Martignano: balcone sulla storia della Grecità

Andando a ritroso nel tempo a volte si corre il rischio di perdere la bussola della storia e di sprofondare nelle sabbie mobili della leggenda. Proprio per non cadere in questo tranello nel caso specifico di Martignano per quanto riguarda l’etimologia del nome è giunto il tempo di sconfessare le connessioni con il toponomimo prediale in anum derivante da Martinius e con il termine martes, ossia la martora, adottata nel Cinquecento sull’arme civica come animale totemico, andando direttamente alla ricerca delle radici nel flusso migratorio bizantino nel Salento, quando il villaggio venne definito da parte dei monaci basiliani, che lì vi si insediarono verso la fine del IX secolo, martus, ossia testimone di fede. Con il sudore della fronte di quella colonizzazione, foriera di un sorprendente rilancio agricolo con il carisma dell’operosità e della religiosità orientale, venne estratto e sgrezzato il diamante del più piccolo dei comuni della Grecìa Salentina.

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Sulla base del primo documento storico relativo ad un atto della cancelleria angioina, vergato dal re Carlo I d’Angiò nel 1269, i feudi di Martignano e Sternatia, vennero confiscati ad un barone partigiano degli Svevi, per essere concessi a Simone Belvedere, giustiziere di Terra di Bari prima e di Terra d’Otranto poi, nonché viceammiraglio dal Tronto a Crotone e sovrintendente alle navi e agli arsenali di Abruzzo e Puglia. Nel 1279 gli abitanti dei due feudi, angariati e oppressi allo spasimo da tasse e gabelle, si ribellarono al feudatario, che nel frattempo era caduto in disgrazia per non aver allestito le galee sulle quali dovevano imbarcarsi le truppe dirette in Albania. Nel Trecento, dopo alterne vicende sotto l’egida degli Stendardo e Vallecchino De Iserio, Martignano entrò nella sfera egemonica dei conti di Lecce Gualtieri e Isabella di Brienne, di Giovanni, di Pirro sino a Maria D’Enghien. Nel Quattrocento si avvicendarono al comando gli Effrem e i Pignatelli fino all’attrazione fatale nell’orbita aragonese. Nel 1577 Giovanni Battista Pignatelli fu costretto a svendere il feudo a Giovanni Bonori arricchitosi sia con i suoi lucrosi traffici commerciali sia sfruttando spudoratamente i privilegi come titolare dell’esattoria provinciale. Sull’orlo del fallimento, a causa dei debiti contratti in seguito ad ardite speculazioni finanziarie, il mercante fiorentino fu costretto a cedere la baronia alla moglie, donna Jacoba Staibano, la quale lottò aspramente per imporre in un paese, profondamente grecizzato nell’anima, il rito latino. Nell’agosto del 1581, alla morte del protopapas Giovanni Maria Casella, la baronessa sferrò il maglio vincente con la lusinga dell’assegnazione di trenta ducati annui in perpetuum all’arciprete, purché fosse di rito occidentale e di nomina baronale.

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Così il 12 ottobre del 1581 don Alfonso Scarano, nominato parroco, si insediò nella chiesa di Santa Maria dei Martiri e quasi contestualmente prese le redini di quella di San Nicola, centro propulsivo della liturgia greca, svolgendo il suo mandato sacerdotale e dedicandosi alla cura delle anime sino alla scomparsa della nobildonna. Il 22 ottobre 1583 con un vero e proprio colpo di spugna il nuovo curato don Giovanni Carlo Cretì, coniugato secondo il costume greco, ripristinò lo status quo aprendo le danze dei contenziosi religiosi, che si protrassero ad oltranza fino all’epilogo nel Seicento con il trionfo del rito latino. Dopo questa parentesi feudataria ritornarono in auge i Pignatelli con Beatrice, figlia di Giovanni Battista, che refutò il feudo alla figlia Eleonora Brancaccio. La nobildonna nel settembre del 1612, rimasta vedova di Antonio Caracciolo, lo vendette per 21.500 ducati al commerciante monopolitano Mario Palmieri, capostipite di una longeva dinastia. Suo erede nel 1265 fu nominato il figlio Nicola Maria I, scomparso prematuramente nell’aprile del 1633. Ossessionato dal presentimento delle diatribe familiari, che potevano scoppiare a causa dell’ingombrante eredità, egli pose i figli, procreati con la moglie Marsimilla Ventura, sotto la tutela del chierico Francesco Palmieri. Ma questi, in qualità di tutore, non si lasciò sfuggire la ghiotta occasione di convolare a nozze con donna Marsimilla nel tentativo di dirimere a suo favore la questione ereditaria.

