Fra le meraviglie del Museo Nazionale di Ravenna

Ospitato nei chiostri della Basilica di S. Vitale, il Museo Nazionale di Ravenna è una interessantissima raccolta di reperti che vanno dall’età romana al medioevo ed oltre. La vicinanza alla basilica di S. Vitale e al mausoleo di Galla Placidia, lo rendono un ulteriore elemento di conoscenza della storia e dell’arte di Ravenna, specialmente durante la dominazione romana e Bizantina.

In esso sono conservati molti reperti interessanti: come questo busto di marmo di Hermes Propylaios della prima metà del II secolo dC, di provenienza ignota (foto sotto).

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O questo bellissimo sarcofago marmoreo d’infante della fine del III secolo d.C.

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Incredibile vedere da vicino alcuni dei capitelli ad imposta del periodo bizantino.

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E splendida è la collezione di avori dove risalta questa formella di Arte Islamica, scolpita con intrecci e animali della fine del XII secolo. Il lapidario medioevale del Museo Nazionale di Ravenna è distribuito in gran parte lungo le gallerie di due chiostri rinascimentali, costruiti a fianco della basilica di San Vitale.

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In essi si raccoglie, in ordine cronologico, un vasto repertorio di scultura dall’epoca paleocristiana in poi (fonte immagini: http://www.piunotizie.it/binary/qui_magazine_new/news/Museonazionale.1374905575.pdf )

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Di San Vitale si ammira parte del colonnato ad arcate a tutto sesto, che sorregge i caratteristici muri di opus testaceum ( o con un termine più generico di opus latericium ) realizzato con tavelle laterizie ( di terracotta ), tecnica costruttiva particolarmente cara ai bizantini, che avevano copiato dai romani.

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A ridosso di cotanto patrimonio dell’umanità, il Museo riveste altrettanta notevole importanza per la ricchezza dei reperti artistici bizantini, ma comprende anche collezioni di epoche diverse. In questo album assisteremo all’esposizione del solo materiale lapideo e scultoreo appartenente al periodo medioevale.

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Ritornando al piccolo sarcofago del III secolo d.C. destinato ad accogliere i resti di un bambino, notiamo che è scolpito su tre lati.

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Sul fronte, a destra del giovinetto senza volto centrale, è raffigurata una scena bucolica: un pastore con un capro sulle spalle che avanza tra il gregge. II sincretismo dell’iconografia con la simbologia del Buon Pastore, lo ha fatto ritenere un esemplare di arte paleocristiana, ma la mancanza di altri simboli cristiani porta a considerarlo prodotto d’ arte romana, in quanto propone la condizione di serenità e quiete della vita ultraterrena comune anche al mondo pagano.

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Bello il Sarcofago della Traditio Legis realizzato in marmo proconnesio che si ispira, sia per il motivo trattato sia per la struttura architettonica, a modelli provenienti da Costantinopoli. Il sarcofago, privo dell’originario coperchio e di uno dei due lati lunghi, è databile al primo quarto del V secolo. Sul fronte la composizione è dominata dalla figura di Cristo provvisto di nimbo con monogramma e rivestito di tunica e pallio. Alla destra del Cristo si trova l’apostolo Paolo che solleva il braccio destro in segno di giubilo.

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Evidentissima, sul fianco sinistro, la scena della resurrezione di Lazzaro che risorge dal sepolcro ancora avvolto nelle bende.

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Molto bello il sarcofago paleocristiano di S. Apollinare in Classe del V secolo voluto dal vescovo Teodoro e di cui nel Museo si conserva una copia.

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Interessante è un pezzo di lastra che presenta una struttura architettonica ad archetti. Uno stilema che, derivato dai romani, verrà molto ripreso nell’iconografia paleocristiana, non solo scultorea ma anche pittorica nei Canoni miniati.

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Altrettanto particolare è il frammento appartenente ad un lato di sarcofago con raffigurazione dell’Incredulità di san Tommaso inquadrata da due cipressi, ascrivibile ad una datazione successiva al V secolo d.C. La scena, assai rara nell’iconografia cristiana antica, rappresenta il momento in cui Tommaso allunga la mano verso la piaga del costato di Cristo, che solleva il braccio sinistro. Lo schema compositivo e lo stile delle figure permettono di riconoscere nel rilievo un’opera importata da Costantinopoli, centro dove si sviluppò una corrente scultorea di notevole livello in età teodosiana (fine IV secolo).

