Alezio: dai messapi ai crociati

Lacrime di incenso inondano l’altare, dove da millenni si consuma l’olocausto dell’araba fenice, condannata dal fato a vivere per morire e a morire per rinascere, rimanendo prigioniera di se stessa, sulle ali della leggenda racchiusa nel motto post fata resurgo. L’uccello sacro della mitologia greca ed egiziana, succube del suo destino tragico e allo stesso tempo splendido, si libra in volo per intraprendere l’ultimo viaggio verso Eliopoli, sul delta del Nilo, alla ricerca di un ramo nascosto di una quercia o di una palma per intrecciare

con sterpi ed erbe aromatiche il nido, destinato a trasformarsi in letto funebre. E mentre gorgheggiando si immola, lasciandosi incendiare dai raggi del sole, dalla pira si sprigiona un intenso profumo di resine odorose. Il sacrificio è compiuto. La creatura semidivina, nata sulla collina primordiale nel caos delle acque, esala l’ultimo respiro, instillando in faraone e sacerdoti il sogno ossessivo di eternità. Dalle sue ceneri, dopo gli avversi destini, nell’arco di tre giorni, ritorna a nuova vita per volare spavalda come un’aquila reale sino all’olimpo degli dei immortali. Non una speranza, dunque, ma una certezza di vita eterna, baciata da ricchezza e prosperità, sulla scia del soffio della libertà, che scioglie le redini della fantasia. La fantasia di un mito senza tempo, che si spegne nel tramonto pagano di Osiride e si rinfocola nell’aurora del messaggio cristiano attraverso la potenza evocativa dell’uccello del fuoco dai colori sgargianti bagnati nell’oro simbolo di resurrezione e rigenerazione. Non a caso l’innata capacità di sopravvivere a se stesso, dopo varie vicissitudini, spinse Alezio ad adottarlo sullo stemma civico come animale totemico per non rinnegare il profumo che, nel corso dei secoli, aveva respirato sull’onda emotiva di creazioni e distruzioni, di gioie e di dolori, dal Medioevo sino agli albori dell’Alexsias marchiata indelebilmente con roventi caratteri messapici.

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Alezio, segnalata da geografi e storici antichi come Alytia, Aletia, Aletium, Aletion, e dalla Tabula Peutingeriana come Baletium, lungo la strada paracostiera che congiungeva Taranto a Vereto, prosperò nel comprensorio di Gallipoli. Dopo la fioritura nell’età del Ferro di villaggi di capanne a pianta ovale o absidata, disseminati sulle alture per dominare il paesaggio circostante, radicali trasformazioni si verificarono in età arcaica, quando l’insediamento messapico, in virtù della sua posizione geografica, si trovò inserito nella composita rete di scambi culturali, destinati a tramontare in concomitanza del drammatico conflitto con la colonia laconica di Taranto. Tra il IV e il II sec. a.C. il ristabilimento degli equilibri politici contribuì al rilancio economico e sociale del centro, che si manifestò con la comparsa di case con fondazioni in blocchi e copertura in tegole frequentemente articolate in più ambienti affacciati su cortili interni. Anche se sfugge ancora l’estensione della cinta muraria, che doveva abbracciare una superficie di 64 ha., sono stati individuati i tre poli archeologici principali.

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Essi erano concentrati sulla collina della Lizza (coincidente con l’attuale centro storico intersecato da tombe), in contrada Raggi, dove, su preesistenti strutture messapiche di V-III sec. a.C., si sviluppò un abitato romano in vita dal II sec. a.C. a quasi tutto il IV sec. d.C., e, su Monte d’Elia, celebre per il suggestivo polo necropolico, caratterizzato da sepolture di età arcaica a fossa terragna, e, a partire dal V-IV sec. a.C., a cassa di lastroni o a sarcofago da attribuire ai vari clan gentilizi.

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Nello specifico queste ultime tombe presentavano in alcuni casi un gradino fungente da cuscino per adagiare la testa del defunto. I corredi funerari erano costituiti non solo da ceramica acroma o decorata a bande brune di fabbricazione locale, tra cui la trozzella, ma anche da vasi rivestiti da una vernice nera lucente e in stile di Gnathia. Tra i manufatti degni di nota vanno ricordati quelli della tomba 10, dove vennero deposti un cratere di fabbrica locale con le anse a fungo, decorato da gruppi di cerchi concentrici, una brocca, due coppe di tipo ionico (riferibili ad ambito greco o coloniale in primis Taranto e Metaponto), e una fibula in bronzo del tipo ad arco semplice.