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Dopo aspre controversie tra madre e figli per la spartizione dei beni, nel 1669 subentrò nella gestione feudale Mario II Palmieri. Di indole mite, affranto per essere rimasto vedovo e sfibrato dalle lotte intestine e dalle insolvenze economiche, preferì diventare chierico e rinunciare alla baronia, trasferendola al figlio. Con Nicola Maria II più prepotente, più autoritario e più indebitato, soprattutto dopo l’investitura del titolo marchesale, vacillarono ancor di più gli equilibri già di per sé precari tra i membri della stessa casata, che si resero protagonisti di scandali a partire da Saverio, spodestato dallo stesso padre, fino a Carlo al quale nel 1726 fu intimato persino di allontanarsi dal paese. Invisi alla popolazione e rimasti invischiati nel vortice degli intrighi ereditari e delle beghe finanziarie, i Palmieri, assicuratasi la trasmissione dei titoli nobiliari, per onorare gli impegni assunti con i creditori, furono costretti a vendere il feudo a Giovanni Angelo Pisanelli, disposto a sborsare la somma di 47.750 ducati. Nel cambio di guardia il popolo di Martignano continuò a versare in uno stato di prostrazione, acuito da alta mortalità, miseria, arretratezza e dai tormenti del Fisco sempre più esoso, per garantire alla casta i privilegi e lo sfarzo della corte napoletana. E così fu sino ai Granafei, ultimi signori di Martignano, defraudati dello scettro del potere dall’eversione della feudalità. In questo substrato di disagio economico e di arretratezza sociale maturò l’esperienza illuministica dell’economista Giuseppe Palmieri (nato il 5 maggio 1721 a Martignano e morto a Napoli il 30 gennaio 1793) artefice di leggi annonarie e riforme tecnologiche innovative allo scopo di favorire il progresso agricolo, sfruttando nel 1791 la prestigiosa nomina a direttore del Supremo Consiglio delle Finanze del Regno di Napoli. Nonostante la spinta diffusa e irrefrenabile del cambiamento, almeno fino a dopo l’Unità d’Italia, non accennò a mutare la triste sorte dei più poveri trattati alla stregua dei servi della gleba e condannati a dissodare la terra altrui, a dormire su un giaciglio di paglia e a sfamarsi con pane e pomodori nell’infinita sete dell’anima alla ricerca di rassegnazione, confidando nella fede. martignano

Così per ristorare lo spirito affranto e le membra stanche all’alba e al tramonto in tanti si riversavano nei luoghi di culto, dove risuonava la preghiera e si respirava il soffio della grazia. Su un nucleo precedente venne sviluppato il progetto dalla chiesa matrice, intitolata alla Madonna dei Martiri e definita da un’epigrafe latina, scolpita nel 1541 sul portale tra le ali di un’erma angelica, come chiesa piena di ogni maestosità. Di stampo cinquecentesco l’edificio sacro venne corredato di archetti a coronamento del cornicione, collocato sotto la cuspide della facciata principale, e ornato con conchiglie simbolo dell’eternità ed emblema di rifugio per i pellegrini. Nel 1586, nella visita pastorale dell’arcivescovo Lucio de Morra, oltre ad interventi di ampliamento, vennero appuntate notizie relative alla posizione del coro, agli altari immessi lungo la navata, ulteriormente dilatata, e alla cappella del SS. Corpo di Cristo.

