Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Alle radici pagane del divino

Alle radici pagane del divino

In sintonia con una religiosità tellurica i popoli della preistoria e della protostoria mediterranea, in balia di forze benigne e maligne, elaborarono il concetto del divino, istituendo una miriade di pratiche religiose e di feticci magici per ingraziarsi la divinità.In un’atmosfera magico-sacrale si propagarono a macchia d’olio i culti del sole (fonte di luce e di calore nonché propulsore di tutti i fenomeni regolatori della vita sulla terra) e della luna (motore del flusso e del reflusso delle maree, dei ritmi biologici e del ciclo delle stagioni), entrambi associati all’universo dei simboli del maschile e del femminile, dei fenomeni celesti, della fertilità, della caccia, degli animali totemici e dulcis in fundo dei morti, seppelliti sia sotto cumuli di pietra sia in monumenti funerari di tipo megalitico.

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Cumuli di pietra nei pressi del menhir forato

In seno al culto dei morti si radicò quello degli antenati, che, nostalgicamente venivano risvegliati dal loro sonno profondo con danze di spiriti evocati da sciamani caduti in trance. Il trionfo umano sulla natura selvaggia fu suggellato con il fuoco (simbolo di catarsi ed elemento del quadro astrale, che oltre a riscaldare la vita la distruggeva per crearne un’altra) e con il sangue, linfa vitale, che scorreva nelle vene e sull’altare dei sacrifici.

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Lo “sciamano” raffigurato all’interno della Grotta dei Cervi. Foto di Pino Salamina, tratta dal libro “Pagine di pietra a Badisco”

Nel coacervo di entità divine condivise un posto d’onore venne riservato all’acqua in grado di fecondare il grembo della terra, assimilata alla primordiale Dea Madre, che dominò sovrana per secoli sino ad assumere personificazioni distinte intimamente connesse ad unica divinità femminile multiforme adorata in tutto il bacino del Mediterraneo orientale; per gli Assirio-Babilonesi era Ishtar, per i Fenici Astarte, per gli Egiziani Iside, per i Greci Rhea. Sulla scia della potente dea anatolica Cibele, che cavalcava un cocchio trainato da leoni, veniva adorata a Pessinunte in Asia Minore sottoforma di una pietra nera, che, nel 204 a.C. i sacerdoti romani, per scongiurare il pericolo di Annibale ormai alle porte di Roma, andarono a prelevare in Frigia con il permesso di Attalo re di Pergamo. Così la madre degli dei immortali, archetipo della Magna Mater, e, per certi versi, similare alla Mater Matuta (la madre propizia), si trasformò in una delle divinità italiche più venerate dal popolo romano nel solco di preistoriche pratiche matriarcali, che affondavano le radici nel culto ancestrale della dea universale dispensatrice di vita e di morte.

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Museo di Oria. Statuette di offerenti.

