Masseria La Grotta, scrigno antico del Passato

Perlustrando le vaste campagne e le grandi distese olivetate del litorale leccese, nella zona di massima allerta per la gente che qui viveva nei secoli XV-XVIII, periodo di brutali scorrerie turchesche, cercavo una delle tante masserie fortificate che fungevano da base operativa per il lavoro nei campi, ma anche sistema di avvistamento e difesa, prima dell’accesso alla città di Lecce.

Cercavo Masseria La Grotta. Su questo edificio non ero mai riuscito a trovare informazioni, inoltre la sua posizione la rendeva invisibile, anche alla lontana, girovagando nei dintorni, così, dopo un’occhiata a Google Maps, localizzato approssimativamente il luogo, decisi di raggiungerlo.

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Partendo da Torre Rinalda, una delle torri costiere di questa zona, la masseria si trova nell’entroterra, a circa un chilometro in linea d’aria…

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…ci sono alcune centinaia di metri di tratturi e muretti a secco da superare, uno di essi ingloba un monolite…

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…le pagghiare la fanno da padrone, intorno…

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…e finalmente, lei!

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Appena si arriva al suo ingresso, sulla destra attira il mio sguardo una costruzione addossata al muro di cinta. Per la sua altezza, sembrerebbe un luogo di ristoro per cavalli. Ma forse mi sbaglio…

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…la parte più antica dell’insediamento è la torre. Non ho trovato tracce della sua costruzione, ma siamo nell’antico feudo di San Marco, a due passi dalla grande cattedrale fra gli olivi che è Cerrate, abitata fin dal XII secolo, poco distante dalla foresta di Lecce, pertanto in un luogo fondamentale per il controllo del territorio e la sua difesa. Viene riportata nel Capitolo di Lecce del 1672 nel quale si fa riferimento ad una grotta di ampie dimensioni, capace di ospitare cinque coppie di buoi. Questo insediamento doveva essere legato essenzialmente alle attività di allevamento e pastorizia.

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Questo particolare della grotta mi incuriosisce molto, è raro trovare ambienti ipogei in queste masserie, che non siano frantoi. Quindi, decido subito di cercarlo, ed in fondo a queste arcate che si aprono sul piazzale antistante, si intravede un crollo…

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…l’ipogeo si trova proprio lì sotto…

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…cautamente, vi discendo… strisciando attraverso i conci crollati, fino a rialzarmi, nell’ambiente sottostante… un finestrello, in alto, procura la luce…

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…mentre, voltandomi dietro, si vedono due accessi, di due altri ambienti posti l’uno di fronte all’altro…

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…forse erano davvero delle stalle…

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…entro anche nell’altro…

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…certo, delle stalle ben fresche! Raro trovarle sotto terra. Magari, in origine però nacquero per altre destinazioni. Comunque, vista la descrizione pervenutaci, mi resta il dubbio se la grotta citata sia proprio questa: cercherò nei dintorni della masseria, per fugare ogni dubbio.

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La masseria nasconde diversi silos, per custodire derrate alimentari… questo qui sopra è ancora visibile all’interno, ben scavato…

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…mentre gli altri sono interrati.

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Stalle, questa volta a piano terra…

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Il livello del cortile è interamente roccioso.

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La torre si apprezza meglio dal cortile posteriore, anche questo interamente di roccia…

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Un albero secolare sfoggia ancora tutta la sua vitalità…

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Interessante il grande forno…

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…rimasto miracolosamente intatto! Dalla cupola enorme, un piccolo capolavoro artigianale, che potrebbe ancora degnamente funzionare!

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Mi arrischio a salire le scale per il piano superiore, consumate letteralmente dai secoli…

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…un caminetto, per il riscaldamento…

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…alcuni “conti”, segnati in carboncino sul muro, del lavoro del massaro…

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…c’è ancora persino il gabinetto, collegato alla latrina a piano terra.