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Per esigenze volumetriche e liturgiche venne smantellato pezzo per pezzo l’altare maggiore, si procedette al completamento della sacrestia, e, prima del 1681, venne innalzato a spese della Confraternita del Rosario il primo e il secondo ordine della torre campanaria; un imprevedibile dissesto statico impedì la costruzione del terzo ordine, richiedendo l’intervento provvidenziale dell’architetto leccese Giuseppe Zimbalo. Nel 1796 l’orologio civico dalla torre campanaria venne trasferito nella torre dell’orologio realizzata ad hoc sempre a spese della munifica Confraternita del Rosario. Negli ultimi anni del Settecento furono ricavati i due cappelloni del SS. Rosario e di San Pantaleone, mentre nel 1876, su commissione della Congregazione di Carità, venne realizzato dai fratelli Peluso il pavimento musivo riecheggiante i disegni dei lacunari del Duomo e della chiesa di San Giovanni Evangelista in Lecce e della cattedrale di Otranto. Di pregevole fattura risulta l’altare del Rosario scolpito tra il 1704 e il 1705 da Giuseppe Cino e smontato e ricompattato tra il 1787 ed il 1788 da Emanuele Orfano nell’omonimo cappellone seppur con una fisionomia leggermente diversa rispetto all’originale a causa dell’adattamento imputabile alla volta.

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Nel cuore dell’altare barocco, in un tripudio di colonne tortili, putti, santi e martiri con la palma del martirio, immersi in una selva di motivi floreali e vegetali, venne incastonata la tela della titolare ritratta sotto la corona dei misteri tra il 1788 e il 1789 da Oronzo Tiso. Sul fastigio venne inserita la scena della Natività e nel cartiglio centrale venne incisa un’epigrafe latina che così recitava: A(nno) D(omini) 1705 /AERE SUO STRUXIT SCUL/PSIT, DECORAVIT, ET ARAM / DIVA SIBI, NOBIS DONET / UT IPSA ROSA / DIVATVM HO OPVS EST / PRIOR HAEC TVA MVNERA DICAM / AERE DEDIT VIRGO / SEDVLITATE PRIOR da sciogliere nel seguente modo: Nell’anno del Signore 1705/ La Madonna (del Rosario) con proprio denaro costruì, scolpì e decorò; che possa donare il Rosario anche a noi, così come a se stessa (ha donato) l’altare; quest’opera ti appartiene, o Vergine santa. Io priore farò sapere che questi doni sono tuoi; la Vergine rese possibile la costruzione dell’altare col suo denaro, il priore col suo zelo. L’apparato architettonico si componeva anche di due cartigli laterali che riportavano: CLERICVS / JO(annes) JAC(obus) CARRE/RIO CVRA / PRIORALI EREXIT // JOSEPH / CINO LYCIENSIS / SCULPE/BAT da sciogliere con lo zelo che si addice al priore (della confraternita) il chierico Giovanni Giacomo Carrerio innalzò l’altare // Giuseppe Cino lo scolpiva. Sotto il priorato di Oronzo De Marco, nell’anno del Signore 1702, con le elemosine dei fedeli venne inglobato nel braccio sinistro del transetto l’altare della Madonna della Misericordia sormontato da un fastigio nel quale rifulgeva lo stemma civico. Nel braccio destro del transetto tra il 1702 e il 1703 fiorì nella tenera pietra l’altare dell’Immacolata (ab origine intitolato a Sant’Oronzo) cesellato da Tommaso Giannotta e impreziosito con la tela (di pittore anonimo) raffigurante la Vergine Maria concepita senza peccato con i santi martiri Vito e Trifone invocati dai contadini rispettivamente per debellare dalla peste e dall’infezione rabbica e per la liberazione dalle invasioni delle cavallette.