Nei campi della mente, che anelava a nutrire lo spirito oltre al corpo, la fertilità della terra era intimamente connessa a quella femminile; non a caso le donne venivano considerate come depositarie dei segreti della creazione, racchiusi nel ciclo mestruale e nel ventre delle gravide ammirate con meraviglia e stupore per il miracolo della vita attraverso il parto, ma, soprattutto, artefici dell’agricoltura, nata diecimila anni fa nella mezzaluna fertile, allorquando venne piantato il seme dell’albero della civiltà. In Grecia mitica fondatrice delle tecniche agricole (aratura, semina e mietitura) fu Demetra figlia di Crono e Rea. Secondo il mito la dea protettrice del matrimonio e delle leggi sacre in preda al furore vendicativo per la scomparsa della figlia Kore (Persefone), rapita da Ade mentre giocava con le ninfe sulle sponde del lago di Pergusa, provocò una terribile carestia, che sembrava non volgere mai alla fine. Per placare l’ira della signora delle splendide spighe Zeus fu costretto a scendere dall’Olimpo per sovrintendere al ritrovamento. Ma Ade, signore degli Inferi, essendo riuscito con l’inganno a far mangiare sei chicchi di melagrana a Kore, condannò la fanciulla a trascorrere al suo fianco metà dell’anno, sposandola per giunta contro la sua volontà. Esacerbata dal dolore Demetra, dea della vita e della morte, pur di riabbracciare l’adorata figlia, cedette al ricatto e la terra rifiorì come per incanto al primo sole tiepido di primavera, e, come prestabilito dai cicli della natura, generò fiori e frutti in abbondanza per sfamare uomini e animali. Dal germoglio del mito fiorì il culto tesmoforico di Demetra e Kore, praticato sotto forma di Mysteria sin dal VII sec. a.C. nel tempio greco di Eleusi nell’Attica e nella grotta di Monte Papalucio ad Oria in Messapia, dove, tra la metà del VI sec. a.C. e la prima metà del III sec. a.C., fu attivo un santuario di stampo magno-greco gestito da sacerdotesse, che stringevano nelle mani fiaccole ardenti. A documentarlo i reperti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici, come, ad esempio, statuette in terracotta, raffiguranti una dea seduta in trono o madri con il figlio in grembo, cumuli di scarichi votivi, ricchi di campioni vegetali (grano, orzo, ceci, olive, fichi, fave, datteri e melagrane), oltre a semi di piante arboree e resti carbonizzati di animati sacrificati in primis maialini.

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Museo di Oria. Figure di offerenti ed ex voto, tra cui un maialino.

Nel volgere dei secoli, quando i popoli, che si affacciavano sul mare, andarono alla scoperta di nuove rotte, si aprì la gloriosa parentesi degli scali costieri e dei santuari deputati allo sbarco e allo scambio culturale e commerciale attraverso la redistribuzione dei prodotti. Seppur nella loro primitiva funzionalità essi si rivelarono strategici per riversare materie prime e manufatti, per il rifornimento di acqua dolce e per elevare una preghiera di ringraziamento agli dei, che avevano concesso ai signori del mare una favorevole traversata. A Scalo di Furno, lungo l’insenatura di Porto Cesareo, intorno ad are-focolari veniva venerata la divinità di origine illirica Thana da associare alla dea greca Artemide, dea della caccia e della luna, come emerso dal ritrovamento di un vaso votivo del VI sec. a.C..

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Porto Cesareo. Isola dei Conigli.

Colonne di fumo si levavano in cielo lungo i promontori merlati dell’antico Salento; salivano sino alle nuvole dalla Grotta Poesia a Roca, dove i naviganti, che ormeggiavano per attingere acqua dolce dalla sorgente interna alla cavità carsica, dopo aver presentato le offerte, incidevano sulle pareti epigrafi votive in onore di Damatira (Demetra) e di Taotor Andirahas latinizzato Tutor Antraio, Andraius o Andreus.

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Graffiti all’interno della grotta “Poesia”.

Nella galassia dei santuari costieri un posto di primaria importanza rivestirono anche la Grotta S. Cristoforo su Punta Matarico nella baia di Torre dell’Orso e il polo santuariale su Punta Meliso, dedicato ad Athena, speculare a quello su Punta Ristola, dove nel santuario emporico di Grotta Porcinara i marinai rendevano grazie al dio messapico della navigazione Zis Batas sostituito in età romana da Iuppiter Batius. L’approdo connesso alla grotta divina, incastonata tra le candide scogliere dell’Akra Japyghia, corrispondente al Capo di Leuca, funzionò dall’VIII sec. a.C. al II sec. d.C. intorno al grande focolare (eschara), che raccoglieva le ceneri degli olocausti offerti alla divinità encoria dominatrice degli eventi atmosferici e del disco solare.

