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ROMA appunti di viaggio

ROMA (sensazioni, impressioni, memorie, appunti di viaggio).

Abbiamo trovato ospitalità presso le suore benedettine del convento di Santa Cecilia, a Trastevere. E’ stato qualcosa che non dimenticherò mai. La loro bontà, le sacre mura del luogo, al cui interno una pace disarmante ed un silenzio innaturale ti avvolge fino alla tua anima ritemprata. La sera addormentarsi con lo sguardo sul soffitto di legno, al mattino affacciarsi sul chiostro secolare. La chiesa, dove fanno la messa alle 7.30 del mattino per una sala praticamente vuota, cantando con una voce argentina, con una fiducia incrollabile. Dove dall’alto del mosaico sopra l’altare si erge un Gesù benedicente con la mano alla maniera greca, in una sorta di comunione con l’oriente, proprio da qui, dalla culla del rito occidentale. Il Tevere scorre placido, come chi ha visto talmente tanto che comprende appieno quanto sia inutile accapigliarsi così, oggigiorno. Per chi, per cosa? Meglio godersi la vita semplice. Come cercare un posto per mangiarsi una carbonara, per godersi un grosso maritozzo. Anche questo è ROMA. In un vicoletto appena prima di attraversare Piazza Navona, si nasconde l’antica Libreria Cascianelli, un luogo fuori dal tempo, sopravvissuto per qualche delizioso miracolo nella città del terzo millennio. Varcare questa porta ti riporta al XIX secolo, non solo per i vecchi libri ma per l’intero arredamento. Le vetrine, dotate di un meccanismo che consente loro di arretrare scorrendo su rotaie apposite, celando una porta che conduce a stanze segrete, ti invitano sornione a entrare. Fondata nel 1909 e gestita da tre generazioni di librai, la libreria antiquaria traslocò nel 1950 negli spazi di oggi, che erano un tempo una sartoria ecclesiastica sin dal 1830. E’ una vera e propria wunderkammer, una camera delle meraviglie ottocentesca, avvolta in boiserie originali e scaffali in vetro soffiato popolati da opere che trattano di medicina, botanica, letteratura e storia romana così come le prime edizioni di testi di religione, scienze e arte. Fra cimeli, oggetti scientifici e d’arredo provenienti dal passato e da luoghi lontani, gli occhi ti si spalancano sognanti, qui dentro, un vero e proprio covo di umanisti. Ha richiamato da sempre collezionisti, bibliofili, personaggi come Onassis, Greta Garbo, il Barone di Westbury, Leonardo Sciascia e Papa Giovanni XXIII. La signora Valentina è stupenda. Guardare gli antichi graffiti sui muri è una mia grande passione (anche se qualcuno mi guarda strano mentre mi osserva che sto a guardare il muro). Sotto porta San Sebastiano, fra le possenti Mura Aureliane, c’è un’opera meravigliosa, che la solita mano sconosciuta (ma che aveva a cuore la memoria) ci ha tramandato: l’Arcangelo Michele trafigge il demonio, e accanto un’iscrizione in latino riporta: “L’anno 1327, indizione XI, nel mese di settembre, il penultimo giorno, festa di S. Michele, entrò gente straniera in città e fu sconfitta dal popolo romano, essendo Jacopo de’ Ponziani capo del rione”. In quegli anni, la sede papale era stata spostata ad Avignone, mentre Roma aveva allacciato rapporti con Ludovico il Bavaro. Le famiglie ghibelline romane parteggiavano per l’Impero, quelle guelfe erano fedeli al papa. Il 29 settembre 1327, i soldati del guelfo Roberto d’Angiò provarono ad entrare in città da questa porta ma vennero respinti dai romani, guidati da Giacomo Ponziani. Tutto, in un graffio lasciato sulla pietra. Cosa ci resterebbe senza memoria? Questa città riserva una storia ad ogni angolo, alcune più celebrate, altre quasi misconosciute, per lo meno ai nostri giorni. Come la statua di Pasquino, che chissà da quanti secoli ha animato la vita dei Romani, quelli cui non era consentito di esprimere apertamente il proprio pensiero. Accadeva così che satire, brevi composizioni in versi e strali di ogni tipo, scritti per colpire i potenti, i nobili boriosi, persino il Papa, con velenosi e caustici epigrammi, venivano affissi di notte accanto a questa statua “parlante”. Era lo “sfogatoio” dei Romani, un pò quello che accade oggi per tanti che utilizzano i social. Soprattutto fra XV e XVI secolo fu molto utilizzata. Eppure era una statua di ottima fattura, antica, di cui già all’epoca non si conosceva più la provenienza. Ma da secoli giaceva malconcia, era ormai un torso marmoreo informe, senza gambe né braccia, il viso privo di naso, le occhiaie vuote e spettrali. Oggi nessuno vi appone le proprie invettive. E forse, nessuno le leggerebbe più.