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Sotto il priorato di Marco Antonio Ferrante nell’anno del Signore 1701, contestualmente a quello di San Nicola a cui somigliava per alcuni tratti stilistici e ornamentali, spuntò l’altare del SS. Corpo di Cristo nell’omonima cappella. Particolare cura venne profusa per l’altare maggiore che Giuseppe Cino scolpì tra il 1703 e il 1704, lasciando in ricordo un’epigrafe che così recitava: ALTARE MAIVS QUOD MANUTENETUR AB UNIVERSITATE NOVITER ERECTUM EX CHARITATE REGINAE SS. ROSARII // TEMPORE PRIORATVS REVERENDI D(omini) NICOLAI MARIAE CRETI ANNO DOMINI MDCCIV da sciogliere nel seguente modo: altare maggiore provvisto del necessario a spese dell’Università, ricostruito con le elemosine della Madonna del Rosario, al tempo del reverendo priore don Niccolò Maria Cretì nell’anno del Signore 1704. In seguito al trasloco dal sito originario all’Orfano venne conferito l’incarico di ricreare custodia e paliotto. Attraverso due varchi, sormontati dalle statue dei santi Pietro e Paolo, fu consentito l’ingresso al coro ligneo retrostante andato irrimediabilmente perso a differenza dell’organo a canne installato tra il 1687 e il 1690 nella cantoria ancora funzionante. La devozione autentica nei confronti del protettore di Martignano, San Pantaleone, invocato come medico per debellare dalle malattie e contro il contagio della malaria, disponendo del cappellone, spinse in uno sforzo corale all’erezione di un altare, destinato ad accogliere la tela con il martirio, la statua argentea e il reliquiario con il sangue del martire traslato nel 1763 dalla cattedrale di Ravello.

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Il giovane medico di Nicomedia, convertito al cristianesimo da Ermolao e decapitato il 27 luglio del 305 dopo atroci torture, viene celebrato da secoli puntualmente ogni anno nel suo dies natalis. Inoltre è solennizzato con un’altra festa a imperitura memoria della sua potente intercessione che il 16 novembre del 1718 preservò il paese da un terribile uragano simile per portata a quello che si abbatté un secolo prima, lasciando indenne in aperta campagna un oriundo di Mantova, il quale, nel luogo dello scampato pericolo, come ex voto decise di innalzare una cappella, intitolandola alla Madonna delle Grazie. La tradizione popolare, influenzata dalla leggenda, la tramandò come la “cappella del Mantovano”. In realtà essa venne costruita nel 1696 mentre l’altare nel 1701 con le offerte della comunità così come si desume dal motto charitate resplendet inciso sull’architrave della finestra della facciata. Scartabellando un documento del 1755 veniva così descritta:  Nel feudo di questa terra, loco detto lo Ventovano, vi è la cappella della Beata Vergine vulgo detta dello Ventovano. Fabbricata a lamia con la carità de’ divoti. L’altare è di scoltura con l’imagine della Beata Vergine pittata a fresco (purtroppo trafugata nel 1991). Ha una casetta per ricovero dell’oblato con poco di terreno con un pozzo. Si fa la festa con cantarsi la Messa la domenica dell’ottava del Rosario. È dell’Università che la provvede del bisognevole.

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Sempre nel solco della leggenda, inventata di sana pianta, Pantaleone, il santo taumaturgo, per sfuggire alla feroce persecuzione di Caio Valerio Massimiano, si rifugiò nei cunicoli dei pozzi, scavati in una depressione naturale alla periferia del paese, dove convergevano le acque piovane destinate a incanalarsi lungo la falda freatica. Queste singolari cisterne pubbliche, denominate pozzelle, scaturite da un primitivo sistema di scavo a forma di imbuto capovolto e rivestite con pietra calcarea si rivelarono provvidenziali per gli uomini e gli animali, che vivevano anche nelle campagne e nelle masserie. Non a caso, sin dagli albori, intorno a questi primordiali serbatoi idrici capolavori dell’architettura ipogeica bizantina, venne fondato il villaggio occultato dalla monumentale Specchia dei Mori, che consentiva di scrutare dall’alto il territorio circostante sino al mare oltre il quale appariva il profilo delle montagne dell’Albania.

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I segni del passato, pervasi dall’aura di sacralità, sono ancora visibili nella minuscola cappella seicentesca di San Giovanni Battista sul cui portale venne incisa l’epigrafe: HA(N)C TIBI CU(M) TEMPLO D(OMI)NI P(RAE)CURSOR(I) ET ARA(M) /GEN(N)NU(N)TIUS GRATO DEDICA[VIT] [ANI]MO 1621 da sciogliere con gratitudine Giannuzzo dedicò questo altare con la cappella a Te precursore di Cristo 1621. A dedicare il tempietto a colui che battezzò Gesù nel Giordano fu l’arcidiacono Giovanni Giannuzzo, il quale lo fece erigere in un periodo anteriore alla sua scomparsa avvenuta il 15 gennaio 1628.