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Leuca, ingresso della Grotta Porcinara

Luoghi teofanici, funzionali ai culti agrari e a quelli misterici, si svilupparono anche alla convergenza dei siti messapici, ubicati tra entroterra e costa, il più delle volte nei pressi di risorgive d’acqua dalle proprietà terapeutiche, dove andavano in scena riti salutiferi di abluzione e di propiziazione della fertilità femminile e della virilità maschile, culminanti con l’offerta di ex voto. I nuclei cultuali vennero delimitati da recinti sacri, costituiti da cippi in calcare, che fungevano da anello di protezione e di delimitazione degli spazi territoriali; all’interno di questi segnacoli in pietra si celebravano arcaiche liturgie per evocare gli spiriti degli antenati. Nell’insediamento messapico di Vaste un impianto cultuale venne attivato in Fondo Melliche, dove, ai piedi dei cippi della seconda metà del VI sec. a.C., si consumava un rito propiziatorio della celebrazione della prosperità dei campi e degli uomini, che consisteva nel versare libagioni agli dei e nel deporre i doni votivi consistenti in primizie e serti di spighe. Attraverso i culti veniva scongiurato un fato avverso e stabilita un’interazione con il divino.

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Museo di Vaste, cippi di Fondo Melliche

Nella religiosità greca le divinità immortali simili a figure antropomorfe, caratterizzate da vizi e virtù e da pregi e difetti, tipici del genere umano, non esitavano ad allontanarsi dall’Olimpo per indulgere in rapporti intimi con i comuni mortali, che, non di rado, andavano alla disperata ricerca di una promessa di vita ultraterrena. Con i Misteri Eleusini si spalancarono gli orizzonti delle Grandi Feste collettive in onore di Demetra e Kore nel tentativo di sublimare la funzione ideologica della morte iniziatica, che segnava un momento di transizione verso una nuova condizione, fondamentale per una rigenerazione, nel solco del chicco di grano nascosto nella terra per morire e trasformarsi in spiga. Tale filosofia ruotava anche intorno al mito egiziano della divina coppia di Iside, regina del cielo, e Osiride, re dell’Oltretomba.

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Ricostruzione del Tempio della dea Iside, presso il M.U.S.A.

Secondo il mito, Osiride, spirito del grano e del sole vivificante con i suoi raggi, aveva insegnato agli uomini l’agricoltura e in suo onore nel mese della semina veniva interrato nei campi un covone di grano dell’anno precedente in attesa della maturazione delle spighe fecondate dal limo del Nilo. Quella pratica rituale ripercorreva allegoricamente la drammatica vicenda terrena del primo faraone che, dopo aver regnato per diciotto giorni, venne trucidato e smembrato dal fratello Seth talmente malvagio da disperderne i resti mortali. Dopo lunghe peregrinazioni Iside riuscì a ritrovarli e con la sua arte magica si adoperò alla ricomposizione del corpo dell’amato marito, concedendogli la possibilità di resuscitare e di divenire il giudice dei morti. In sua memoria il pane divenne allegoria della vita e per questo motivo iniziò ad essere deposto nelle tombe e raffigurato sulle pareti delle camere funerarie per rappresentare il cibo per i corpi in attesa della loro resurrezione tra le divinità. Ma per varcare la soglia dell’eternità l’anima aveva bisogno del corpo, che doveva essere imbalsamato e deposto in sarcofagi, protetti da amuleti e sortilegi, per sopravvivere oltre la morte; il destino più crudele per un egiziano, infatti, era quello di essere abbandonato senza una degna sepoltura. Tale trattamento oltraggioso era riservato a coloro che si erano macchiati di atti efferati e sacrileghi o avevano congiurato contro il faraone, che, oltre a decretarne la condanna a morte, disponeva che venissero bruciati vivi e le loro ceneri sparse al vento. Cullati dal loro fiume e baciati dal loro sole, all’ombra delle piramidi, gli Egiziani vennero sopraffatti dall’ossessione per l’al di là, che esasperò il culto dei morti, celebrato con formule magiche, sapientemente elaborate dai sacerdoti, al fine di tenere alla larga dalle camere sepolcrali, traboccanti di tesori, non solo gli spiriti maligni, ma anche i profanatori di tombe contro i quali venivano lanciati anatemi.

