Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website La Madonna dell’Alto a Campi Salentina

La Madonna dell’Alto a Campi Salentina

Sulla Serra dell’Alto, in agro di Campi Salentina, sulla strada verso Squinzano, si trova la chiesa romanica della Madonna dell’Alto,

che recentemente ha subito una prima importante opera di restauro, che ha portato alla luce i resti degli affreschi sopravvissuti nell’abside. Così, è tornato alla luce il volto severo del Cristo Pantocratore, affiancato dalla Vergine Maria e San Giovanni Battista. Le dimensioni del Salvatore sovrastano quelle dei compagni, e la sua mano benedicente sembra quasi voler varcare l’angolo dell’arco dell’abside, per fuoriuscire e abbracciare i fedeli del tempo. L’opera di restauro andrà avanti in futuro, per permettere agli amanti della storia dell’arte, oltre che ai pellegrini, di rivivere questo luogo straordinario. Un luogo dove, qui, molto prima della chiesa cristiana c’era un insediamento d’epoca classica. E non è l’unico caso, come dimostrano le chiese altomedievali della Gallana (Oria) e di Crepacore (Torre Santa Susanna), sorte, non troppo lontano da qui, sopra un insediamento romano. Anche questa chiesa conserva, all’interno della struttura muraria, delle colonne d’epoca classica, che si possono osservare dall’esterno, sulla parete laterale del monumento. Ma la scoperta della iscrizione messapica con il nome di Afrodite, la dea greca dell’amore, avvenuta alla base di questa collina, lascia supporre un insediamento del IV secolo a.C. molto precedente ai Romani. Un calco dell’originale, conservato dal compianto prof. Alfredo Calabrese, lascia anche immaginare la probabile presenza di un tempio dedicato alla dea. Forse le colonne su cui è stato poi impostato il muro perimetrale della chiesa derivano proprio da questo tempio, posto allora in cima alla collina: forse, la montagna sacra degli indigeni di allora! Il boschetto di querce circostante nasconde anche qualcos’altro di molto raro da riscontrare: il fonte battesimale della primitiva colonia cristiana, scavato nella roccia, nell’epoca in cui si praticava il battesimo per immersione. E’ posto a poche decine di metri dalla chiesa: in origine, ci si battezzava, appunto, prima di entrare in chiesa. All’interno della chiesa si trova un lacerto di affresco che pare rappresentare proprio un’immagine assai cara alla chiesa primitiva, quella dell’Arcangelo Michele, nell’atto di trafiggere il mostro. A pochi metri di distanza, si trova la cosiddetta “Villa Palladiana”. Costruita all’inizio dell’Ottocento, oltre alla sua strana planimetria (tutti gli ambienti convergono intorno alla sala centrale voltata a cupola), sembra avere le mura molto più spesse del normale. L’interno è assai più piccolo dell’esterno. E poi, dietro di essa, il terreno scende all’improvviso giù, ripido, e non ci è sfuggita una piccola apertura, venuta ad aprirsi forse dopo un cedimento. Il varco è piccolo, tuttavia sbirciando dentro, l’ambiente pare aprirsi a dismisura. A primo impatto ho pensato ad un frantoio. Ma quella specie di base centrale è piccolissima, inoltre non ci sono aperture sul soffitto per gettare le olive, nessun altra nicchia o ambiente per il ricovero. Si vede ora l’ingresso originario, sulla destra. E a colpi di flash, nel buio pesto, anche la forma dell’ambiente: un triangolo, perfettamente scavato nella roccia! Questa collina racchiude in sé un fascino smisurato. E’ stata sempre abitata, sin dalla notte dei tempi, e respirare l’aria di questo bosco di querce ti riconnette al mondo degli antenati, che qui hanno amato, vissuto, lavorato.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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