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Scorrendo stralci di documenti di archivio si evince che ad officiare per primo, per giunta in rito latino, fu il nipote di questo benefattore, l’arciprete don Francesco Giannuzzo, ad ereditarlo, invece, fu la nipote Petronilla Giannuzzo ed essendo de jure patronatus la famiglia si riservò la prerogativa di sepoltura, così come testimoniato dalle tombe rinvenute durante i lavori di restauro in prossimità dell’ingresso. Da un inventario del 1781 si estrapolano ulteriori notizie basilari per la ricostruzione del contesto storico: …la cappella di San Giovanni Battista sita intra moenia… era della gentil donna Petronilla Giannuzzo, quale nel suo ultimo nuncupativo testamento rogato per mano di notar Onofrio Vaccari di Lequile a dì 18 novembre 1647, lasciò erede particolare e generale questo Reverendo capitolo di Martignano con l’obbligo di tre Messe la settimana secondo la reduzione ultimamente fatta da S.E. Reverendissima D. Giulio Pignatelli Arcivescovo di Otranto in decorso di S. Visita a dì 19 novembre 1771. A quanto pare Petronilla, figlia del chierico di rito greco Cicco Giannuzzo, rimasta senza figli, tutti deceduti dopo il parto, e nel 1640, anche senza il marito (Giacomo Antonio Palma) lasciò la maggior parte dei suoi beni al Capitolo parrocchiale di Martignano, che li impiegò in buona sostanza per affrescare le pareti con due cicli pittorici di diversa fattura dedicati a scene della vita di San Giovanni Battista (a partire dalla profezia delle Sacre Scritture, all’apparizione dell’arcangelo Gabriele a Zaccaria, dalla visita della Madonna a Santa Elisabetta all’inizio della predicazione fino alla decapitazione) e di Gesù insieme agli apostoli. Nel 1845 in occasione di una visita pastorale si registrava lo stato di degrado degli affreschi, intaccati dalle muffe, fino al punto, che si giunse ad un passo dalla scialbatura delle pareti, ma, all’ultimo momento, per intervento divino, esse vennero rinfrescate soltanto con aceto.

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In avanzato stato di abbandono e di degrado, amplificato da problemi statici, si presenta invece il convento di San Francesco d’Assisi trasferito nel 1809, dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, in mano a privati. Fondato nel 1611 dai Frati Minori Conventuali su un vasto terreno, donato da Francesco Marcianò, con fondi dell’Universitas, il complesso monastico, sobrio ed austero sulla scia dei canoni francescani, che, generalmente sulla facciata prevedevano soltanto lo stemma dell’Ordine, venne incorporato negli anni settanta del Settecento ad una chiesa, a navata unica voltata e suddivisa in tre campate, casualmente meglio conservata. Di essa ci rimane la descrizione stilata nel 1811 dal parroco di Martignano: la chiesa dei Conventuali soppressi, col titolo  di San Francesco, giace appena si esce dall’abitato dalla parte di gerocco. Cento palmi è lunga, larga quarantadue circa. Il fabbricato è nuovo. Entrandosi dalla porta si vedono sette altari, tre a destra, altrettanti a sinistra e l’altare maggiore, tutti in ordine. Il primo a destra ha il titolo di S. Giuseppe da Copertino; il secondo di S. Antonio Padovano, gentilizio della famiglia Corrado, di questo Comune, dalla quale è corredato del necessario; il terzo porta il titolo del SS. Rosario, gentilizio della famiglia Marcianò. A sinistra il primo altare ha il titolo del SS. Crocifisso, gentilizio della famiglia Pasca; il secondo sotto il titolo della SS. Vergine Immacolata ed è Universale; il terzo s’intitola a S. Maria degli Angeli, gentilizio della famiglia Cafaro. Finalmente l’altare maggiore, un tempo de jure patronatus della famiglia Palmieri antichi baroni. martignano