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Ravenna, ultima sede imperiale dell’Occidente romano, capitale del regno Ostrogoto e residenza dell’Esarca Bizantino, vede tra V e VI secolo un’imponente fioritura dell’edilizia pubblica aulica e religiosa. Tra il 526 e il 549, anni della costruzione delle basiliche giustinianee (San Vitale e Sant’Apollinare in Classe), Ravenna ambisce a creare una corrispondenza artistica con Costantinopoli, anche attraverso l’importazione di arredi marmorei ed elementi di scultura architettonica, fra cui i capitelli. Il capitello composito, del tipo cosiddetto “teodosiano” con acanto finemente dentellato si afferma a Costantinopoli verso la metà del V secolo. Tecnicamente si nota, in molti di essi, la tipica lavorazione a fori ravvicinati ottenuti col trapano.

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“A Ravenna, l’importazione di manufatti marmorei di fabbrica orientale ha inizio nel primo venticinquennio del V secolo d.C. Nel primo periodo imperiale, per il quale rimangono scarse ma significative testimonianze, la città si era rivolta alle officine di Roma, cui possono essere riferiti anche alcuni esemplari di capitelli corinzi del tipo asiatico del IV e del V secolo d.C. conservati presso il Museo Archeologico Nazionale e nel Museo Arcivescovile.” ( http://paduaresearch.cab.unipd.it/666/1/Il_commercio_del_marmo_nell‘Adriatico_tardoantico_(IV-VI_secolod_d.C.)._Scambi,_maestranze,_committenze.pdf )

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Molti sono i capitelli provenienti da chiese Ravennate. Fra le più importanti tipologie conservate al Museo di Ravenna, si segnalano capitelli corinzeggianti di tipo orientale, scolpiti con foglie d’acanto a medi – grossi dentelli. Il graduale mutamento stilistico avviato nell’impero romano, caratterizza, anche nel periodo protocristiano e bizantino, piccole ma evidenti modifiche del capitello corinzio, che si trasforma nei tipi “a medaglione”, a “doppia S”, “a farfalla” e “a lira”, tipologia, questa, diffusissima in area greco-costantinopolitana, ed esportata in tutte le aree dell’impero. Nel medaglione del capitello della foto c’è il monogramma di Teodorico, il re Ostrogoto alleato dell’imperatore Bizantino, che fu Patrizio d’Italia e che risiedette nella capitale del regno, Ravenna, dal 493 al 526.
( Foto : https://commons.wikimedia.org/ )

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Lo sviluppo del capitello corinzio costituì il passaggio ai famosi e bellissimi capitelli bizantini ad imposta. Il capitello ad imposta è caratterizzato dalla forma a piramide tronca rovesciata: tale conformazione consente al capitello di assolvere in maniera innovativa alla funzione statica di raccordo fra la forma circolare della colonna e il peduccio dell’arco precedentemente attribuita al pulvino, a sostegno dei vasti archivolti caratteristici delle chiese bizantine.

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Nel Museo molti degli splendidi capitelli ad imposta del VI secolo, in marmo proconnesio, provengono dalla chiesa di San Michele in Africisco sempre a Ravenna. La chiesa fu voluta da Giuliano Argentario, finanziatore delle coeve basiliche di San Vitale e Sant’Apollinare in Classe, e venne consacrata dal vescovo Massimiano nel 547.

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Qui le quattro facce trapezoidali sono percorse da spinosi racemi d’acanto che si generano simmetricamente da un fusto centrale e riempiono tutto lo spazio con le loro volute. Le cornici lungo gli spigoli sono caratterizzate da una decorazione a matrice simmetrica analoga.

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Questo capitello proviene invece da scavi nell’area dell’antico Episcopio, rinnovato dal vescovo Vittore intorno alla metà del VI secolo. La realizzazione dell’intaglio, mediante la “tecnica a giorno”, con largo uso del trapano, esalta gli effetti chiaroscurali e di smaterializzazione. II capitello, sempre a facce poligonali, è l’unico esemplare presente a Ravenna della tipologia definita con “bande disposte a zig zag, bisolcate”, che si intrecciano generando figure romboidali al centro di ogni faccia e degli spigoli.

