Memorie dalle campagne di Supersano

Nel cuore del Salento un tempo si estendeva lo storico bosco primigenio di Supersano, un territorio ambito sin dal Medioevo, marchiato dai Normanni, appena vi giunsero, con una delle loro “motte”, collinette artificiali di terrapieno che servivano a controllare i dintorni.

Una “motta” che ancora oggi si può osservare, per quel che ne resta, oggi circondata però da un bosco di olivi…

…un territorio che ebbe anche un lago, alimentato dalle acque piovane, che alcuni ingegneri di fine Ottocento bonificarono per dare la terra ai contadini…

…in un paesaggio intervallato da piccole alture che rendono il tutto una cartolina per gli occhi.

Frequentato sin da tempi lontani, questo territorio conserva alcuni menhir, e fu abitato anche da una comunità religiosa che aveva nella cripta della Madonna di Coelimanna il fulcro del loro vivere.

Le favorevoli condizioni di vita ad un certo punto videro nascere diverse masserie…

…alcune delle quali ancora oggi in attività…

…incastonate in un poetico paesaggio di verde e muretti a secco…

…praterie e dolci ondulazioni del suolo.

Oltre a Le Stanzie, Masseria Macrì è uno degli esempi più caratteristici di masseria in questo territorio…

…conserva ancora una chiesetta…

…che custodisce i suoi affreschi ancora in buone condizioni.

Gli ambienti interni della masseria denotano il grande gusto dell’antico proprietario per il bello e per l’arte…

…un gusto che, come notato dal prof Antonio Costantini nei suoi libri, spingeva i nobili del Settecento a uscire dalle città, cessato ormai il pericolo turco nelle nostre campagne, e costruirsi una residenza di campagna.

Così nacquero queste sfarzose abitazioni, intorno alle quali nasceva una comunità agricola che lavorava nei campi. Tuttavia, nelle campagne di Supersano si incontrano anche case senza nome, apparentemente meno blasonate, a testimonianza di questa voglia diffusa di vivere il paesaggio rurale…

…oggi sono abbandonate, circondate da sterpi, le loro mura cominciano a sgretolarsi… eppure, ad avventurarsi all’interno di una di esse, si respira ancora l’intimo tepore di una comunità solitaria eppure prospera e felice…

…il camino e la cucina economica sono spenti… ma chissà quanto hanno lavorato!

Le porte e le finestre di legno sono ormai consunte e diroccate, e il vento ci passa attraverso, facendosi sentire fra una stanza e l’altra, animando di scricchiolii gli infissi tempestati…

Dal terrazzo quello che era un panorama verde sconfinato degli olivi di una volta, oggi disossato dalla xilella, è oggi un canto nostalgico per tutto ciò che è stato.

Ritorno dentro, osservo i muri delle stanze…

…scorgo il ritratto di un uomo, in carboncino. Chissà perché mi ricorda il principe Sebastiano Apostolico, che aveva però la sua dimora in quel di Arnesano. Certo è che questo signore doveva essere il nobiluomo supersanese che abitava qui…

…doveva chiamarsi Cossa, come recita con un’elegante calligrafia, il nome posto vicino.

Le pareti di case come queste sono sempre scrigni di memorie. Qui sbuca fuori questo singolare personaggio con un copricapo che ricorda quello del classico “laurieddhru”, il folletto dispettoso che animava la fantasia delle comunità rurali del Salento di una volta, e che passava il suo tempo a tormentare o spaventare i malcapitati.

Sui muri ci sono anche i segni dei “conti” che si facevano per l’azienda agricola del padrone. Con quanta perizia e attenzione, sono stati tracciati!

Purtroppo non tutto si riesce a leggere: alcune iscrizioni non sono ormai facilmente leggibili.

Le finestre di oggi non offrono più il paesaggio di una volta…

…tranne quelle che danno sull’orto, dove al posto degli olivi ci sono, ancora oggi, gli alberi da frutto, il famoso “giardino delle delizie” che tutti i nobiluomini si creavano per sé.

Gli uomini passano, con tutti i sogni, i desideri che li hanno animati, qualche volta la loro casa che li ha animati resta ancora in piedi, nonostante l’abbandono e l’impietoso scorrere del tempo…

…accanto avevano senz’altro una donna, che li attendeva al termine della giornata, rinfocolando il tepore del focolare domestico. La stessa presenza benigna e inesplicabile che ci dona la vita e ci accompagna silenziosa, e ci aspetta alla fine del nostro cammino, rassicurante come quella donna affacciata premurosamente alla finestra, mentre attendeva di rivederci sulla vita del ritorno.

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