Dalla casa del Signore alla case dei signori il passo era breve. Nel palazzo baronale, in parte di proprietà privata ed in parte acquisito dal Comune, dimorarono saltuariamente alcune delle nobili dinastie che si susseguirono al governo del centro ellenofono, come i Bonori e i Granafei, ultimi feudatari dal 1771 al 1806. Nella seconda metà del Settecento, i baroni, venuti in Italia al seguito dell’eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbegh, fecero scolpire sul portale d’ingresso la loro arme araldica, che non sfigurava rispetto alla triscele, modellata nel Cinquecento, in un momento di ripresa demografica, sulla rudimentale torre pianificata per allontanare i predoni da quello che a tutti gli effetti non fu mai terra, cioè un borgo fortificato, ma un casale aperto. Come elemento architettonico di matrice orientale il motivo iconografico delle tre spirali intrecciate, emblema magico dell’eterno trascorrere del tempo, ricompariva sulla guglia di Soleto e sul rosone della cattedrale di Otranto. A pian terreno, nel vano dell’antico fortilizio, probabilmente venne ricavato lo spazio per la cappella marchionale dedicata a San Domenico di Guzman, dove il marchese Niccolò Palmieri assunse l’impegno di far celebrare una messa alla settimana in suffragio della defunta moglie, Anna Maria Franchina, sposata nel 1667 e morta prematuramente prima del 1691. In una delle stanze della dimora gentilizia risuonò il primo vagito di Giuseppe Palmieri, uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo napoletano, rampollo di una delle famiglie, che più intensamente respirarono l’aria del palazzo marchesale, edificato su un nucleo originario cinquecentesco ed ampliato ed ingentilito tra il XVIII e il XIX secolo intorno ad un cortile centrale. Il complesso residenziale veniva definito in un documento del 1730: palazzo, seu fortezza consistente in più habitazioni inferiori e superiori, cortiglio et altri membri…col suo giardino attaccato, da dove veniva emanato un inebriante profumo di fiori d’arancio e gelsomino che smorzava l’odore acre della morchia e della sentina proveniente dal frantoio ipogeo.

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In questa immensa fucina, scavata nella roccia, vennero installati dapprima tre torchi alla calabrese e poi alla genovese posti a breve distanza da un pozzetto circolare per far decantare l’olio. In un momento successivo trovarono degna collocazione l’argano ligneo verticale (lu ciucciu), che ruotando intorno a se stesso su spinta dei frantoiani amplificava la pressione sulla pasta, e altri tre torchi alla genovese di seconda spremitura oltre a quattro vasche destinate ad accogliere un olio extravergine d’oliva di straordinaria qualità, che frequentemente imboccava la strada del porto di Gallipoli, attraversando sui carri cigolanti via Chiesa cuore politico, economico e religioso del tessuto insediativo più antico. Ancora oggi si rimane colpiti da tanta vetustà promanata dai palazzi aristocratici (Pasca, Macchia, Volpe, ecc.) ornati con fiori, animali mitologici, stemmi coronati, angeli, stelle e mascheroni apotropaici. Come gioielli risplendono i ricchi portali settecenteschi, spesso tempestati di perle di saggezza incise in latino non per vezzo, ma nell’intento di sfoggiare l’intramontabile cultura della Roma antica in un centro grecofono proteso verso Bisanzio, che ha restituito due splendidi codici liturgici greci custoditi rispettivamente presso la Biblioteca Corsiniana di Roma e l’Ambrosiana di Milano. Ritti come ciclopi svettano imperturbabili gli archi catalano-durazzeschi e i balconi cinquecenteschi, che si affacciano sulla storia della grecità salentina.

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testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

MARTIGNANO FOTOGALLERY

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Chiesa matrice Santa Maria dei Martiri

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Chiesa matrice, interni.

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Cappella del Mantovano

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Cappella del Mantovano, interno.

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Cappella San Giovanni Battista

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Cappella San Giovanni Battista, interni.

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Frantoio ipogeo, interni.

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Pozzelle

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Centro storico, particolari.

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Palazzo Palmieri

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Palazzo palmieri, cortile interno.

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3 comments to Martignano: balcone sulla storia della Grecità

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