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L’importazione da parte dei Bizantini Ravennati di marmi orientali, raggiunge il suo apice nella metà del VI secolo, quando la città si impegna in imprese architettoniche ambiziose che rispecchiavano lo splendore di Costantinopoli. Ragioni pratiche e di prestigio fanno propendere per l’approvvigionamento di elementi marmorei decorativi quali: capitelli, transenne, basi e colonne, ecc., contraddistinti da motivi ornamentali alla moda eseguiti anche da raffinati artigiani della capitale d’Oriente. Molto particolare il frammento curvo di un ambone del tipo a pyrgos ( a torre ).

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La sua struttura è molto simile a quella della parte anteriore del pluteo di marmo proconnesio, della fine del VI secolo, che si trova nel Museo Diocesano sempre a Ravenna. (Foto: Diocesi di Ravenna, Le collezioni del Museo Arcivescovile di Ravenna, Forlì, 2011).

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Le lastre dei plutei o delle recinzioni erano scolpite con motivi decorativi di vario tipo e fattura. Anche i frammenti con decorazione geometrica a cerchi intersecantisi, o a losanghe, ecc. appartenevano presumibilmente a dei plutei.

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I plutei, come le transenne, erano spesso utilizzati come elementi dell’arredo presbiteriale della chiesa, dove avevano una funzione separatoria tra l’area che accoglieva i fedeli e la zona più sacra riservata alla liturgia. La decorazione ad embrici di questi pezzi è un motivo mutuato dalla tradizione decorativa romana.

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I plutei presentavano solitamente sui due lati una decorazione piena con soggetti variabili, mentre per le transenne, lavorate spesso a traforo, si utilizzavano motivi vegetali ripetuti su tutta la superficie. Questa lastra di marmo proconnesio riporta ai lati dei monogrammi cristologici dell’alfa ed omega (prima ed ultima lettera dell’alfabeto greco, usate come simbolo del principio e della fine), il modulo della losanga, abbinato agli embrici, che si vedono comparire sulla destra.

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Sempre parte di pluteo doveva essere questa lastra intagliata e decorata in opus sectile.

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Molte altre porzioni marmoree potevano far parte di plutei, transenne, altari, sarcofaghi, ecc. Alcune presentano decorazioni splendide.

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All’interno del Museo ci sono molti altri reperti interessanti. In una sala sono esposti significativi arredi marmorei e bronzei che ornavano edifici di Ravenna nel VI secolo.

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Molto ben rappresentate sono le transenne, parapetti traforati utilizzati nelle chiese paleocristiane per la recinzione del presbiterio e di altre aree significative. Le transenne qui esposte provengono dalle chiese ravennati di San Vitale e di San Michele in Africisco. La lavorazione “a giorno” di questi elementi architettonico – decorativi mostra una capacità artigianale di alto livello e un gusto particolare per i contrasti di luce e ombra.

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Dal recinto presbiteriale di San Vitale proviene questa Transenna del VI secolo lavorata “a giorno” con due cornici a motivi vegetali, tralcio ondulato con croce superiore e bordo di foglie lanceolate. Il campo interno è diviso in rombi decorati da foglie appuntite di acanto, diversamente rappresentate e orientate, così da fornire un’idea di eccentrica varietà. Si noti la presenza, sulla destra, del monogramma cristologico a otto braccia e, a sinistra, di una crocetta e di fiori quadripetali. Il manufatto è stato realizzato in area costantinopolitna, utilizzando motivi e strumenti (trapano a mano) riconducibili a tradizioni microasiatiche.

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Questa transenna, inquadrata da una cornice a kyma, presenta all’interno sei ordini sovrapposti di girali contenenti palmette. I motivi vegetali risentono di varie influenze, declinando temi classici in forme nuove o ricorrendo a campionari provenienti dai territori orientali, non privi di riferimenti all’arte sasanide. La stilizzazione e l’appiattimento delle forme sono elementi stilistici presenti sia nei manufatti costantinopolitani di epoca giustinianea che nelle opere realizzate in loco dalle officine ravennati, produttrici per le chiese cittadine di arredi architettonici in tutto debitori ai prototipi imperiali.

