La “ventarola” di Punta di Otranto

Sul lungomare di Otranto, in località La Punta, nei pressi della Chiesa della Madonna d’Alto Mare, nel corso di lavori di messa in sicurezza della falesia costiera, si è rinvenuta una “ventarola”, fessurazione imbutiforme di origine carsica,

in parte demolita dal mare e contenente resti di animali fossili, in parte oggi estinti. Nel corso del tempo il carsismo di superficie, ovvero l’azione erosiva dell’acqua, ha ampliato le fessurazioni aperte dai movimenti tettonici all’interno dei banchi rocciosi calcarei, che si sono trasformate in cavità carsiche più o meno profonde e larghe, dette “diaclasi” e note localmente con il nome di “ventarole”.

La “ventarola” di Punta di Otranto

Al loro interno ciclicamente si sono depositati per dilavamento i sedimenti provenienti dalla superficie fino a riempire del tutto le cavità. La deposizione ciclica dei sedimenti è ben visibile nella sezione stratigrafica della “ventarola” di Otranto. Le “ventarole” funzionavano anche da trappole naturali per animali che accidentalmente vi cadevano e che potevano costituire una riserva di cibo per carnivori, quali le iene, che spesso avevano le tane nelle medesime cavità.

Tra i resti rinvenuti nella “ventarola” di Otranto sono parti scheletriche di: ippopotamo (Hippopotamus antiquus), iena delle caverne (Crocuta crocuta), diversi esemplari di cervi (Cervus elaphus), uro (Bos primigenius) e testuggine palustre (Emis orbicularis). E’ evidente che molti resti degli animali sopracitati o di altre specie non sono pervenuti in quanto gran parte della diaclasi-ventarola è stata demolita dall’azione del mare. 

L’associazione delle specie faunistiche attestate colloca forse il riempimento della “ventarola” di Otranto nel corso delle prime due fasi della glaciazione wurmiana (Wurm 1 e 2: 80-40mila anni fa circa).

Lo strato contenente l’ippopotamo è stato datato con il metodo del C14 a più di 43mila anni fa (Laboratorio CEDAD-Università del Salento-Brindisi). La datazione risulta coerente con quanto noto sulle faune a grandi pachidermi di clima temperato-caldo, che nel Salento vivono dall’interglaciale Riss-Wurm (120-80mila anni fa) fino al Wurm 2, grazie alle condizioni climatiche non particolarmente fredde delle prime fasi glaciali.

Faune fossili analoghe, databili ai medesimi orizzonti, sono nelle “brecce ossifere” rinvenute lungo le coste salentine da Otranto a Castro e a Leuca. Le “brecce” sono costituite da pietrame minuto sgretolato nel corso del Wurm 1-2 dalle escursioni termiche dai versanti costieri e cementato in una matrice di terre rosse argillose di origine eolica insieme a resti di faune presenti all’epoca sul terreno.

BOS PRIMIGENIUS

Nel territorio di Otranto sono le “brecce” di Porto Badisco (Grotta del Sarcofago e Grotta della Galleria) e quelle di Capo d’Otranto con resti di elefante, rinoceronte, ippopotamo, bue primigenio, cervo, iena, lince, lepre, cavallo e asino idruntino (asino selvatico euro-asiatico). La presenza di questi ultimi equidi nella Grotta del Sarcofago farebbe pensare a un deposito formatosi nella fase iniziale della glaciazione wurmiana, quando si affermano ambienti aperti del tipo a prateria e dal clima più fresco (Wurm 1-2 intorno agli 80-40mila anni fa).

CERVUS ELAFUS

CROCUTA CROCUTA

IPPOPOTAMUS ANPHIBIUS

EMYS ORBICULARIS

Scavo di emergenza della ventarola in località “La Punta”

Otranto, tratto di costone roccioso che va dalla chiesa dell’Alto Mare al Faro della Punta

Il cantiere si è svolto dal 5 al 29 novembre 2012, con la presenza di due operai, i Sigg. De Leo Cosimo e Perulli Antonio (ditta L.C.I. srl).

