Martano: Dal villaggio aperto al borgo fortificato

Turbata saltuariamente dal sibilo di qualche serpente di ritorno nella tana e dal canto stridulo delle civette messaggere di una fata da secoli sonnecchia imprigionata tra le sue pietre in una gabbia dorata. Monumento in ricordo dell’alterigia di predoni, che, in segno di sfida, volevano sfiorare il cielo con un dito e invece rimasero in trappola sotto un cumulo di macerie, la “specchia dei Mori”, se la interroghi come un oracolo parla, rievocando storie lontane, alcune delle quali scorte dall’alto della sua vetta, la più maestosa del Salento, dove chi faceva da vedetta scrutava i pericoli che si profilavano dal mare. Conosciuta anche come “specchia del demonio” nominato custode, secondo la leggenda, di un tesoro introvabile, costituito da una chioccia e da dodici pulcini d’oro, nelle ore notturne è visitata dagli spettri dolenti di quei Mori silenti alla ricerca disperata dei loro miseri resti per assaporare il sospirato riposo.

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Da questo osservatorio privilegiato sull’altura della Serra del Foderà veniva controllato un territorio sconfinato, invaso da legioni romane, orde barbariche, truppe regolari ed eserciti di sbandati e di pirati. Porgendo l’orecchio tra le fessure del tempo rimbomba ancora l’eco dello sferragliare delle corazze dei legionari romani, che, con la spada sguainata, invocavano Marte, il rude dio della guerra. Del comando di ogni centuria ne rispondevano centurioni avidi e disposti a tutto pur di accaparrarsi il loro fazzoletto di terra dopo gli interminabili anni trascorsi sul fronte. A confortarli il desiderio irrefrenabile di partecipare alle spartizioni tra veterani per rifarsi una vita lontani dalla caotica Urbe, coltivando magari un orto o un campo di grano con la benedizione di Cerere e recitando una preghiera di ringraziamento ai Lari. Secondo la tradizione fu il centurione Martius Pegaseus a fondare l’insediamento di Martano motivo per cui venne ritratto sull’arme civica nel cuore di uno scudo sannita, tra due rami di quercia e di alloro, nell’atto di domare un cavallo imbizzarrito insieme al controverso cartiglio: VIRUM IN SILICES VERTIT MARTIUS PEGASEUS AEGIDE, ossia Marzio Pegaseo converte con lo scudo di Zeus, l’egida, l’uomo in pietra. Al di là delle teorie affascinanti, ma infondate, connesse al toponimo, che rimanderebbe per la sua radice mart alla morfologia del territorio o al culto di Marte e nonostante l’interpretazione discordante, espressa dallo studioso Gino Pisanò, secondo la quale Marzio Pegaseo non fu un centurione bensì lo pseudonimo di un erudito locale del XVI secolo, che, in virtù della sua erudizione, rendeva l’uomo forte come una pietra, l’impronta romana a Martano è tangibile e visibile. Si riscontra nelle tracce di centuriazione prima di venire dissolta dall’ondata colonizzatrice bizantina sospinta dal vento della grecizzazione sistematica di un territorio rimasto profondamente ancorato alle sue radici ellenofone e al fascino dei suoi monumenti megalitici come il menhir del Teofilo, denominato anche di Santu Tòtaru, ritenuto il più alto monolite di Puglia.

