Pompei, la città romana e il Vesuvio

Non esiste altro luogo in tutto il Mediterraneo dove l’Impero Romano abbia lasciato una così grande traccia di sé come a Pompei. Complice una tremenda eruzione del Vesuvio, una città romana, con i suoi abitanti, le sue case, la sua storia, è rimasta cristallizzata per duemila anni, fino ai nostri giorni. Ancora più della stessa Roma, chi voglia tornare indietro nel tempo, deve venire qui, a Pompei.

Ai piedi del grande vulcano, come in un set cinematografico, solo il passeggiare fra queste strade sapientemente lastricate è già un supremo senso di meraviglia. Tutto, fino a oltre tre metri, venne ricoperto da ceneri e lapilli, in quell’anno fatidico del 79 d.C. quando, dopo un terremoto che pareva di avvertimento, non colto, il Vesuvio liberò una potenza mai immaginata.

pompei e il vesuvio

Alcuni storici affermano sicuri che la gente morì così in massa, oltre al fatto che non si poteva immaginare una simile catastrofe, per non abbandonare le sue cose, le sue preziose vigne alle falde del vulcano, che generavano da sempre un vino inimitabile…

pompei

Era un giorno di fine agosto. Quel mattino ci fu un boato che scosse il sottosuolo, che fece tremare la città, ma ancora nulla faceva immaginare neanche lontanamente quello che sarebbe accaduto. Poco dopo mezzogiorno, il cataclisma. Una pioggia di cenere e lapilli bollenti, oscurò il sole fino a fare notte. Il mondo stesso vacillava, e faceva vacillare le menti di tante persone che andavano in giro come folli con lo sguardo perso. Doveva certo apparire come l’ultimo giorno del mondo.

L’esplosione gettò il magma oltre il cono del Vesuvio, ad un’altezza di 15 km, e ad alta quota crea il fenomeno visto da Plinio il Vecchio, che il nipote scrisse aveva la forma di un albero di pino. In città è il panico assoluto, la gente ignorava la vera causa della calamità. Per strada, tutti cercavano un riparo, altri si barricavano invece fra le proprie mura, mentre cadono colonne, capitelli, murature: uomini e animali corrono disperati in tutte le direzioni, e molti muoiono di paura.

Il mare è molto agitato, in alcuni tratti sembra ritirarsi e la corrente spinge verso la costa generando piccoli maremoti. Ognuno ha gettato quel che ha potuto in un sacchetto per darsi alla fuga, ma i movimenti sono ostacolati dalle macerie, dai materiali che cadevano dal cielo, dalle scosse telluriche. La nube tossica si è alzata ancora di più e la fuliggine, nel buio, impedisce di respirare.

Scoppiano incendi, provocati talora dalle stesse torce che cadono di mano, si calpestano bambini piccoli, si perdono persone anziane. La notte subentrò al giorno anche nei cuori delle persone. Nubi ardenti alle pendici del Vesuvio, da lontano sembrano case in fiamme. La loro massa di vapore bollente, colma di sostanze venefiche, ha già ucciso gli abitanti di Ercolano, e quelli delle ville rustiche a sud ovest del vulcano, di Oplontis, e si dirigono verso il mare, dove tanta gente credeva invece di trovare scampo. Molti pompeiani sono ancora sopravvissuti dopo la prima infernale giornata, mentre il fenomeno drammatico accenna a diminuire: qualcuno rientra in città, per cercare i propri cari, la propria casa, senza comunque riuscire a riconoscerla, aiutandosi con le lanterne.

Questa è la testimonianza di Plinio il Giovane, che assistette agli eventi da capo Miseno: “Decidemmo di uscire dall’abitato. Ci segue una folla frastornata. Assistiamo a molti fenomeni strani e paurosi: i carri che avevamo fatto preparare, nonostante che il terreno fosse piano, indietreggiavano e neppure col sostegno di pietre rimanevano al loro posto. Pareva che il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra. La spiaggia si era estesa e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste a secco. Dal lato opposto una nube nera e terribile, squarciata da guizzi serpeggianti di fuoco, si apriva in vasti bagliori di incendio: erano simili a folgori, ma ancora più estesi. Quella nube si abbassò verso terra e coprì il mare, avvolse e nascose Capri, tolse alla vista il capo di Miseno.

Cadeva già della cenere, ancora non fitta. Mi giro: una densa caligine ci sovrasta alle spalle e simile a un torrente che si rovesciasse sul terreno, ci incalzava. “Facciamoci da parte”, dissi, finché ci si vede, per non finire schiacciati nel buio, se cadessimo per via, dalla folla che ci segue”. C’eravamo appena seduti, che calò la notte, nera come quando ci si trova in un locale chiuso a luci spente. Udivi i gemiti delle donne, le grida dei fanciulli, il clamore degli uomini: gli uni chiamavano a gran voce i genitori, altri i figli, altri i consorti, e li riconoscevano dalle voci; chi commiserava la propria sorte, chi quella dei propri cari, v’era anche chi, per timore della morte, invocava la morte. Molti sollevavano le braccia a invocare gli Dei; altri, più numerosi, affermavano che non vi erano più Dei e che quella era l’ultima notte del mondo.

Alla fine quella caligine si attenuò e svanì in una specie di fumo o di nebbia; quindi fece proprio giorno e apparve anche il sole, ma livido, come durante un’eclisse”. L‘eruzione riprende, drammaticamente ancora più forte. Dopo tre giorni, Pompei era sepolta, e tutto il paesaggio circostante era cambiato per sempre. Il poeta Papinio Stazio scrisse nelle Silvae: “Crederà la generazione ventura degli uomini, quando rinasceranno le messi e rifioriranno questi deserti, che sotto i loro piedi sono città e popolazioni e che le campagne degli avi s’inabissarono?”. Uguale sgomento in Marziale, che scrisse addirittura che gli stessi Dei non avrebbero voluto permettere ciò che era in loro potere fare: “Ora tutto giace sommerso in fiamme e in triste lapillo”. Di seguito, invece, la lettera che scrive Plinio a Tacito, per informarlo della morte dello zio.

“Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata a gloria immortale. Quantunque infatti, egli sia deceduto nel disastro delle più incantevoli plaghe, come se fosse destinato a vivere sempre – insieme a quelle genti ed a quelle città- proprio in virtù di quell’indimenticabile sciagura, quantunque abbia egli stesso composto una lunga serie di opere che rimarranno, tuttavia alla perennità della sua fama recherà un valido contributo l’immortalità dei tuoi scritti.

Personalmente io stimo fortunati coloro ai quali per dono degli dei fu concesso o di compiere imprese degne di essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette, fortunatissimi poi coloro ai quali furono concesse entrambe le cose. Nel novero di questi ultimi sarà mio zio, in grazia dei suoi libri e in grazia dei tuoi. Tanto più volentieri perciò accolgo l’incombenza che tu mi proponi, anzi te lo chiedo insistentemente. Era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto.

Egli dopo aver preso un bagno di sole e poi un altro nell’acqua fredda, aveva fatto uno spuntino stando nella sua brandina da lavoro ed attendeva allo studio; si fa portare i sandali e sale in una località che offriva le migliori condizioni per contemplare il prodigio. Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami, credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l’esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi; talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sé terra o cenere. 

Nella sua profonda passione per la scienza, stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Ordina che gli si prepari una liburnica e mi offre la possibilità di andare con lui se lo desiderassi. Gli risposi che preferivo attendere ai miei studi e, per caso, proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da svolgere per iscritto. Mentre usciva di casa, gli venne consegnata una lettera da parte di Rettina, moglie di Casco, la quale, terrorizzata dal pericolo incombente (infatti la sua villa era posta lungo la spiaggia della zona minacciata e l’unica via di scampo era rappresentata dalle navi), lo pregava che la strappasse da quel frangente così spaventoso. Egli allora cambia progetto e ciò, che aveva incominciato per interesse scientifico, affronta per l’impulso della sua eroica coscienza. Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poiché quel litorale in grazia della sua bellezza, era fittamente abitato.

Si affretta colà donde gli altri fuggono e punta la rotta e il timone proprio nel cuore del pericolo, cosi immune dalla paura da dettare e da annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo. Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione, se dovesse ripiegare all’indietro, al pilota che gli suggeriva quell’alternativa, tosto replicò: – “La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano”. Questi si trovava a Stabia; dalla parte opposta del golfo (giacché il mare si inoltra nella dolce insenatura formata dalle coste arcuate a semicerchio); colà, quantunque il pericolo non fosse ancora vicino, siccome però lo si poteva scorgere bene e ci si rendeva conto che, nel suo espandersi era ormai imminente, Pomponiano aveva trasportato sulle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario.

Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, cosi che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com’era, lo conforta, gli fa animo, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell’uomo gioviale. Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell’affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si abbandonò al riposo e riposò di un sonno certamente genuino. Infatti il suo respiro, a causa della sua corpulenza, era piuttosto profondo e rumoroso, veniva percepito da coloro che andavano avanti e indietro sulla soglia. Senonché il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di ceneri miste a pomice, aveva ormai innalzato tanto il livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne.

Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri, i quali erano rimasti desti fino a quel momento. Insieme esaminano se sia preferibile starsene al coperto o andare alla ventura allo scoperto. Infatti, sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dall’altra e poi di ritornare in sesto. D’altronde all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest’ultimo. In mio zio una ragione predominò sull’altra, nei suoi compagni una paura s’impose sull’altra. Si pongono sul capo dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall’alto. 

Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile. Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell’acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano.

Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò, da quanto io posso arguire, l’atmosfera troppo pregna di cenere gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata. Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto”.

Una visita in questa città, dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1997,  è una rara occasione per imparare la storia fuori dai banchi di scuola. Per vederla. Le strade…

pompei

…i luoghi di spettacolo…

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…le terme…

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…i teatri…

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…le opere d’arte, le pitture, i mosaici, custoditi nelle case stesse…

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Una visita qui non può non affascinare chiunque, anche i non appassionati di storia e archeologia…

pompei

In un posto come questo subentra qualcosa che non si può apprendere sui banchi di scuola… si forma una sorta di empatia, con un intero popolo sfortunato, che non ebbe scampo, uomini, donne, anziani e bambini…

pompei

Camminare qui nel silenzio, tutto ti prende, nell’animo, e lo senti “tuo”… con il Vesuvio che sorveglia titanico il panorama intorno.

scavi archeologici

Chiudo con una galleria fotografica, invitandovi a passeggiare con me fra le strade e le case di Pompei!

Graffiti sopravvissuti sui muri delle case.

Ville gentilizie…

Qualche oggetto degli arredi sopravvissuto all’interno delle case.

Famose sono le scene erotiche affrescate nelle case di piacere di Pompei: qui ce n’è qualcuna, ma sull’argomento ho creato un apposito reportage completo (vedi QUI).

 

Negli occhi di questa ragazza c’è tutto il presagio del destino incombente su questa straordinaria città. Che vi consiglio di vedere un giorno di persona!

(Fonti: rivista monografica “Archeo”, del 2013. Scritti di Plinio il Giovane, Papinio Stazio e Marziale. Fotografie di Alessandro Romano, Silvia Famularo e Alessio Stefano. La foto dell’archeologo con in braccio il calco di un bambino proviene dalla pagina Facebook “The Archeologist”).

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