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Qualche secolo dopo un altro mito, stavolta greco, maturò nell’humus del grano accarezzato dal sole: quello degli Argonauti, che, alla testa di Giasone, figlio del re Esone, salparono sulla nave Argo per andare alla conquista del vello d’oro custodito da un drago dalle mille spire nel bosco sacro ad Ares nella Colchide ubicata tra le sponde orientali del Mar Nero e il Caucaso. Sulle note della lira di Orfeo e confidando nell’imbarcazione, investita del potere della profezia, poiché la polena era stata intagliata con il legno parlante della quercia sacra di Dodona, Giasone sbarcò nel regno di Eeta, figlio di Helios, il Sole, ed affidandosi agli incantesimi di sua figlia, la principessa Medea, che si era follemente innamorata di lui, riuscì ad impossessarsi del leggendario vello dell’ariete sacro, che, una volta sacrificato per essere adorato, era stato cosparso di particelle della polvere aurea, che gli abitanti di quella che fu l’antica Georgia racimolavano dai ruscelli con pelli di pecora e poi setacciavano con le loro abili mani. Ma per compiere quella missione impossibile il legittimo re di Iolco, spodestato dallo zio usurpatore Pelia, tra le varie tribolazioni impostegli dal re dei Colchi, fu costretto anche a domare due tori, ad arare un terreno mai dissodato prima e a seminare denti di drago, dai quali nacquero uomini armati che, a colpi di spada, l’eroe greco, non esitò a falciare. Evidente la metafora con la semina dei chicchi e la mietitura delle bionde spighe, ambientata nei campi di grano, che si estendevano a perdita d’occhio sulla soglia orientale del mondo allora noto ai Greci spinti dalla tentazione irrefrenabile di colonizzare quel territorio ricco tra l’altro di miniere di oro, argento, ferro e rame.