Nel corso dell’Interglaciale Riss-Würm (120-80 mila anni) si sono verificati fenomeni di carsismo superficiale che hanno determinato un progressivo ampliamento di fratture tettoniche verticali presenti nella Pietra leccese. Tali fenomeni diedero origine a diaclasi imbutiformi, denominate ventarole o jentarole, che rimasero attive per lungo tempo, almeno fino alla prima glaciazione wurmiana, intorno a 60 mila anni fa. Profonde fino a 18 metri e larghe all’imboccatura fino a 4-5 metri, le ventarole funsero da vere e proprie trappole naturali per gli animali che ebbero la sventura di cadervi dentro. Furono anche una sorta di dispensa di cibo per le iene che spesso ricavavano al loro interno anche la tana. E’ stata eseguita una pulizia superficiale della sezione, asportando pietre, erba e terra in caduta. E’ stata redatta la documentazione grafica e fotografica.

Pulizia superficiale della sezione.

Sezione della parete con la distinzione delle unioni stratigrafiche US. Si distinguono 6 livelli.

In sezione sono evidenti diversi elementi anatomici fossili di fauna pleistocenica, attribuibili a ippopotamo Hippopotamus antiquus, iena Crocuta crocuta e cervi Cervus elaphus. La presenza di queste specie ci consente di collocare il periodo nell’intervallo di tempo compreso tra pleistocene medio (900.000-120.000) e il Pleistocene superiore (120.000-10.000). Data la pericolosità dell’area, si è proceduto alla restituzione fotogrammetrica dell’intera superficie, ancorata ad una serie di punti, opportunamente piazzati. Il posizionamento dei punti è stato rilevato mediante impiego di stazione totale. I dati ottenuti sono attualmente in fase di elaborazione (foto sotto).

Fase di elaborazione grafica.

Dopo la visita del Dott. Bianco si è proceduto con lo scavo, asportano i livelli dall’alto verso il basso, prelevando campioni di terreno. Per prima viene asportata la sacca di “bolo”, a cui è stata assegnata US05 (terreno sterile), mettendo in luce la parete rocciosa dove sono ben visibili le tracce dell’acqua corrente. Successivamente, scavando in US06 (terreno rossastro e pietre), sono stati rinvenuti diversi resti frammentari di cervidi e di grossi pachidermi. Nell’interfaccia tra US06 e US04 è stato rinvenuto un cranio e parti di un arto d’ippopotamo, che dopo opportuno consolidameno sono stati recuperati con lo “strappo inconchiglia in gesso” (fig. Tale operazione si è resa necessaria a causa del pessimo stato di conservazione. L’US04 è risultata caratterizzata da grosse pietre informi, di calcarenite mista a terreno grigio argilloso, con presenza di frammenti ossei di cervidi e di un grosso felino. Si assegna US07 alla zolla di terreno che probabilmente a causa di movimenti tettonici è scivolata in parete (US07=US06). Anche US03, composta da terreno grigiastro e pietre di grandi dimensioni, ha restituito numerosi resti faunistici frammentari. L’US02, composta da terreno argilloso compatto e grosse pietre, ha restituito pochi frammenti ossei, attribuibili a ossa lunghe di animali di medie dimensioni. Per quanto riguarda l’US01, rappresentata dal piano di calpestio, si è raccolto solo il materiale in superficie che rappresenta tutti i frammenti caduti negli anni dalla parete della sezione. Tutti i reperti rinvenuti nel corso del presente scavo sono in fase di restauro e studio.

 

Resti di ippopotamo Hippopotamus antiquus.

Consolidamento del cranio d’ippopotamo Hippopotamus antiquus mediante garze e paraloid.

Recupero dei resti mediante lo”strappo in conchiglia di gesso”.

Ricostruzione paleoambientale.

Michela Rugge

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