Il villaggio rupestre di Statte

Ad appena 9 km da Taranto l’abitato di Statte è solcato da dolci lame e gravine scavate dai fiumi in migliaia di anni. Esse nascondono le tracce di una storia antica, caratterizzata da vari insediamenti rupestri, cioè da villaggi scavati nella calcarenite delle pareti delle lame. Il comune è ricco di questi antichi nuclei abitativi, alcuni dei quali, come le grotte del Canale della Zingara,

sono state adattate e vengono tuttora abitate. La vita in grotta a Statte, come nel resto della Puglia, risale molto indietro nel tempo, come dimostrano i reperti del Neolitico emersi dalla Gravina di Leucaspide, che testimoniano la presenza di insediamenti umani primitivi.

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Il villaggio rupestre della Gravina del Triglio si trova al confine tra i territori di Crispiano e Statte, ed è caratterizzato da vari tipi di grotte artificiali, probabilmente di tipologia rurale e pastorale, scavate su entrambi i fianchi della gravina omonima ed abitate in un arco di tempo che probabilmente andava dal VI secolo alla maggiore espansione, avvenuta nell’XI secolo, fino alla decadenza nel XIV secolo. Gli ambienti, a differenza di altri villaggi rupestri più conosciuti, sono in genere scavati su un unico livello e tra le grotte prevalgono quelle ad ambiente unico con una sola apertura, anche se non mancano grotte articolate in due o più ambienti. In entrambi i casi la forma è generalmente irregolare, con pareti curvilinee movimentate dalla presenza di numerose nicchie di varie forme e dimensioni.

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In questo sito non è difficile imbattersi in sepolture di vari periodi storici, di cui molte sono medioevali; aree di necropoli con tombe disposte a gruppi o isolate.

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Ma il sito è conosciuto soprattutto per la presenza dell’acquedotto romano del Triglio, articolata struttura parte sotterranea e parte in elevato che portava l’acqua alla città di Taranto, e da una via cava che si inoltrava nell’entroterra e collegava il villaggio alla sommità della gravina.

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Di particolare interesse è la CHIESA rupestre di SAN CIPRIANO o SAN GIULIANO, databile intorno all’XI-XIII secolo d.C…. una piccola chiesetta che si presume fosse di committenza privata a carattere funerario, che non assolveva alla funzione di luogo di culto.

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La chiesa presenta tracce di affreschi purtroppo molto danneggiati ed in cattivo stato di conservazione, che dovrebbero ricevere cure appropriate.

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L’accesso alla chiesa rupestre è un’apertura quadrata sormontata da un arco superiore incavato nella rupe.

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L’interno è irregolare, il soffitto è basso per via della presenza di terra che copre per parecchi cm il pavimento originale, e si accede ad un primo ambiente rettangolare delimitato da due larghi pilastri centrali che definiscono tre navate.

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A destra e a sinistra dei pilastri si aprono numerosi vani di forma quadrangolare, di cui uno con funzione sepolcrale nel quale è presente un affresco di S. Giuliano.

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Le pareti laterali sono tutte scandite da larghe arcate ribassate.

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Le tre absidi sul fondo della chiesa sono piane e presentano nicchie scavate di cui, quella centrale, ha le evidenti tracce di un altare alla latina a parete.

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Nella chiesa rupestre di San Cipriano o San Giuliano si vedono, incise su alcune pareti, croci votive di realizzazione posteriore alla data di scavo originale.

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Molto interessante doveva essere il ciclo decorativo di affreschi, andato ormai quasi del tutto distrutto, databili intorno al XIII – XIV secolo d. C.

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Lembi di affresco individuano sulle pareti dei pilastri un dittico con Santa Marina e una Vergine con bambino.

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In altre parti una volta si notavano San Pietro, San Cipriano e San Nicola, ma ora questi affreschi sono pressochè scomparsi e rimane solo qualche lacerto.

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Lo strato di supporto di calce degli affreschi posto sopra il tufo della roccia era infatti molto sottile e lo spolvero del muro interno, le esondazioni dei sali e dell’umidità, nonchè una probabile mancanza di medium tenace a legare fermamente il colore (costituito spesso da tempera coprente) non hanno permesso l’assorbimento delle tinte nel muro e ne hanno causato la scoloritura.

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Ma il danno maggiore è stato causato dal vandalismo prodotto dai cercatori di tesori e dai ladri che hanno asportato intere parti di roccia per rubare gli affreschi.

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E’ quindi un grido di dolore quello che ci viene dal cuore e che ci spinge a pregare tutta la gente di Puglia e le autorità a farsi carico della sorte di questi meravigliosi tesori d’arte, patrimonio dell’umanità, affinchè vengano salvati.

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Un grande ringraziamento all’ingegner Mimmo Gentile, il solerte e prezioso speleologo che mi ha accompagnato tra i rovi e le grotte del Villaggio Rupestre della Gravina del Triglio a Statte.

Il villaggio rupestre di Statte

Gianluigi Vezoli

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