La Diva. Sembra essersi messa sorniona ai miei piedi, da quassù. Ma non è così. E’ il contrario. Non esiste niente come lei, nessuna come lei. In alcuna parte del mondo, una città si è alzata, è cresciuta, è caduta, si è rialzata, ha guidato il mondo, come lei. Ogni angolo di se stessa è una memoria, un racconto, una lotta, una resistenza. Ogni cosa di lei, ogni sua pietra, ha continuato a esistere, a erigersi una sopra l’altra, sopra i secoli, sopra le glorie e le infamie, la fede e la blasfemia. Sia quando comandava il mondo, che quando era merce di stupro, e i parassiti le asportavano pezzi, sfrontati come pulci sul pelo di un cane. Ma le pulci sono rimaste tali, diventate meno di polvere, e persino dalle sue rovine, Roma è rimasta un gigante. E noi ci passiamo dentro, sentendoci nell’ombelico di tutto, all’ombra delle statue di imperatori e memorie della Grecia, mentre il Tevere gorgoglia il suo fardello del tempo passato, i gabbiani sorvegliano il Colosseo, la Colonna Traiana continua a raccontare vivida la Storia, e tutto intorno, col cuore in subbuglio per ogni suo sussurro che vorresti ascoltare nel frastuono dei turisti, il sole illumina ogni cosa abbacinante, ultimo testimone del faro che illuminò le tenebre.

Camminando fra i trionfi barocchi di queste chiese ci si imbatte in una galleria di opere del Caravaggio. Nella basilica di Sant’Agostino c’è la splendida Madonna dei Pellegrini, che il Maestro ritrasse, assieme ai due poveri fedeli, come di consueto con un realismo abbacinante. Nella chiesa di San Luigi dei Francesi vi sono addirittura altri tre capolavori assoluti del Nostro: il Martirio di San Matteo, San Matteo e l’angelo, e Vocazione di San Matteo. Abbagliante quest’ultimo, come il fascio di luce che entra in un ambiente che richiama un’osteria e degli avventori vestiti alla moda assolutamente contemporanea al Caravaggio stesso. Un gigante dei pennelli, che si destreggiava come una divinità, fra le luci e le ombre, delle tele e della natura umana.

In piazza Albania abbiamo salutato Scanderbeg, il grande eroe albanese che le diede di santa ragione ai turchi, salvando di fatto l’avanzata islamica in Europa. Per questo il Papa lo chiamò “Atleta di Cristo”. A Roma c’è ancora la sua casa. Fa parte anche lui della famigliola mia e di Linda. A Campo dei Fiori un saluto a Giordano Bruno, martire arso vivo dalla Chiesa, ai tempi in cui un Galileo Galilei doveva chinare il capo e dire “si, avete ragione voi”. Giordano gli disse no. Fortunatamente quei tempi sono passati, con tutta la loro crudeltà. Una carezza sul cuore passare casualmente da una via, e scoprire dove nacque Alberto Sordi: l’epigrafe lo ricorda, perché la casa fu rasa al suolo. Passare da via Rasella invece è un turbine di pensieri, è un tornare indietro al secolo orribile, alla guerra mondiale, una guerra che a ben guardare non è mai finita, nel cuore di tante, troppe famiglie italiane. C’è un’onirica leggenda in un vicolo, oggi tappezzato di tavolini, dove si trova un grande masso con una fenditura: secondo la tradizione, sarebbe la roccia contro la quale il paladino Orlando avrebbe tentato invano di spezzare la sua spada prima di nasconderla. Passeggiando fra i grandi monumenti, e chiese costruite sopra i templi pagani, il cuore trabocca di ogni specie di sentimento, a volte inesplicabile. Come quello che provi entrando in un bagno e trovandovi una grande libreria, dove ci dicono che la gente porta e scambia libri. Roma, sei unica.

Quando il grande Johann Heinrich Füssli venne qui, nel 1770, lo colse quel grande capogiro che prende tanti di noi che attraversiamo questa città straordinaria. E lo rivelò così efficacemente in un disegno a seppia e sanguigna denominato “La disperazione dell’artista davanti alle rovine”, raffigurante un uomo sopraffatto emotivamente e fisicamente da alcuni frammenti del Colosso di Costantino, una celebre statua alta 12 metri di cui è giunto fino a noi giusto qualche pezzo. Erano gli anni in cui Winckelmann diceva che le opere antiche suscitano serenità e quiete, mentre lui invece parla chiaramente di emozioni forti e vere, che investono l’uomo, non solo l’artista, di un fiaccante senso di inadeguatezza e di smarrimento. Ecco, attraversare Roma, ancora oggi, causa questa “disperazione”, in questi disperati tempi che siamo costretti a vivere.