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Dopo una frequentazione a partire dall’VIII sec. d.C. ad Apigliano sopravvivono ancora i resti di un villaggio medievale abbandonato tra il XIV e il XVI secolo. Gli scavi archeologici, condotti dall’Università del Salento, hanno riportato alla luce le fasi relative al villaggio aperto (chôrion) bizantino e al casale angioino a cui è ascrivibile il piccolo tempio sconsacrato, dedicato a Santa Maria, ma noto come San Lorenzo, intorno al quale si estendeva una necropoli disseminata di tombe a lastroni, segnalate da cippi, caratterizzate da sepolture multiple, dove venivano deposti i defunti di uno stesso nucleo familiare per diverse generazioni, e da corredi funerari consistenti in oggetti di ornamento personale ed accessori di abbigliamento. La maggior parte degli inumati, avvolti in un sudario, conservava in bocca una moneta utile per riportare la datazione al periodo angioino. L’insediamento rurale medievale, popolato da contadini che dimoravano in abitazioni con alzato in terra battuta, nel corso di una ricognizione di superficie ha rivelato presenze di materiale ceramico compreso tra il IV sec. a.C. e il V sec. d.C.. Inoltre ha restituito diverse strutture ad uso della comunità medievale tra cui un forno del X sec. d.C. cosparso di cumuli di scarti di coltelli oltre a scorie legate all’intensa attività metallurgica connessa alla lavorazione del ferro e del rame. Un tassello importante per la ricomposizione del mosaico è costituito dalla chiesa tardocinquecentesca di Santa Maria, edificata su un primitivo edificio di culto risalente al XIII-XIV secolo e menzionata nella visita pastorale del 18 giugno 1608 di mons. Lucio De Morra in cui è citata un’iscrizione in greco a ricordo del portale ripristinato nel 1582.

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Insieme alle due masserie di Apigliano Grande e Apigliano Piccola rappresenta la cartina di tornasole della continuità di vita del feudo di Apigliano dopo l’abbandono del villaggio medievale innescato da guerre e carestie oltre alla propagazione a macchia d’olio dal 1348 della peste nera in tutta Europa. Verso la metà del XV secolo, dopo essere rimasta brutalmente esposta ai saccheggi dei predoni, la popolazione per motivi di sicurezza o per sfuggire, secondo la leggenda, ad un’infestazione di vipere e serpenti, si trasferì verso i limitrofi centri di Zollino e di Martano registrata dal 1468 come Terra di nuova fondazione seppur frequentata in età bizantina, sveva e angioina.

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Nel 1192 il casalis Martam venne concesso dal re normanno Tancredi al barone Giorgio Remanno che lo donò al figlio Tommaso. Quest’ultimo, a causa della sua politica filosveva, lo perse per decisione degli Angioini, che preferirono ricompensare Riccardo de Martano loro partigiano. Nel 1300 subentrò Goffredo de Castelli seguito da Rinaldo De Hugot che ricevette anche Calimera. Nel 1373 il feudo venne acquistato da Rinaldo Sambiasi fino a pervenire ad Antonello Gesualdo investito del titolo di dominus Terre Martani. Nel volgere di qualche secolo vennero abbandonate le case fatiscenti realizzate in terra rossa per realizzare un borgo fortificato, dotato di un impianto urbano regolare e di strade funzionali allo svolgimento della vita economica e sociale dei fuochi incrementati esponenzialmente. Dopo la morte del principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo, Apigliano era considerato suffeudo di Martano, che, già dal 1468, risultava munito di castello (castrum), mura e relativo fossato (portam et fossum ipsius Terre) per timore delle invasioni delle truppe dell’impero ottomano. Nel Catasto Onciario di Martano del 1746 il feudo disabitato di Apigliano seu Capigliano, posto sotto la giurisdizione civile e criminale del Feodo Maggiore di Martano, ricadeva tra la sterminata proprietà della Baronal Corte di Apigliano e i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno delimitati da muretti a secco. Nel 1468 il notaro Gabriele Gaietano rogò un documento nel quale venivano elencate le prestazioni feudali dovute ad Antonello Gesualdo feudatario di Martano e di Calimera. In questo arco cronologico il castello era già fortificato e immerso nel verde di un giardino di aranci ricadente tra le pertinenze della casata dei Gesualdo. Tra i suoi bastioni nel 1480 si rifugiarono i Martanesi, insieme al protopapas Nicola Massari, al sindaco Antonio Cornacchia e ai ricchi possidenti, quando giunse la terribile notizia del sacco di Otranto.