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Notevole anche la transenna bronzea riutilizzata nella finestra della cripta della basilica di Sant’Apollinare in Classe, decorata con archetti disposti a embrici, motivo detto opus pavonaceum (a coda di pavone) molto frequente anche negli arredi marmorei.

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La grande Croce in bronzo traforato del VI secolo, con estremità ricurve terminanti in piccole sfere, proviene dal tetto della cupola di San Vitale. La croce è lavorata a traforo, una tecnica molto diffusa negli arredi liturgici coevi e nell’impianto compositivo delle croci processionali e delle croci trionfali in metalli e pietre preziose dell’epoca. La collocazione originaria dell’oggetto trova testimonianza nel mosaico del catino absidale della chiesa, dove è raffigurato il vescovo Ecclesio nell’atto di offrire a Cristo un modellino dell’edificio e rappresenta il simbolo della Resurrezione, nonchè derivazione della monumentale croce che l’imperatore Teodosio II avrebbe fatto erigere sul Golgota. Questo reperto dimostra anche l’utilizzo precoce della croce sommitale nell’architettura ecclesiastica; nei secoli seguenti tale elemento troverà più frequente collocazione sui campanili.

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Nel pavimento del “salone” del Museo Nazionale di Ravenna è stato messo in opera un centone musivo caratterizzato da almeno tre tappeti musivi del VI secolo di diversa provenienza.

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I più cospicui provengono dall’area di San Severo e da parti di Sant’Andrea Maggiore a Ravenna, di fatto falsando i pavimenti originari, tanto che le porzioni originali sono riconoscibili solo in parte.

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Sempre in una sala interna si trova una monumentale sinopia dipinta sui mattoni delle pareti di Sant’Apollinare in Classe, di cui vediamo l’esterno, rappresentato da una fila di pecore, nella fascia rossa a destra della foto. (Fonte foto: http://www.piunotizie.it/binary/qui_magazine_new/news/Museonazionale.1374905575.pdf )

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La sinopia, forse un ripensamento, è precedente al rivestimento musivo ed è costituita da raffigurazioni di uccelli paradisiaci. Fu scoperta e recuperata al di sotto dei mosaici del catino absidale durante i restauri del secolo scorso.

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Ritornando, per una corretta elaborazione cronologica, ai reperti lapidei conservati nel chiostro, va rilevata l’evoluzione avvenuta nei capitelli dei complessi ecclesiastici e monastici di Ravenna durante e dopo la dominazione bizantina.

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Allorchè dal capitello ad imposta si passa a quelli a stampella ed a quelli figurati.

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Infatti, dopo il periodo dello splendore decorativo bizantino e durante il periodo, definito dai critici del XIX secolo “Romanico”, anche a Ravenna lo stile dei capitelli si impoverì degli intagli e dei trafori fogliari dello stile corinzio – composito.

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Per sviluppare, durante tutto il medioevo, forme più sobrie, spesso rappresentate da monogrammi Cristologici o legate alla tradizione del capitello figurato, raffiguranti scene religiose, simboli, animali e figure umane.

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Di marmo bianco cicladico e proveniente dalla cripta della basilica di sant’ Apollinare in Classe, il capitellino della seconda metà del VI secolo è decorato da motivi vegetali schematizzati e in origine doveva appartenere al parapetto di recinzione dell’area presbiteriale. Tale balaustra, chiamata pergula, in epoca paleocristiana era generalmente composta da una serie di colonne poggianti su un parapetto e collegate da una trabeazione leggera. All’architrave potevano essere appese lampade o tende (velarium). Tipologie simili di pilastrini si riscontrano nella suggestiva pergula della basilica di Santa Maria delle Grazie a Grado.

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Nella lunga storia dell’arte ravennate sviluppatasi in età medioevale, dovevano essere assai numerosi gli elementi architettonici e decorativi destinati all’arredo liturgico, come cibori, cornici per finestre o per sarcofaghi ecc.

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Di essi parecchi denotano una fattura di derivazione ed origine costantinopolitana e presentano motivi iconografici interessanti, come simbologie cristologiche e motivi vegetali.

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Molti reperti di questi elementi sono stati trovati nei vari edifici religiosi della città e sistemati sulle pareti e lungo i chiostri di san Vitale.