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Intorno al grano si dipanavano alcuni tra i più suggestivi miti pagani, che, per sincretismo, vennero accolti e rivisitati dalla religione cristiana o viceversa dal momento che le influenze furono reciproche.  Nel mondo antico, senza ombra di dubbio, a contribuire in modo straordinario allo sviluppo del monoteismo fu il culto persiano di Mithra, dio della luce. La storia del mandriano di stelle, articolata in diversi episodi, ruotava intorno al sacrificio del toro, la cui morte sprigionava la vita. L’iconografia di tale evento dominava nei mitrei, dove venivano celebrati sacrifici rituali e banchetti cultuali a base di pane, acqua e vino. Oltre al dio ed al toro, rientravano nella tauromachia diverse figure allegoriche, come, ad esempio, un cane, un serpente, uno scorpione, una lucertola, un corvo nero e un fascio di spighe di grano. Nel solco di tutte le religioni misteriche, anche in seno a quella mithraica si era ammessi attraverso un cammino esoterico a patto di non rivelarne il segreto ai profani. L’ingresso era riservato ai soli uomini e l’iniziato poteva accedere, superando una serie di prove, ai sette livelli della gerarchia: corax (corvo), nymphus (sposo mistico), miles (soldato), leo (leone), perses (persiano), heliodromos (corriere del sole), pater (padre). L’iniziazione segreta, la disciplina gerarchica, i contenuti etici del mithraismo (infarcito del concetto di eterna lotta tra il bene e il male) e il messaggio salvifico attraverso le stelle, costituirono il segreto del successo dei misteri di Mithra, che spopolarono tra i legionari romani e di riflesso anche tra gli imperatori adusi a venerarlo come Sol Invictus, poiché segnava la vittoria della luce sulle tenebre. Per le stesse prerogative, senza mai essere investito del crisma di religione ufficiale, il mithraismo sedusse gli strati più umili della popolazione, dai quali per esigenze trascendenti, germinò il virgulto dell’altra grande religione monoteista dell’epoca: la religione cristiana, che, per certi versi, viaggiava su binari paralleli. Oltre alla matrice orientale molti erano i punti in comune tra i due culti anche se il mitraismo prometteva la liberazione dalle catene del fato e non la redenzione attraverso il sacrificio del Figlio di Dio. Secondo la leggenda Mithra nacque da una roccia primordiale con una fiaccola tra le mani, pronto a scoccare una freccia per farne sgorgare acqua, esplicito rimando al battesimo cristiano, che purificava l’uomo dal peccato. Convertito il Sole ai propri misteri ne ricevette in dono un’aureola luminosa, palese rimando al pane eucaristico, raffigurato come disco solare ed emanazione dell’Ostia racchiusa nell’ostensorio in commemorazione della morte di Cristo e del suo sangue versato in remissione dei peccati. Nelle vesti di dio aureolato, come il babilonese Tammuz, veniva festeggiato in coincidenza del solstizio d’inverno per volere degli imperatori Settimio Severo (220 d.C.) Eliogabalo (220 d.C.) e in modo particolare di Aureliano (274 d.C.), che amavano farsi adorare come divinità orientali. Con l’intento di conquistare nuovi proseliti a partire dal 337 d.C. il 25 dicembre dies natalis solis invicti divenne il natale del Cristo e finì con il coincidere con il dies Dominicus, la domenica, il giorno del Signore. Fu il pontefice Giulio I, anche se non esisteva traccia nei Vangeli, a fissarne la data nel calendario liturgico romano, avallando il Concilio Ecumenico di Nicea del 325 d.C. nel corso del quale l’imperatore Costantino, per uniformare il credo romano, fece confluire i dettami di ben ventidue religioni politeistiche in un’unica religione monoteistica universale in nome del Cristo Luce da Luce. Nell’incessante opera di proselitismo il giorno della festività del dio petrogenito finì con il coincidere con la natività del Messia, che, riprendendo un’affascinante teoria basata su calcoli astrali, nacque in una stalla a Betlemme (casa del pane) il 17 aprile dell’anno zero durante il transito di Giove nella costellazione dell’Ariete. Al di là delle speculazioni filosofiche l’astuta mossa scaturiva dalla strategia di estirpare nel modo meno traumatico le profonde radici di un paganesimo ostinato a resistere ad oltranza a ingerenze e ortodossie, che, con la promessa di una vita eterna e con l’intolleranza nei confronti delle altre religioni, preannunciavano i tempi cupi della caccia alle streghe e della condanna al rogo dell’eretico.