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La tipologia di questo corredo funerario, riscontrabile in diverse tombe arcaiche, rileverebbe il processo di stratificazione sociale già in atto, denunciando in questo arco cronologico la prevalenza di classi abbienti in ascesa rispetto a quelle dominanti, a differenza di quanto succedeva a Ugento e a Cavallino, così come documentato dal netto divario tra aristocrazia e ceto medio tradito dagli straordinari manufatti in bronzo. Un’eccezione alla regola potrebbe essere rappresentata dalla tomba a cassa del VI sec. a.C., rinvenuta in via Kennedy, che conservava all’interno frammenti metallici di una punta di giavellotto emblema dell’aristocrazia guerriera. Essa recava sulla copertura superiore l’iscrizione bustrofedica dazihosgraivahiaszartama, da sciogliere probabilmente in daizos graivahi aszartama, relativa a Daizhos (figlio di) Graivahia. La tomba 6, invece, ha restituito una bambola di terracotta con gli arti superiori snodabili, deposta, alla fine del IV sec. a.C., accanto ad un infante per accompagnarlo nel tenebroso viaggio nell’oltretomba. Tra IV e III sec. a.C. si collocano i corredi della tomba 2, dove venne deposto un balsamario conformato a protome umana, e della tomba 15, di cui rimangono i gusci d’uovo rientranti nella sfera delle offerte votive come metafora di rinascita. Singolare il rinvenimento di una statuetta fittile femminile in trono, interpretata come la dea Afrodite o una semplice donna prossima al matrimonio o da poco convolata a nozze, ornata con applicazioni a rosette. A colpire senza ombra di dubbio la documentazione epigrafica (la più cospicua del panorama messapico) annoverante una miriade di iscrizioni menzionate dagli eruditi locali sin dal XVIII secolo. Esse erano incise su lastroni tombali recanti generalmente l’onomastica indigena imprescindibile per ricomporre il quadro relativo alla società aletina. In molti casi i suoi membri ricorsero all’uso di piantare cippi, connessi alle pratiche cultuali o come segnacoli di sepolture, così come si evince dal reimpiego di uno di essi in un muretto di confine. Intorno al 350 a.C. Alezio adottò il tipo monetario di Taranto, che, secondo Dionigi di Alicarnasso, esercitava un protettorato sul porto di Callipolis (Gallipoli) sbocco a mare del sito messapico in questione. Un cenno a parte merita il cratere apulo a campana, venuto alla luce nel 1979 in via Dante, simile per stile a quelli a figure rosse, realizzati nelle officine di Atene, ma rientrante nel novero della produzione artigianale tarentina o indigena. Oltre per la suggestiva rappresentazione del mondo comastico l’esemplare rappresenta uno dei capolavori del Pittore dei Nasi Camusi, attivo in qualche laboratorio ceramico del Salento tra il 330 ed il 320 a.C., così come suggerirebbe l’iconografia di alcuni vasi, attribuiti allo stesso artista, provenienti da Roca e da Rudiae. Nonostante le parcellizzazioni territoriali e le ridefinizioni urbanistiche, operate dai Romani, continuarono a permanere per lungo tempo ancora ad Alezio i tratti tipici della civiltà messapica che si estingueva come un lumicino. In età tardo-repubblicana l’abitato dal rilievo della Lizza tornò a riaggregarsi in località Raggi, in prossimità di via Parabita, dove le strutture destinate ad età produttive sopravvissero almeno sino alla tarda età imperiale. Di recente è stato segnalato un edificio allo stato di crollo, ubicato lungo il limite settentrionale di uno dei due assi stradali con orientamento ovest-est e caratterizzato con ambienti coperti e un cortile. In prossimità di questo complesso residenziale, riferibile al IV sec. d.C., già in passato erano emerse cinque celle alcune delle quali dotate di vasche per la fermentazione del vino. Le attestazioni di vita sembrerebbero rarefarsi nel VI sec. d.C. sulla base del materiale archeologico, costituito da anfore di produzione africana, coppi, grossi contenitori, qualche moneta e la cosiddetta ceramica sigillata africana. L’analisi comparata dei dati di scavo e dei reperti suggerirebbe una vocazione commerciale degli abitanti del borgo, che si affidavano per la sopravvivenza anche alla pesca e alla lavorazione del pescato in analogia a quanto accadeva contestualmente a Gallipoli e sull’isola di Sant’Andrea. L’edificio, ricadente in un settore di necropoli messapica, era incuneato su una tomba a sarcofago monolitico in calcare di IV-III sec. a.C. poco distante dai resti ossei di sei individui inumati. Ma la scoperta funeraria più spettacolare di tutti i tempi rimane senz’altro quella relativa ad una tomba a semicamera, dove, tra II e I sec. a.C., venne amorevolmente seppellita una fanciulla benestante, adornata come una principessa con una splendida parure aurea di eccezionale fattura e con gioielli, custoditi, insieme ai reperti archeologici rinvenuti finora nel corso delle diverse campagne di scavo, nelle vetrine delle sale del grazioso Museo Civico locale ospitato nelle sale del settecentesco Palazzo Tafuri.

