Porto Cesareo fra mare e archeologia

Porto Cesareo… sulla melodia del canto ammaliante della sirena a due code, emblema araldico della Caesarea Communitas, scende il tramonto sul mare, mentre il carro infuocato del sole, trainato da quattro cavalli alati, scompare dietro le montagne della Calabria per raggiungere il giardino delle Esperidi. Ai confini del mondo, conosciuto dai Greci,

il dio della luce scende dalla quadriga e scioglie i cavalli per lasciarli pascolare tutta la notte in attesa di ritornare all’orizzonte. Risvegliato dal canto del gallo e preceduto dalla rosea aurora, che dischiude con il suo velo le porte al giorno, è pronto ad attraversare la volta celeste sul cocchio dorato, libratosi in volo dai pinnacoli dello splendido palazzo, che sorge ad oriente.

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Alla sua apparizione si illumina d’immenso il litorale merlato di Porto Cesareo, costellato, da Punta Prosciutto a nord a Torre dell’Inserraglio a sud, di distese sterminate di sabbia bianca finissima a corona di cordoni dunali punteggiati da una diversificata vegetazione igrofila e alofila racchiusa nell’abbraccio della penisola de La Strea a un tiro di schioppo dal bosco dell’Arneo, dove in lontananza sembra quasi risuonare l’eco del gorgoglio delle spunnulate di Torre Castiglione.

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In questo scenario mitico, quasi mai turbato dal soffio del dio del vento, Eolo, nelle acque verde smeraldo si creano arabeschi di luce, scomposta in scaglie iridescenti, che si riflettono su una schiera di isolotti ricchi di flora e di fauna, tra cui l’Isola della Malva e l’Isola dei Conigli, traboccante di pini d’Aleppo e acacie.

isola dei conigli 3

Durante la bassa marea questa scogliera a pelo d’acqua è facilmente raggiungibile a piedi, poiché il tratto di mare che la separa dalla riva presenta un fondale particolarmente basso, oppure, basta limitarsi a salire su una delle tante barche a noleggio ormeggiate nel porto turistico per ammirare un frammento di paradiso perduto.

isola dei conigli 2

A questo ecosistema, ricadente nel comprensorio dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo istituita nel 1997 al fine di tutelare uno straordinario patrimonio di biodiversità, fa da contraltare l’habitat dei fondali, tipici dei mari sub-tropicali, popolati da prateria sommersa di posidonia oceanica e da colonie di coralligeno, dove in un labirinto di guglie e grotte, che fungono da scenario a indimenticabili immersioni subacquee, nuotano spensierati pesci dai colori sgargianti e cangianti, molluschi, tartarughe e crostacei.

museo di biologia marina di porto cesareo 3

Per averne un pallido riflesso basta recarsi presso il Museo di Biologia Marina, dove è allestita una rara collezione malacologica, un erbario e rare specie ittiche, tra cui pesci abissali del Mediterraneo e tropicali del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.

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Sopra, riproduzione dello squalo balena avvistato in queste acque (Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo)

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Nel sublime spettacolo della natura incontaminata si ode il canto di seduzione primordiale della sirena ancorata alla nostalgia del passaggio di navi onorarie e lapidarie in prossimità di quello che in età antica, secondo Plinio il Vecchio, era denominato Sasinae Portus, il porto di Sasina.

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Tra gli spuntoni di roccia della penisola di Scalo di Furno la frequentazione antropica è attestata senza soluzione di continuità dalla prima età del Bronzo (XVII-XVI sec a.C.) sino alla colonizzazione greca (VIII sec. a.C.), ma ancor più interessanti si presentano le tracce relative ai livelli, compresi tra XVI e XIV sec a.C., pertinenti ad opere murarie relative ad un quartiere artigianale, finalizzato alla produzione e alla cottura di ceramica vascolare d’impasto, di cui numerosi frammenti, sparsi in prossimità di piccole fornaci, consentirebbero l’istituzione di confronti paralleli con il sito di Punta le Terrare nel brindisino. Documentata in questo arco cronologico la presenza di ceramica micenea segnalata anche nei livelli successivi, coincidenti con le fasi tardo-appenninica e sub-appenninica (XIII –XI sec. a.C.).

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Tra il VII e il VI sec. a.C. l’insediamento protocoloniale si dotò di un sacello vero e proprio, che, sulla base di un graffito inciso su di un vaso votivo del VI sec. a.C., era dedicato alla dea indigena Thana (assimilabile all’Artemis greca, divinità dei boschi selvatici, della caccia e della luna), venerata anche in ambito illirico ed etrusco. Secondo la leggenda la luna stessa, divinità astrale dei transiti, nella sua umana forma di indomita vergine guerriera, armata di arco d’argento e faretra, o in quella ferina di cerbiatto, a lei consacrato e immolato intorno ad are/focolari, investì Thana del titolo di signora della caccia, della flora e della fauna selvatica. Tra le costellazioni, assorbita nel mito, divenne la musa ispiratrice del culto lunare ancor più antico rispetto a quello solare.

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Sul promontorio del sito, il cui toponimo rimanderebbe alla presenza di una fornace, sono stati identificati depositi di un impianto di età repubblicana e imperiale, dove veniva effettuata la raccolta di murici, da cui si ricavava il color porpora per la colorazione dei tessuti non solo della Cesarea romana. Nel comprensorio de La Strea, ricco di sorgenti di acqua dolce, sulla base delle fonti letterarie sorse, invece, un villaggio medievale abitato da pescatori e da gente dedita alla lavorazione del sale. L’imperatore Federico II di Svevia cercò di potenziare quello che doveva essere l’insediamento di Cesarea Augusta come baluardo protettivo e come arsenale, ripopolandolo con coloni specializzati in attività portuali.