Nel contrasto inasprito tra le due comunità rivali una prima vittoria fu riportata dai seguaci di Gesù di Nazareth, spalleggiati dall’editto costantiniano del 313 d.C., che sanciva la libertà di culto per i cristiani precedentemente perseguitati e martirizzati, poiché considerati membri di una setta segreta e per giunta non adusa a offrire sacrifici e incensi agli dei del pantheon romano. La restaurazione pagana del colto imperatore Giuliano, soprannominato l’Apostata (361-363 d.C.), seppur per un breve lasso di tempo, consentì una flebile ripresa del culto di Mithra, arginando la razzia dei mitrei e dei templi pagani già pericolosamente in atto fino al punto che i fanatici cristiani non esitarono ad incendiarli e a massacrare senza pietà i pagani, che vi si erano rifugiati all’interno per trovarvi scampo. Sulle loro vestigia vennero erette chiese e basiliche con l’obiettivo di sterminare i falsi idoli e far svettare la croce, unico strumento di salvezza, così come aveva fatto Costantino, facendola luccicare sulle insegne militari dell’esercito schierato al ponte Milvio contro Massenzio, memore del sogno di dubbia veridicità, che preannunciava al generale in hoc signo vinces. Di fatto il figlio di Costanzo Cloro e di Elena, proclamata santa e ricordata dalla cronache ecclesiastiche per essersi recata a Gerusalemme per ritrovare l’autentica croce di Cristo, si convertì ad un cristianesimo solo di facciata nel tentativo ardito di rendere assoluto un potere imperiale frammentato, che, lentamente, ma inesorabilmente si disgregava. Così, nella quiete dopo la tempesta, con lungimirante mossa politica la capitale dell’impero da Roma venne trasferita sulle rive del Bosforo sul sito dell’antica Bisanzio, dove, per oltre un millennio, rifulse in tutto il suo splendore la nuova Roma, la gloriosa Costantinopolis, la città di Costantino il Grande. Il cinico imperatore, spostando il baricentro da un Occidente degradato e minacciato da lotte di successioni e orde barbariche verso un Oriente molto più florido e vocato ai commerci a largo raggio, mutò per sempre il corso della storia. Nel 476 d.C., alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Costantinopoli divenne l’unica capitale di un impero, che dal 610, anno dell’ascesa al trono di Eraclio I, era divenuto ormai a tutti gli effetti bizantino, fungendo da ultimo baluardo cristiano al dilagare delle armate della mezzaluna. Dopo aver subito l’onta del saccheggio dei Crociati, che, nel 1204 profanarono persino la chiesa di Santa Sofia, e respinto eroicamente in diverse circostanze gli assalti turchi, il 29 maggio del 1453, Costantinopoli cadde. A nulla valse il disperato tentativo di resistenza dell’imperatore Costantino XI Paleologo. L’ultimo basileus, dopo aver tentato invano un fronte comune tra Chiesa cristiano-ortodossa d’Oriente e Chiesa cattolica romana d’Occidente, separate dallo Scisma del 1054, fu lasciato a combattere e a morire in battaglia quasi in estrema solitudine. La città dalle cupole d’oro, isolata e mal difesa, si arrese alle bombarde dei Turchi Ottomani, guidati dallo spietato sultano Maometto II il Conquistatore, che l’assediò sia dalla terra che dal mare, così come fece più tardi nel 1480 ad Otranto, autorizzando il brutale eccidio del vescovo, del clero e del popolo, barricati nella cattedrale lordata di sangue e trasformata in stalla, e degli ottocento martiri, decapitati sul colle della Minerva, sia per non aver abiurato la religione cristiana sia per aver lanciato in mare le chiavi del fiorente borgo turrito in segno di sfida. I Turchi non erano più un miraggio; si erano aperti un varco attraverso il Salento: porta d’Italia e d’Europa.

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Basilica di Santa Croce, Lecce. Presa di Otranto dall’altare di S.Francesco da Paola

Con un volo pindarico, sulle note del canto del cigno, torniamo al capezzale del moribondo paganesimo, lacerato nella membra da Costantino e trafitto al cuore da Teodosio, abile nel ricompattare l’impero romano nel mirino delle popolazioni barbariche, in primis i Goti, che scalpitavano lungo i confini. Nel 380 d.C. con l’editto di Tessalonica, promulgato dal generale vittorioso acclamato augusto, il cristianesimo divenne l’unica religione consentita (religio licita) e tutti gli sforzi furono protesi nel far rifulgere, in un cielo popolato ancora di idoli, l’astro di una divinità una e trina nel respiro del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ossia di Gesù Cristo Figlio di Dio, generato e non creato della stessa sostanza del Padre, confutando e condannando l’eresia ariana già bandita dai vescovi riuniti a Nicea. L’inizio della fine era segnato e sfociò con lo smantellamento dei templi pagani destinati ad inabissarsi nella polvere del tempo. 

testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

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One comment to Alle radici pagane del divino

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