Nelle viscere dell’Acquedotto di Lecce

E’ stata un’emozione unica, per il geologo Stefano Margiotta, poter discendere ed esplorare l’acquedotto e il pozzo “Cozza Guardati”, una grandiosa opera idraulica eseguita a cavallo del 1900 con lo scopo di fornire di acqua gli abitanti di Lecce e non solo. Un incredibile libro scritto nella roccia e nel sottosuolo, dove si legge di geologia, idrogeologia, archeologia industriale, ma anche di storia di Lecce, che merita di essere portata alla conoscenza di tutti.

La siccità è sempre stata per il territorio della Terra d’Otranto un problema atavico, col quale i suoi abitanti hanno lottato e convissuto sin dagli albori della Storia. Ancora sul finire del XIX secolo, la scarsità d’acqua provocava morie di bestiame nonché il diffondersi di epidemie e pestilenze tra le popolazioni. Gli anni fra il 1867 e il 1886 furono particolarmente critici, come ha annotato il celebre studioso Cosimo De Giorgi, “il colera mieteva centinaia di vittime, soprattutto nelle classi agricole ed operaie, tanto nel barese come nel leccese, specialmente dove il terreno era permeabile e le acque sorgive superficiali”.

acquedotto di Lecce pozzo cozza guardati

A Lecce la situazione era particolarmente preoccupante, all’epoca. L’approfondimento del pozzo venne eseguito nel luglio del 1888, mese in cui vennero misurati soli 0,5 mm di pioggia dalla stazione meteorologica leccese. Tuttavia “ben presto, a circa m 54,80 sotto il piano delle rotaie si trovarono sorgive che aumentarono la portata del pozzo da 9 metri cubi a 100 metri cubi circa per ogni 24 ore. Si impiantarono allora in prossimità del fondo due pompe a mano assicurando una potenzialità d’esaurimento fino a circa 200 m3 al giorno. Ma tali previsioni vennero ancora oltrepassate dalla portata del pozzo, che raggiunse alla fine del dicembre 1888 la portata di circa 280 m3 al giorno, rendendo impossibile di oltre proseguire i lavori coi mezzi di elevazione d’acqua allora disponibili nel pozzo.

Si era frattanto raggiunta la quota di metri 65,00 sotto il piano delle rotaie e cioè di metri 15 sotto il livello del mare. Rapporto alla quantità d’acqua l’unito quadro grafico che dà le portate del pozzo per diverse quote del livello d’acqua, riferita al fondo del pozzo approfondito, lascia supporre che la portata avrebbe un nuovo incremento. Non si potrebbe però asserire se col procedere ad un ulteriore affondamento la qualità dell’acqua si manterrebbe costante; tutto anzi darebbe a ritenere che l’incremento dei cloruri potrebbe accentuarsi in modo da compromettere la idoneità per l’alimentazione delle caldaie e forse anche per gli usi domestici”. Il buon esito dell’approfondimento del pozzo delle ferrovie “fu un elemento prezioso di riprova conquistato dalla scienza. Da esso ebbe origine il pozzo [dell’acquedotto cittadino]. Una volta accertata l’esistenza di un livello acquifero di acque copiose nel sottosuolo di Lecce venne in mente alla nostra amministrazione municipale di servirsene per i bisogni igienici della nostra popolazione e si rivolse all’architetto Conte Adolfo Cozza, il quale si associò per la esecuzione il signor Roberto Guardati che con piena fiducia nella scienza si buttò a capo fitto nell’opera, alla quale una gran parte dei nostri Ateniesi preconizzavano un’infausta riuscita”.

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L’acquedotto leccese venne inaugurato il 28 agosto 1906, portando l’acqua in superficie “con un impianto di sollevamento a guisa di noria d’invenzione del Guardati la cui portata si appalesava costante ed intorno ai 2700 mc nelle 24 ore pari a litri secondo 31,25 la popolazione leccese l’accolse festosamente, non solo, quant’anche la esportò in terra di Bari. Infatti, tra il 1911 ed il 1913, periodo caratterizzato da estrema scarsezza di piogge e culminato, come già accennato, in una “terribile siccità”, “si esaurirono le acque della maggior parte dei pozzi della Terra d’Otranto e l’Acquedotto Leccese fornì acqua potabile non solo alle popolazioni del leccese ma anche a quelle del barese”; mentre durante la Grande Guerra “furono spediti giornalmente e per tre anni circa 3000 m. cubi a Brindisi per le navi militari ancorate in quel porto”. Nel 1929, l’acquedotto leccese passò all’Ente Acquedotto Pugliese risultando “quanto mai utile poiché le sue acque sono state riversate nel Grande Sifone leccese in aggiunta ed integrazione delle acque del Sele, specialmente nei cicli d’interruzione. […] Il tributo è stato sempre discreto, poiché in tempo di magra la falda rendeva nell’anno mc. 1.339.534 pari a litri secondo 42,27, come nell’anno 1948-1949, e nell’anno della più alta resa, il 1956-1957, è stato di mc. 2.729.643 pari a litri secondo 86,55 sopravvenuto nel 1959 l’inquinamento della falda ogni espurgo prolungato è risultato vano, in quanto le analisi hanno rivelato la presenza di detersivi non biodegradabili e l’acqua nemmeno utilizzabile a scopo industriale. Questo patrimonio tanto faticosamente realizzato sarebbe stato così sciupato dall’uso indiscriminato delle voragini per scoli di acque luride”. In seguito, a più riprese l’Acquedotto Pugliese ha provato a rendere nuovamente fruibile l’opera idraulica mediante emungimento in continuo protratto per lunghi intervalli di tempi, senza purtroppo riscontare significative variazioni della qualità delle acque. Il mancato apporto del pozzo Cozza-Guardati negli ultimi 45 anni, che ha peraltro coinciso con un trend negativo dei valori della piovosità totale annua registrata a Lecce con un minimo inferiore a 400 mm/anno misurato nel 1989, ha senz’altro reso più acuto il problema del locale approvvigionamento idrico.

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La galleria drenante del pozzo Cozza-Guardati.

Sopra, l’estremità settentrionale della galleria alla base del pozzo a sezione quadrata.

Con l’entusiasmo tipico di chi svolge il proprio lavoro con autentica passione, scrive così Stefano Margiotta sul suo profilo facebook: “Portiamo i bambini a vedere questo pozzo, facciamoli accompagnare dai genitori, portiamo nuovo turismo, facciamo cultura. Facciamo un progetto per restituire il pozzo Cozza Guardati a tutti i leccesi e non solo. Renderlo fruibile, valorizzarlo si può. La storia idrogeologica delle acque di Lecce merita molto più di un pesciolino rosso nei sotterranei di palazzo Adorno. Il pozzo è stato già inserito nei siti di interesse geologico negli approfondimenti per il PUG. Ringrazio AQP per l’opportunità”!

(Ringrazio per questo articolo l’amico Stefano Margiotta, per le notizie e le sue fotografie. Mia fonte è stato anche un testo pubblicato in rete (consultabile a questo link) firmato da Marco Delle Rose, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, al cui testo si riferiscono anche le ultime due immagini qui pubblicate).

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