Mi sono fermato sul luogo dove pugnalarono Cesare. Chissà come sarebbe andata la Storia, su quel gruppo di cospiratori avessero avuto un piano B, una nuova idea di Roma, da portare alla città. Alla fine si comportarono come una banda di giovinastri che l’hanno fatta troppo grossa. Bisogna cullare ideali, sognare, ardire. Perché per tutti noi la via d’uscita alla vita è sempre quella porta. Varcata la quale dovremmo pur lasciare un fiore, come un senso, sul nostro cammino. La Via per eccellenza dei Romani era l’Appia. Su quella strada fondarono il loro Impero. Eppure a percorrerla sembra di attraversare un cimitero. Ai suoi lati è un infinito susseguirsi di tombe e lapidi con un’ultima iscrizione. Un saluto alla vita. Ve ne riporto qualcuna: “Mi ha rapito il Sole”, dice una. Ed un’altra: “Tu che leggerai queste parole, che tu possa amare ed essere amato fino a quando verrà la tua ora”. Quanto è grande l’animo umano, se riponiamo i nostri odii, l’orgoglio, le rivalse, le nostre supreme convinzioni? Cosa importa veramente di tutto ciò? La vita sembra breve, eppure è lunga, credetemi. E’ che ne sprechiamo troppa, in cose, pensieri, azioni futili. Camminare lungo l’Appia, sotto il fruscio dei suoi grandi alberi, illumina il nostro cielo interiore come una grande stella, una gemella del sole, che ha fatto nido nel nostro buio. E io vi auguro di camminarci sempre, su questa strada, sia essa proprio l’Appia o quella che avete adesso sotto i piedi. Qui trovai il senso del Cammino. Guardavo le sue pietre, i sedili, le lapidi, le statue. Pensavo ad un certo punto, magari proprio in questo punto si fermò Cesare a meditare. O un viandante senza nome, a riposare. Oppure Catullo, a scrivere una poesia. Proprio qui, su questa lastra dove mi sono fermato. E tutti avranno ad un certo punto alzato gli occhi al cielo e guardato lo stesso spicchio di cielo che sto osservando io in questo momento. Viene da augurare “buon cammino”, a chiunque stai pensando, qui. A chiunque mi sta ascoltando, adesso. Pare che Aristotele una volta disse: “Platone è mio amico, ma la verità mi è ancora più amica”. Beh, l’importante è camminarci incontro. Lo specchio dell’anima autentica di Roma si trova sulla via Appia antica. Le catacombe dei primi cristiani, le ville degli imperatori, la grande torre del mausoleo di Cecilia Metella. Le chiese paleocristiane, i grandi tumuli funerari diventati masserie agricole nel 1600. Ho visto la casa del cardinale Bessarione, un Papa mancato, un uomo d’oriente (chissà come avrebbe rivoluzionato la Chiesa romana), che amava i libri talmente tanto che non fece altro che accaparrarsene, tutta la vita, in tempi in cui erano rari e preziosi, ed in un caso fu veramente provvidenziale. Prima dell’arrivo dei Turchi nel mio Salento, fece un “prelievo” anche dall’antica abbazia otrantina di Casole, prima che questa finisse incendiata. Oggi ben pochi la ricordano. Eppure… C’era un sogno che era Casole, un tempo, un’antica abbazia posta nel punto più a est d’Italia, come un ponte fra Occidente e Oriente, fra lingue, riti, razze diverse, così come era Otranto, prima che tutto venisse distrutto dai turchi nel 1480. San Nicola di Casole era molto più di una semplice comunità monastica, era una sorta di “college” universitario, una biblioteca, forse la più grande biblioteca del tempo, dove gli studenti accedevano ai libri, in un luogo di cultura che divenne un faro per tutto il meridione d’Italia. Ripenso a tutto questo, camminando lungo l’Appia. Dalla via, partono sentieri fascinosi che si inoltrano nelle campagne, ed ognuno sembra dire “vieni da me”. Il paesaggio è decorato da alti cipressi che, alternato a maestosi pini, svettano verso un cielo terso. Tutto intorno le lapidi delle tombe, con le iscrizioni che cantano come una Spoon River le vite sepolte lì sotto. Ve ne riporto altre: “Titiena al suo uomo”. In quattro parole la memoria di un amore, di una moglie, del marito perduto. C’è la tomba di una bambina. L’iscrizione la ricorda così: “Terra, sii leggera su di lei come lei lo fu su di te”. Persino la tomba di un cane: “Guardiano dei carri, non abbaiò mai invano. Ora tace. Un’ombra veglia sulle sue ceneri”. Per i Romani la vita e la morte camminavano sempre assieme. Fra un’eco incessante di passi, a volte roboanti come la marcia di una legione, altre appena percettibili come il sommesso procedere di un pellegrino solitario, un gregge di pecore bianche. In lontananza solo il lontano rumore della modernità, il traffico, gli aerei di Ciampino. Accanto a questa via, dove sfilarono in fila soldati e commercianti e viandanti di ogni genere, si trovano sepolcri ma anche il grande circo di Massenzio. Tutta l’esistenza umana trova qui memorie della propria traccia ed insieme della propria fine.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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