ricavate nello scavo del 1804, quando al suo interno si rilevarono abbondanti tracce di cenere. La struttura a semi cerchio era la sala di rappresentanza, dove Tiberio riceveva gli ospiti da tutto l’Impero. Il suo alloggio privato era invece adiacente alla zona dove oggi si vede la chiesa, sorta diversi secoli dopo l’abbandono della dimora. Sul lato meridionale della Villa era il suo accesso, strutturato in quattro colonne in marmo cipollino proveniente dalla Grecia, ed un pavimento a mosaico con tessere bianche e nere con decori geometrici. In alcune vedute ottocentesche si può ammirare l’apparato decorativo che un tempo era presente. Il lato ovest della dimora era dedicato alle varie attività legate alla cucina ed i magazzini, una macchina sempre operativa, in quanto Tiberio viveva qui con una folta compagnia di amici personali e funzionari statali, anche se aveva poi il suo alloggio personale, dove si dedicava in solitudine allo studio e alla meditazione. Ad inizio Novecento l’area dell’attuale biglietteria dell’area archeologica, era un ristorante, e l’ostessa, la bella Carmelina delle memorie capresi, intratteneva gli ospiti con tutta una serie di storie leggendarie legate all’imperatore Tiberio, che secondo qualcuno faceva precipitare i nemici dal dirupo accanto alla villa, noto come il Salto di Tiberio. Dopo la fine dell’Impero, la villa decadde e fu abbandonata. Riscoperta sotto il regno di Carlo III di Borbone è stata valorizzata dagli scavi di primo Novecento. Prima di giungere sin quassù, a diverse centinaia di metri di altezza, ho visitato la cittadina di Capri. La chiesa madre di Santo Stefano si trova nella piazza del borgo, è una costruzione cinquecentesca. Nei dintorni, altre piccole cappelle, come quella dell’Arcangelo Michele, sorta nel 1300 ed oggi restaurata. Fra i vicoli stretti del borgo si possono fare inaspettate scoperte, come vedere la dimora di tante personalità della Storia che qui hanno soggiornato, come ad esempio Lenin, il fondatore dello stato sovietico, che qui abitò nel 1910. Gli scorci dell’isola, da ogni dove si prendano, restano nel cuore a lungo. Spostandomi a piedi, perché qui non ci si muove con l’auto, raggiungo l’altra cittadina, Anacapri. Qui, mi sono innamorato della chiesa di San Michele Arcangelo, nota col nome di chiesa del Paradiso terrestre per via del pavimento maiolicato raffigurante l’omonima scena biblica presente al suo interno. Nel XVII secolo, Suor Serafina di Dio invocò l’arcangelo Michele affinché liberasse Vienna dall’assedio degli ottomani, che perdurava da due mesi: fu così che nel 1683 Giovanni III Sobieski, a capo della coalizione cristiana, riuscì nell’impresa di sconfiggere l’invincibile esercito turco. Per mantenere fede al voto fatto la suora iniziò la costruzione di sette monasteri di clausura, tutti che si ispiravano alle regole dettate da santa Teresa d’Ávila, in diversi punti della Campania, precisamente a Capri, ad Anacapri, a Vico Equense, a Fisciano, a Torre del Greco e due a Massa Lubrense. E in questa chiesa, una dei suoi sette ex voto, possiamo oggi ammirare il famoso pavimento maiolicato. Fra i tanti simboli in esso racchiusi, il pellicano che si squarcia il petto per i suoi piccoli, che rievoca l’amore del Cristo che dona il suo sangue nella Eucaristia. Le cappelle, comprese l’altare maggiore, sono sette a simboleggiare i sette doni dello Spirito Santo, e sono disposte tre su ogni lato, con una centrale, dalla forma absidale, e due agli angoli, dalla forma a conchiglia. Non lontano da qui, sorgono i ruderi del castello Barbarossa, così chiamato a causa del soprannome del tristemente corsaro turco, che lo espugnò nel 1535. La data di costruzione non è certa, ma risale forse alla fine dell’IX secolo. Fra le altre meraviglie dell’isola, la Grotta Azzurra, frequentata già dagli antichi Romani, che ne fecero un ninfeo marino, molto spesso ritratta anche da artisti ottocenteschi. I celebri faraglioni di Capri, anch’essi ispiratori dei viaggiatori del Grand Tour. La Casa Rossa , ubicata ai margini dell’antico centro storico di Anacapri, si erge dove un tempo esisteva un’antica torre difensiva di età aragonese. Qui, l’eccentrico colonnello americano John MacKowen vi costruì la propria residenza, maturando un fervente interesse per l’archeologia, che lo spinse a venire qui nel 1876. Da Villa Jovis si può ammirare tutto il golfo di Napoli, in uno scenario di sublime bellezza, che da millenni rapisce il cuore di tutti i naviganti che sbrcano qui, a Capri, nel cuore del Mediterraneo.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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