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Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente Alezio venne invasa e saccheggiata da orde di Visigoti, Vandali, Eruli e Goti, che cancellarono con un colpo di spugna i segni della civiltà messapica e della frequentazione romana. Intorno all’anno Mille, dopo essere stata messa a ferro e fuoco dai Saraceni, i suoi abitanti furono costretti ad emigrare, per sfuggire alle incursioni barbariche, tra le mura di Gallipoli. Nel turbinio degli eventi di cui si è persa traccia si consumò l’abbandono del sito. L’esodo, si protrasse fino a quando il seme di un nuovo insediamento, piantato dai monaci basiliani, fuggiti dall’Oriente in concomitanza della lotta iconoclastica, timidamente iniziò a germogliare. Qualche lustro dopo dal nucleo primordiale della chiesa di Santa Maria de Cruciata, luogo di ritrovo dei Crociati, che, armati di fede e protetti dalle corazze occultate sotto le dalmatiche, partivano alla volta della Terra Santa, si configurò il polo aggregativo di Alicia abbozzato dalla dinastia normanna di Ruggero II tra il XII e il XIII secolo d.C.. Tra le polveri e le fiamme delle devastazioni straniere fiorì un casale, che, per ironia della sorte, accolse i profughi di Gallipoli, un tempo roccaforte bizantina, assediata e oltraggiata tra il 1268 e il 1269 da Carlo I D’Angiò non solo per assicurarsi il dominio su uno sbocco strategico sul mare, ma anche per disperdere i partigiani svevi e sgomberare il campo da rigurgiti nostalgici. Artefice della svolta fu il vescovo gallipolino Melezio che, prostrato dal lungo esilio imposto dagli Angioini al clero e a coloro che erano rimasti fedeli agli Svevi, nel 1329 intraprese i lavori per ricostruire ed ampliare la nuova chiesa a pianta cruciforme e ad unica navata.

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Nello slancio del fervore religioso e con l’auspicio di una nuova era all’insegna sia della pace sia della nostalgia del ritorno a casa essa fu dedicata a Sant’Agata e in virtù del toponimo Alicia venne con il tempo intitolata a Santa Maria della Alizza o Lizza. Elevata prima a cattedrale e poi a sede episcopale assurse a faro di spiritualità. Nel 1384 gli esuli gallipolini e i loro discendenti, sicuri di non subire più rappresaglie, tornarono, dopo quasi un secolo di esilio, tra la muraglia del luogo natio per respirare aria di mare dal balcone di casa, mentre il casale aletino continuò a vivere di riflesso le vicende feudali della perla dello Jonio divenuta tra il XVII e il XIX secolo piazzaforte dell’olio lampante smistato in tutto il Mediterraneo insieme al sapone realizzato con l’aggiunta della soda. Intanto, spinta dalla fame, una colonia di pescatori siciliani, detti picciottari, si trasferì nei casolari sparsi intorno alla chiesa della Lizza per attivare una tonnara nelle acque delle Fontanelle, dove in età romana funzionava un complesso termale. Tra il 1714 e il 1715 il feudatario locale Gabriele Carlo Antonio Coppola, a causa delle condizioni precarie dei contadini e delle loro famiglie, che versavano in condizioni di miseria non solo per il retaggio atavico, ma anche per l’arretramento dell’agricoltura, concesse in enfiteusi ai più laboriosi un appezzamento di terra per fissare lì la loro dimora e coltivare la campagna costellata di residenze stagionali di vescovi e aristocratici e animata dalle loro battute di caccia. In prospettiva di un rilancio della terra i beneficiari di tale elargizione non potevano possedere bovi, vacche e capre, ma solo cavalli, muli e somari. Dopo le ulteriori assegnazioni di terre da parte del ricco proprietario terriero Francesco Alemanno, detto il picciotto, il casale venne rinvigorito da uno slancio propulsivo incrementato dai traffici della borghesia, che si affermava e si arricchiva con i propri affari. Ribattezzato Villa Picciotti fino al 1854 fu frazione di Gallipoli. Conquistata l’autonomia nel luglio del 1873 con decreto reale, siglato da Vittorio Emanuele II, tornò a riappropriarsi della primitiva denominazione messapica a testimonianza del suo glorioso passato, appassito ma sempre vivo.