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A partire dal 1481, nel solco della strategia difensiva della Corona aragonese atta a scongiurare le razzie turche, il fortilizio venne ricostruito, raccordato alle mura civiche, protetto da un fossato e implementato con cinque torri, di cui è sopravvissuta soltanto quella dell’angolo nord-ovest adibita nell’Ottocento alla conservazione della neve. Recenti scavi a ridosso dell’antico circuito murario, collassato e in parte demolito nella seconda metà dell’Ottocento, hanno riportato alla luce sotto il basolato numerose fosse granarie o fovee destinate a stivare i cereali sottoterra. Degno di nota il torrione cilindrico costituito da una base scarpata, da un toro marcapiano e dotato di feritoie e cannoniera strombata. Alla morte di Gesualdo dal 1504 al 1532 governò il barone Teodoro Bucale, che, in qualche modo, si adoperò per proseguire i lavori del complesso dispositivo di difesa in previsione di cedimenti strutturali, che non tardarono a manifestarsi nel 1546 sotto Manilio Bucale citato in un documento relativo ad un’ala riservata a carcere criminale diventata pericolosa per i carcerati dopo una serie di crolli.

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Nel 1591 il feudo venne acquistato da Giovanni Delli Monti che lo cedette al figlio Giorgio. Nella seconda metà del Seicento, sotto la baronia dei Trane, il castello aragonese venne trasformato dall’architetto Francesco Manuli in lussuosa dimora gentilizia, a cui si accedeva attraverso un portale con bugne inclinate. Il piano nobile, collegato con una scalinata a due rampe delimitata da un’elegante balaustra ornata con foglie e volti apotropaici, venne riconvertito in camere da letto e sale di rappresentanza, le cui volte a mattrotta vennero affrescate con scene bucoliche, popolate di angeli, fiori e strumenti musicali, allegoria dell’armonia cosmica, e tempestate dei blasoni dei baroni Comi ultimi proprietari del maniero ingentilito. Nella seconda metà del Settecento per volere del marchese Sebastiano Gadaleta venne rimodulata integralmente la facciata, aprendo nuovi orizzonti sia all’architettura aristocratica, esibita da pochi fortunati privilegiati, sia all’edilizia povera, ma ricca di vita sociale delle case a corte, retaggio di famiglie meno abbienti di stampo patriarcale, come quelle disseminate lungo via Catumerea.

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Sulle facciate dei palazzi nobiliari (palazzetto Comi, palazzo Andrichi-Moschettini, palazzo Sergio, palazzo Micali, palazzo Pino), secondo le aspirazioni dei facoltosi committenti, tra mascheroni, cariatidi, chimere, foglie, fiori e animali mitologici, sbocciarono nella pietra mensole, archetti, balconi e portali fioriti, scolpiti dai “mastri scoltori” Donato Saracino e Tommaso Pasquale Margoleo, che lasciarono un segno, imitando sia i modelli barocchi di Giuseppe Zimbalo, sia quelli più austeri e severi di Francesco Manuli, accompagnati da motti latini, nello spirito di ostentazione delle nobili casate artefici con il loro vorticoso giro di affari dei destini della Grecìa Salentina.