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Tra le lingue rocciose che si distendono sino all’incantevole laguna risulta particolarmente alta la presenza di ceramica medievale di XII e di XIII secolo mentre è più rara quella del XIV secolo. Nonostante lo sconvolgimento del contesto archeologico, causato da fenomeni di bradisismo o addirittura da un terremoto con conseguente onda dirompente che nei secoli scorsi si riversò sull’abitato, si intravedono ancora resti di edifici crollati violentemente, che nascondono una storia tutta da riscrivere. Dal 1400 al 1483 il porto di Cesarea fu inglobato tra i possedimenti dal Principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo, che, scortato dai suoi armigeri e accompagnato dalla sua corte, non disdegnò di trascorrere in riva al mare silenti momenti di pace lontano dal fragore della guerra. Nel 1483 Argerberto Del Balzo acquistò in blocco per undicimila ducati la marina insieme al feudo di Nardò. Nel 1500 i sovrani di Napoli, Ferdinando di Aragona e Isabella di Chiaromonte, allo scopo di ricompensare Bellisario Acquaviva di Aragona per i servigi offerti alla Corona durante la guerra d’Italia, decisero di concedergli la Contea di Nardò ed il feudo di Pescaria. Nel volgere di pochi lustri il feudo venne abbandonato al suo destino segnato dal terribile flagello delle incursioni piratesche.

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Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso

Il 17 marzo del 1824, Girolamo D’Acquaviva d’Aragona, duca di Atri e conte di Conversano, impegnato in speculazioni su altri fronti, vendette, per settecento ducati, al barone leccese Giovanni Della Ratta, il totale dei casamenti che possedeva in quel lembo di Salento. Dopo aver dilapidato in un baleno il cospicuo patrimonio di famiglia il figlio di Giovanni, Ruggiero, convocato in tribunale dai fratelli Libertini, fu costretto a mettere all’asta i casamenti e gli immobili ubicati sulla spiaggia di Cesarea. L’immensa fortuna del barone, costretto ad onorare i debiti contratti al tavolo da gioco, baciò i signori Giuseppe de Paolis e Vincenzo Berardini, che la riversarono al ricco neretino don Francesco Muci. Nel 1898 Mosè Muci si adoperò per la prima lottizzazione della penisola di Porto Cesareo, che recava in sé il germe del nucleo di una delle località balneari più ambite dai turisti e da quanti desiderano essere cullati dal suono dello sciabordare delle acque.

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Le onde del mare cambiano musica sul fondale che lambisce Torre Chianca, dove, a causa di una violenta tempesta, una nave, costretta a disfarsi del proprio carico per poter fare ritorno in patria, forse, naufragò.

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Di quel naufragio, datato grazie ad un anfora tripolitana al II-III sec. d.C., rimangono sette colonne di marmo cipollino dalle venature grigio-verdi destinate chissà a quale tempio o dimora patrizia.

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La sirena, interrompe il canto e si specchia nell’acqua all’ombra della maestosa torre di avvistamento, munita di caditoie, detta Cesarea o Capitana, perché da essa dipendevano le altre ricadenti nella comarca.

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Il presidio militare, innalzato tra il 1568 e il 1570, venne ricostruito nel 1622 a coronamento di quel sistema difensivo che annoverava anche Torre Lapillo con la sua struttura a base quadrata e una scalinata di accesso che un tempo terminava con un ponte levatoio.

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Un mucchio informe di pietre, invece, sopravvive a testimonianza di Torre Castiglione. Quel che rimaneva della struttura muraria, già irrimediabilmente compromessa a causa della malta impastata con l’acqua marina, venne rasa al suolo nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

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Dal borgo antico, esteso su una penisola circoscritta tra due riviere, la “Riviera di Levante” e la “Riviera di Ponente”, dopo aver costeggiato lo specchio di mare antistante il porticciolo, luogo privilegiato di attracco delle imbarcazioni dei pescatori, riprendiamo il cammino, rivolgendo le spalle al mare cristallino di Porto Cesareo, il cui toponimo, per alcuni versi, rimanderebbe anche a Santa Cesarea vergine, lì venerata nel solco di una suggestiva tradizione che affonda le radici in un lontano passato. Passato rievocato puntualmente ogni anno in occasione dei solenni festeggiamenti in onore della fanciulla, che riuscì a scampare alla violenza sessuale del padre, affidandosi al frastuono delle colombe legate ad una bacinella, e alla Madonna del Perpetuo Soccorso, patrona di una marina presa d’assalto ogni estate da turisti cosmopoliti in cerca di emozioni.

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Tra sacro e profano, sulla costa ionica salentina, si spalancano le porte non solo di un rinomato polo turistico, ma anche di un luogo adatto a rinfrancare lo spirito, dove il naufragare è dolce nelle splendide acque del mare. Un mare ricco di storia e di storie come quella intimamente connessa alla statua di basalto del dio egiziano Toth, proveniente da Hermopolis e riferibile al periodo Saitico della XXX dinastia del VI sec. a.C., rimasta impigliata nelle reti di alcuni pescatori nel 1934 in prossimità dello scoglio della Malva.

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Quasi sicuramente il simulacro del dio della scienza, raffigurato nelle sembianze di babbuino, doveva far parte del carico di una nave oneraria romana, che rischiò il naufragio lungo le coste dell’antico porto di Sasina.

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Tornato all’antico splendore dal 1990 è esposto nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

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E alla città dei due mari l’antico porto di Sasina con apprensione e ammirazione guardava, quando calava il crepuscolo e spuntava il carro della Luna, regina di sortilegi ed incantesimi.

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Lo splendido litorale che fa impazzire i turisti

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Porto Cesareo fra mare e archeologia

testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

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