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Uscendo sul terrazzo, una piccola porticina fa da ingresso alla torre colombaia…

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…che completava l’economia di casa, in questo avamposto solitario sull’Adriatico…

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…la postazione del “bombardiere”: da qui, in caso di assedio, ci si difendeva gettando dalla caditoia (posizionata sull’ingresso) tutto ciò che si possedeva per scoraggiare l’assalitore.

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E qui, saliamo sul punto più alto della torre…

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…da cui si vede la linea difensiva, che corre quasi parallela alla costa, delle altre masserie-torri, disseminate fra gli olivi. Non mancano documenti che descrivono la crudeltà e la frequenza  di scorrerie turche, fino alla fine del ‘700. “Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto Salve e Murciano, arrivarono alla masseria a tempo che li massari mungevano le pecore, s’impadronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando uno vellano tirava le porte un turco li tirò una archibugiata e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono delle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri l’avessero avvisto di niente”…

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Non mancano le fonti che narrano anche di Cerrate (sopra), che si nominava prima, situata a poca distanza da qui: “A 27 settembre 1711 di domenica la notte li Turchi scesero nella torre di Specchiulla ed arrivarono a Cerrate e saccheggiarono la Chiesa, portandosene tutti li paramenti, sfreggiando l’immagine della SS. Vergine e del Crocifisso e tutta la gente che stava in detta massaria e delle altre dove passarono ne trasportarono da circa 44 persone tra maschi e femmine”…

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Scendo le scale, cercando di immaginarle invase di terrore…

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Un’altra stalla…

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…e dopo di essa, un ambiente dove compare questa struttura circolare, che probabilmente fungeva da frantoio, oggi ormai cancellato dalle spoliazioni…

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…sopra di esso, la classica e bellissima volta, che resiste ai secoli meglio delle costruzioni moderne…

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Confesso che guardando questi ambienti, avrei preferito nascere ai tempi della loro vita, o anche fino all’Ottocento, quando continuavano ad essere vissuti ed abitati, perché ancora in questo lembo di terra non era giunto il cambiamento della nascente società industriale…

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…da queste disadorne finestre, si affacciava gente semplice che non aveva molti pensieri, per la giornata, se non quello di lavorare nei campi e pascolare gli animali…

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…certo, convivevano con l’incubo turco. Ma proprio per il fatto che vivevano qui, avevano fatto una scelta di resistenza. L’intera masseria è una testimonianza della loro forza d’animo.

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Il muro di recinzione dove erano custoditi gli animali è il cosiddetto “paralupi”, ricavato ingegnosamente con una curva che impediva ai lupi (a quei tempi presenti nella circostante e oggi non più esistente Foresta di Lecce) di scavalcare per predare le pecore.

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Prima di lasciare questa masseria, lo sguardo mi cade sulla pietra di volta dell’arco di accesso: vi è incastonato un volto apotropaico, il classico senza-volto che fungeva da spauracchio, contro gli spiriti maligni. Certo, somiglia anche a certi segnacoli funerari di epoca romana… chissà se non si tratta di un elemento di reimpiego. Ma senza prove è inutile anche congetturare!

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… E poi, mi rendo conto della grande strada lastricata che congiungeva l’insediamento alla storica Via del Carro, che le fonti dell’epoca descrivono continuamente solcata dai carri che trasportavano i prodotti della terra, da Lecce a Otranto…

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…una strada che, nonostante non ne restino molte tracce, lascia ancora intuire come la lezione dei Romani non fu mai dimenticata in questa terra, dove comunque il fondale roccioso affiorante non rendeva necessaria la costruzione di grandi arterie lastricate. Un luogo, che è esso intero una lezione, per i giovani figli di Terra d’Otranto.

(un ringraziamento particolare al caro amico professore Antonio Costantini, per l’amore che ha infuso in me per le nostre campagne dimenticate, e per la citazione delle fonti storiche da lui trovate per Congedo Editore)

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