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Il sentimento religioso, alimentato dal rito greco destinato ad essere soppiantato da quello latino, poté essere espresso nella chiesa matrice intitolata alla Beata Vergine Assunta. Riedificato su un luogo di culto preesistente nel 1596, come si desume dall’epigrafe HOC CIVES POSUERE DEI MATRIQUE DICARUNT incisa sul portale, l’edificio sacro adottò una pianta a croce latina scandita da tre navate. Nel 1742 la fabbrica, in seguito alla vendita di Pasquale Scurti e Rosa Chiriatti del “tenimento di case soprane e sottane con cisterna… sito e posto dentro le mura di essa Terra, nel vicinato di dietro la Chiesa… per farsi il coro alla detta Matrice Chiesa” interessò un intero isolato fino al punto che ne scaturirono cinque navate mirabilmente ornate di altari barocchi scolpiti nella pietra tra i primi del Seicento fino al 1850 e intitolati alla Madonna Annunziata, con tela del celebre pittore leccese Oronzo Tiso; all’Immacolata, con tela del pittore Cesare Fracanzano; al Santissimo Sacramento; alla Natività; alla Resurrezione di Gesù; alla Madonna del Carmine e al Crocifisso. La statua dell’Assunta, protettrice di Martano, originariamente collocata all’interno sull’antico altare maggiore, venne traslata in una nicchia ricavata sul portale esterno di stampo rinascimentale. Nell’ottica di impreziosire la facciata esso venne delimitato da colonne sorrette da due leoni stilofori recuperati anch’essi dal tempio precedente. Il prospetto in stile barocco, intervallato da lesene, venne esaltato ricorrendo all’artificio di un timpano triangolare spezzato, inserito armonicamente nell’ordine superiore ornato con angeli, ghirlande, basilischi, uccelli, mascheroni e sirene.

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Un timpano triangolare spezzato, affiancato da due statue, venne prescelto anche per la composizione della facciata della chiesa dell’Immacolata ultimata nel 1664 e restaurata nel 1870 a spese della Confraternita omonima così come si evince dall’epigrafe incisa sul medaglione collocato sul fastigio: FASTIGVM HOC PIE/ ALOYSIO GRASSI/ RESTAVRAVIT MDCCCLXXI. Contestualmente, ai lati del portale sontuosamente ricamato, vennero aperte due finestre poste in asse con le nicchie del piano superiore, dove erano alloggiate le statue degli apostoli Pietro e Paolo. In segno di autentica devozione venne restaurato lo splendido altare barocco, traboccante di stucchi dorati, incastonato con la tela della titolare nella parete di fondo del tempio ad aula unica con copertura a volta finemente decorata con elementi floreali.

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Nel 1652, così come recita la data scolpita sulla facciata, venne aperta al culto la chiesa dedicata alla Madonna del Rosario. Fortemente voluta dai Domenicani, che dimoravano nel convento ad essa attiguo, edificato qualche decennio prima, venne arricchita con un portale sormontato dalla statua del fondatore dei Padri Predicatori, San Domenico di Guzman, mentre sul timpano spezzato venne collocata la statua a mezzo busto della Vergine col Bambino nelle vesti di madre misericordiosa e vittoriosa.

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L’interno a tre navate, voltate a botte ribassate con lunette, venne corredato da tre altari barocchi per lato dedicati rispettivamente a San Pietro Martire (1725), a San Caterina da Siena e alla Circoncisione di Gesù (a sinistra), a San Tommaso d’Aquino (1741), all’Arcangelo Michele (1736) e alla Crocifissione (a destra), oltre all’altare maggiore, in marmo policromo commissionato nel 1752 a Napoli a Gennaro Cimafonte. Pregevoli le tele della Pietà, a firma di Alessandro Fracanzano, e della Circoncisione di Gesù, attribuita ad A. Donato Orlando, oltre al settecentesco organo. Nel corso della seconda metà del XIX secolo il monastero venne convertito in sede municipale. A partire dal 1893 il prospetto assunse i connotati neoclassici e il ricordo della permanenza dei Domenicani si perse nel rumore dei loro passi, che sembrano rimbombare ancora nel chiostro insieme alle loro voci impegnate in dispute teologiche e a sollecitare la popolazione a recitare il santo rosario.

