La Cattedrale di Taranto

La più antica cattedrale pugliese, inizialmente dedicata a Maria Maddalena e poi a San Cataldo, la Cattedrale di Taranto, vide la luce nel X secolo, quando la città rifiorì da secoli di rovine grazie all’Imperatore Niceforo II Foca. Il suo impianto fu rivisitato sotto i Normanni, verso la fine del XI secolo, ma il grandioso monumento vide anche altri mutamenti, nei secoli.

Settecentesca è infatti la facciata barocca, rivista dall’architetto leccese Mauro Manieri.

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L’antica facciata doveva presentare simili forme: probabilmente si aprivano tre portali, in stile romanico. Le pareti esterne sono decorate da una serie di archetti. Purtroppo il campanile normanno cadde a seguito di un terremoto, nel 1456.

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La cattedrale misura 84 metri di lunghezza. Le sue navate sono divise da una duplice serie di otto colonne sormontate da capitelli di diversa fattura, molti dei quali reimpiegati da edifici più antichi. Le pareti interne, sia quelle della cripta che quelle della chiesa, furono arricchite di stucchi e affreschi, oggi quasi scomparsi.

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Grandioso doveva essere il mosaico pavimentale, realizzato nel 1160 dal mosaicista Petroius. Un disegno ottocentesco mostra che era composto di tre parti: una mediana, sviluppata lungo la navata centrale, due laterali nelle navate minori. Oggi ne restano pochissimi brandelli. La parte mediana cominciava con la rappresentazione del famoso volo di Alessandro Magno (come in quello di Otranto), simbolo della superbia punita. Le due navate laterali invece comprendevano ciascuna una fascia di nove tondi con figure situate nel verso contrario rispetto a quelle della parte mediana, affinché il visitatore, dopo aver percorso la navata centrale, potesse osservarle nel giusto verso tornando da quella laterale.

 

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Questo, è tutto ciò che resta del mosaico…

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Qui sopra, l’unico affresco rimasto dell’antica cattedrale, che forse rappresentava San Nicola (per via delle tre sfere che ha in mano).

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Grandioso, il “cappellone” di San Cataldo! E’ diviso in due ambienti: un vestibolo quadrangolare e la cappella di forma ellittica. Il vestibolo corrisponde all’antica cappella del 1151, realizzata dal vescovo Giraldo (che commissionò anche il mosaico) per custodirvi le reliquie di san Cataldo.

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Il vestibolo è arricchito di marmi policromi, di cui è anche composto il pavimento.

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Suggestivo anche il soffitto del cappellone… ma uscendovi, torniamo ad abbassare gli occhi, per scendere nella cripta…

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… risale con molta probabilità alla fase bizantina e presenta un impianto cruciforme. Le pareti conservano quel che resta degli affreschi del Duecento e Trecento, che un tempo ricoprivano l’intero ambiente.

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Particolarmente significativo è il trittico raffigurante San Cataldo, santa Maria Maddalena e Santa Maria Egiziaca, dove si può notare la sovrapposizione di immagini risalenti ad epoche diverse.

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Addossato alla parete orientale, un sarcofago della fine del XIII secolo, sul quale un bassorilievo raffigura una fanciulla in ascesa, sorretta da due angeli. Nel vano della cripta, come abbiamo visto, vi sono le tombe di alcuni arcivescovi di Taranto.

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Siamo ritornati a piano terra…

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…osservando uno dei capitelli della navata centrale.

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La Cattedrale custodisce anche uno dei seicenteschi e meravigliosi Crocifissi lignei di frate Angelo da Pietrafitta, che abbiamo potuto apprezzare in un altro nostro reportage.

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All’entrata, sulla parete sinistra, vi è una tela raffigurante l’ingresso di San Cataldo nella città di Taranto. L’opera fu realizzata da Giovanni Stefano Caramia su commissione di monsignor Sarria, nel 1675. Sulla parte destra, invece, c’è la tela di MIchele Lenti da Gallipoli (1773), in cui il santo patrono è rappresentato nell’atto di resuscitare un morto.

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Incastonata nella parete sinistra, in un vano, si trova il fonte battesimale della più antica chiesa bizantina: un unico blocco di marmo rotondo e concavo, sormontato da un baldacchino retto da quattro colonne poligonali su cui poggiano le travi che reggono il cupolino centrale. L’ennesimo tesoro d’arte e di storia custodito in questo scrigno poco noto rispetto a quanto meriterebbe.

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