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Il cuore pulsante rimase sempre e comunque la chiesa della Lizza fortificata, tra la fine del XIII e i primi del XIV secolo, con un protiro turrito con la doppia valenza difensiva e ornamentale. Numerosi furono gli interventi di consolidamento statico e arricchimento estetico eseguiti dai vari vescovi succeduti al soglio episcopale. Purtroppo il restauro radicale pietra su pietra, effettuato tra il 1959 e il 1962 oltre a quello condotto dalla Sovrintendenza nel 2000, ha cancellato la stratificazione plurisecolare, smantellando oltre alle superfetazioni avulse dal contesto artistico anche gli ornati architettonici di stampo barocco degli altari in marmo ai lati del transetto fioriti in aderenza allo spirito della Controriforma. Agli inizi del XVII secolo mons. Capece si adoperò per la sistemazione di nuovi apparati sacri funzionali alla liturgia, mentre nel 1807 mons. Danisi commissionò al Malinconico un quadro della Beata Vergine Assunta in cielo, alla quale venne dedicata l’antica chiesa di Santa Maria dela Licza, così come si evince da un’iscrizione inserita nella cornice di un brano pittorico, elevata a santuario nel 1950 dal vescovo Nicola Margiotta. Pregevoli le tele prelevate tra il Cinquecento e il Seicento dalle pinacoteche vescovili gallipoline, ma ancor di più gli affreschi, inquadrabili in un arco cronologico compreso tra il XII e il XVI secolo, che dovevano rivestire ab origine integralmente le pareti interne del monumento simbolo di Alezio. Istantanee di una storia lontana ormai sbiadita le figure di profeti del Vecchio Testamento, monaci e santi orientali non sono che un pallido riflesso dell’arte bizantina spiritualizzata nei suoi valori simbolici per indurre ad uno stato di contemplazione anche chi non sapeva leggere. Nella loro ieraticità colpiscono per la fissità degli occhi sgranati e delle bocche serrate in un’apparente sospensione che ricrea l’atmosfera di un’apparizione divina. Numerose scene dovevano essere dedicate alla Madonna, ritratta nel momento della visita dell’arcangelo Gabriele, con in braccio il bambino Gesù e nel suo transito verso il fulgore della gloria del Paradiso.

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La smania di costruire nella pietra nel 1838 portò all’edificazione, sulle vestigia di un edificio del XII secolo, della chiesa matrice, che, ultimata nel 1875, venne intitolata alla Beata Vergine Addolorata. La scenografia, impreziosita da due rampe di scale, venne completata tra il 1838 e il 1840 con l’annessione della Torre dell’Orologio per scandire il tempo della piazza principale pullulante di vita dopo il desinare. Il tempio a croce greca, venne voltato con una copertura a botte decorata con stucchi presi in prestito dai lacunari in legno. Per conferirle un’aura di magnificenza e maestosità venne innalzata una cupola circolare recante sui quattro pennacchi la rappresentazione degli evangelisti (Matteo, Marco, Luca e Giovanni). Lungo la navata vennero intagliati gli altari dedicati a Santa Lucia, alla Crocifissione di Gesù, a San Giovanni Battista e all’Immacolata, mentre nei due bracci vennero inseriti i cappelloni di San Rocco e del Santissimo Sacramento illuminato da un ostensorio raggiante di luce divina.

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Così Alezio, pervasa dallo spirito del soprannaturale, che trascende il tempo e lo spazio, morì e rinacque dalle ceneri come l’araba fenice di una leggenda divenuta storia immortale.

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testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

FOTOGALLERY ALEZIO

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Santuario Santa Maria della Lizza

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Sotterranei del Santuario della Lizza (noti come “catacombe”).

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Villa Capani-De Pace

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Parco archeologico

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Museo archeologico

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