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In contrada Sinobbie, riecheggiante la presenza di un cenobio bizantino, si insediarono i Cistercensi, stabilendosi nel monastero di Santa Maria della Consolazione fondato dagli Alcantarini l’11 gennaio 1686 sulle vestigia dell’eremo basiliano di “Liori”. Per la fabbrica conventuale, realizzata a spese del popolo martanese e con elargizioni di Oronzo Trane, duca di Corigliano d’Otranto, e Antonia Protonobilissimo, duchessa di Muro, venne utilizzato materiale di risulta proveniente dagli eremi bizantini di San Giorgio e San Biagio. Dopo la cacciata degli Alcantarini, in seguito alla soppressione napoleonica degli ordini religiosi del 1806 e lo sfratto esecutivo del 1881, il desiderio di ritorno all’osservanza della Regola di San Benedetto, nel solco dell’umiltà, della solitudine e della povertà, il 21 marzo del 1926 spinse i monaci benedettini-cistercensi dell’abbazia di Casamari a prendere possesso della struttura martanese concessa dai baroni Comi. Nel complesso monastico, oasi di pace e di preghiera, ma anche faro di arte e di cultura sono presenti una biblioteca, intitolata a padre Placido Caputo, dove sono custoditi fondi librari pervenuti da donazioni e lasciti di studiosi e benefattori,

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e un museo-pinacoteca, dedicato al pittore gallipolino Giulio Pagliano. All’ombra della fontana, progettata da padre Girolamo Carrano, intorno al porticato, che abbraccia un giardino sempre in fiore, è attivo un laboratorio di erbe officinali per distillare e confezionare liquori, amari, tisane, decotti e confetture, sulla scia di antiche ricette tramandate di monaco in monaco nel solco degli insegnamenti di Fra’ Domenico Palombi. A differenza delle modifiche radicali, che hanno interessato il monastero, la chiesa ad esso annessa ha mantenuto inalterato l’aspetto originario. Essa presenta un prospetto seicentesco disadorno e lineare, a cui fa da contraltare un interno traboccante di decorazioni e stucchi tardo barocchi immersi nel raffinato cromatismo accentuato da otto monofore, da cui si diffonde la luce. La pianta a navata unica a tre campate accoglie sei cappelle dedicate a San Pasquale Baylon, a San Domenico di Guzman, a Sant’Antonio da Padova (a destra), al Crocefisso, alla Madonna e all’Annunciazione (a sinistra). Sul fastigio del maestoso altare maggiore risalente al 1691 è incastonato un quattrocentesco affresco della Madonna della Consolazione, proveniente dall’antica chiesa alcantarina. La pavimentazione originaria in ceramica maiolicata del 1600.

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Tra portali barocchi e fontane della “Biennale di Scultura” all’ombra della torre, residuo del poderoso castello della Terra medievale, lentamente continua a scorrere la vita di quella che secondo Oronzo Parlangeli fu la “piccola capitale” della Grecìa Salentina non solo per la rilevante percentuale demografica rispetto agli altri centri grecanici, ma anche la sua estensione territoriale connotata da tappeti sterminati di alberi di olivo tenuti in giusta considerazione dall’illuminista martanese Cosimo Moschettini (1747-1820), che tanto si affannò nella ricerca di tecniche e metodi avanzati per rilanciare un’agricoltura asfittica e oppressa da vincoli, dazi, monopoli e gabelle, che mettevano in ginocchio eserciti di coltivatori, che non confidavano più nella terra come principale fonte di sostentamento e di benessere. Memore del suo passato e delle sue tradizioni Martano è rimasto orgogliosamente a vocazione olivicola, così come testimoniato dall’alta incidenza dei frantoi ipogei, che tengono alto il nome della tradizione contadina della Terra d’Otranto.

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testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

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Chiesa matrice

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Chiesa dei Domenicani

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Menhir del Teofilo

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Palazzo Micali

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Palazzo Micali, particolare

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Parco archeologico di Apigliano

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Chiesa dell’Immacolata

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Specchia dei Mori

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Monastero S.Maria della Consolazione (Cistercensi).

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Pozzelle (presso Apigliano).

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One comment to Martano: Dal villaggio aperto al borgo fortificato

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