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Va rilevato che i motivi decorativi utilizzati negli arredi architettonici avevano stretta analogia alle tipologie riscontrabili in altri manufatti creati per le committenze più agiate, come le stoffe ornate o i prodotti di oreficeria. Le due triquetre ai lati della cuspide triangolare derivano da modelli celtici, mentre i motivi ad onda (meandro ad onda o a dente ) e quello a treccia (guilloche) sono di derivazione greco – mesopotamica.

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L’architettura medioevale del X – XI secolo è caratterizzata dall’uso di terrecotte decorative. Mutuate dai romani ed usate da bizantini e longobardi insieme agli stucchi, esse erano usate per ornare i muri esterni ed interni di edifici pubblici e privati, sacri, come la chiesa di San Zaccaria, e profani, come le casa di Guido de Polenta. Vari sono i motivi ornamentali utilizzati: simboli cristiani, palmette, rami stilizzati, fiori, animali fantastici o reali. Una serie di quadrupedi fantastici sono rappresentati in alcuni mattoni rettangolari: due animali opposti che si mordono le code intrecciate, una sfinge alata, un animale dalle corte zampe che sta per mordere un grappolo d’uva, un grifone che assale un animale, ecc.

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Alcune delle patere in marmo (bassorilievi ornamentali di forma circolare) mostrano tipiche rappresentazioni dell’ XI secolo, come volatili dorsalmente opposti o uccelli dai lunghi colli intrecciati.

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Le forme sono diversificate: cuspidate, rettangolari, quadrate, circolari.

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Nel Medioevo le croci viarie, solitamente montate su colonne si trovavano sia in città, presso i crocicchi, che in campagna, lungo i viottoli, quasi sempre nelle vicinanze di aree sacre: chiese ed edifici religiosi. Originariamente le croci erano poste in vari punti del territorio ravennate come ad esempio presso il ponte di Augusto, presso la basilica di San Lorenzo in Cesarea e nella zona di Classe.

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Esse si diffusero ampiamente tra il IX e il XIII secolo, non solo in Italia ma anche in Gran Bretagna, Irlanda e in molte regioni dell’Europa orientale. Indicavano i luoghi di ricovero per viandanti e pellegrini e costituivano il simbolo del supplizio di Cristo cui si doveva il saluto e la venerazione. Le croci presentano vari motivi decorativi: dalla mano benedicente, a teste umane di profilo tra stelle cadenti, dall’Agnus Dei, al monogramma del monastero di Classe.

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Nella collezione degli avori sono presenti prestigiosi esemplari che vanno dal periodo tardoantico al gotico. Bellissima la copertina di evangelario del VI secolo detta Dittico di Murano.

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Affascinanti le formelle eburnee di derivazione bizantina del XII secolo.

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E il lacerto di ricciolo di pastorale vescovile di arte veneta del XIV secolo raffigurante l’incoronazione della Vergine.

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Questa visita alla sezione medioevale del Museo Nazionale di Ravenna si conclude con le sette statue-colonne del XII secolo provenienti dal Monastero Benedettino di San Vitale e più precisamente dalle antiche strutture di portali, protiri, chiostri e sala capitolare. Fitti panneggi elegantemente disegnati, ferme espressioni e piena volumetria delle teste le legano alla maniera di Nicolò e all’orbita del cantiere del portale del Duomo di Ferrara, non senza mostrare l’influenza di modelli transalpini. I santi o i profeti indossano un ricco panneggio e mostrano alcuni attributi: pastorale, cartigli srotolati e libri aperti con iscrizioni. Alcune di queste sculture potevano essere decorate da cilindretti di piombo posizionati negli occhi al posto dell’iride.

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Gianluigi Vezoli

Le informazioni sono state adattate dai testi delle didascalie presenti nel Museo e da : http://www.soprintendenzaravenna.beniculturali.it/index.php?it%2F127%2Fmuseo-nazionale-di-ravenna ehttp://www.piunotizie.it/binary/qui_magazine_new/news/Museonazionale.1374905575.pdf

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2 comments to Fra le meraviglie del Museo Nazionale di Ravenna

  • Paola Novara  says:

    Grazie per questo bellissimo reportage.
    Paola Novara dipendente del museo

    • salentoacolory  says:

      Siamo noi che ringraziamo voi, per il vostro appassionato lavoro!

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