La meravigliosa arte Indiana

Le dinastie Maurya, sunga, Sahatavana, kushana e l’arte Buddhista.

Abbiamo visto come nel primo millennio avanti Cristo, l’India fosse abitata da tribù che si contendevano il potere dei territori locali. Esse erano caratterizzate da comunità stanziali che sapevano lavorare il ferro, la ceramica e combattevano avvalendosi anche degli elefanti.

La religione e gli insegnamenti venivano trasmessi oralmente ed era sicuramente proibita qualsiasi raffigurazione sacra. I loro edifici erano costruiti con mattoni di terra cruda e graticci, coperti di intonaco e stucco dipinto, e le strutture architettoniche erano di legno, quelle più importanti, alte più piani sovrapposti, erano elegantemente scolpite e dipinte.

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Un Tempio e una città in una scultura Buddhista del 2 secolo d.C. circa.

Nonostante non sia rimasto nulla dell’architettura e della scultura di quel periodo, molte famiglie di architetti (Silpis o Sthapati) lavoravano per i sovrani e per i gruppi religiosi avvalendosi di un’enorme quantità di carpentieri, muratori, stuccatori e bravissimi intagliatori del legno e pittori. La cultura vedica era molto precisa nell’indicare i canoni dei templi e ne precisava sia le componenti teologiche che ritualistiche, che le caratteristiche architettoniche.

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Corrispondenza tra posizioni delle divinità nello spazio cosmico-mitologico e le parti del corpo umano.

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Il luogo su cui erigere il tempio doveva essere scelto con cura, ripulito, arato,  drenato e benedetto ben 12 volte, prima di risultare idoneo alla costruzione. Il numero perfetto era il 4, e la forma perfetta il quadrato. Sul n.4, sul quadrato e sui loro multipli si svilupperà tutta l’architettura strutturale sacra dell’India. Il corpo umano era il riferimento su cui tracciare il progetto del tempio, sia in merito alla pianta che al prospetto, per cui tutte le parti dei templi (anche attuali) riconducono alle parti del corpo.

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(Sopra, corrispondenza tra le dimensioni verticali del tempio e la struttura orizzontale di un  Mandala disegnati su una foglia di palma).

Queste tecniche erano derivate dalle culture precedenti di Egitto, Mesopotamia e forse anche dalla cultura di Elam (Iran), ma il modo con cui furono sviluppate in India prima di Cristo è sorprendente, perché, come in Grecia e a Roma, la progettazione architettonica raggiunse livelli di grande precisione. Le loro misure di lunghezza erano estremamente precise, in quanto usavano moduli e dimensioni assai piccole riferite a piedi e pollici, mentre per quanto riguarda il peso e il volume essi usavano il confronto tra le misure di capacità di contenitori di riferimento, come zucche o vasi riempiti di semi che venivano conteggiati. L’uso dei semi era così frequente che il carato, derivato dal seme di carruba, è usato ancora oggi come unità di misura per la preziosità delle gemme. Questi insegnamenti, che possiamo riassumere nel termine Vastupurashamandala, verranno raccolti dopo Cristo in testi scritti, dei quali il Vastu Shastra è il più famoso, testi che rimangono a tutt’oggi pietre miliari nella progettazione e costruzione di un tempio indiano.

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Disegno che mostra un Silpi (architetto) con stadia e squadra mentre misura, tratto da un manuale di architettura scritto su una Ola, foglia di palma ( ? dC).

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Disegno di una unità di misura usata dai costruttori dei templi.

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La vita delle popolazioni di quel tempo era abbastanza dinamica. Nuove aree venivano disboscate e destinate all’agricoltura e si iniziarono a costruire canali per l’irrigazione. Le vie di comunicazione erano molto battute ed i commerci, sia terrestri che navali, erano diffusissimi. Le informazioni su questo periodo dell’età del ferro in India sono scarse, ma si sa che le lotte tra popolazioni vicine erano frequenti, e permaneva la suddivisione in caste. Alcuni di quei reami divennero importanti, come il regno di Gandhara dei primi Kushana, che si trovava nella zona compresa tra Pakistan e India e che aveva come capitali Purushapura (Peshawar) e Takshashila (Taxila). Fino al III secolo a.C. ci sono pochissime tracce dell’architettura indiana, per capire come essa si sviluppò successivamente, bisogna fare una breve, ma significativa premessa storica. Nel 326 a.C. avvenne un’importante fatto, l’arrivo in India, anche se per breve tempo, di Alessandro il Grande, che conquistò gran parte delle terre dell’ovest e lasciò per decenni la sua struttura politica, divisa in satrapie, a governare. L’influenza del mondo greco e della civiltà Achemenide, che dalla Persia si era diffusa attraverso i canali commerciali, furono molto importanti per il mondo indiano e per il suo sviluppo artistico. In quel periodo stavano per diventare importanti 4 dinastie: Maurya, Sunga, Sahatavana e Kushana, tutte e 4 unite da uno stesso comune denominatore: il Buddhismo!

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Immagine del Buddha, Arte di Gandhara, II – IV sec d.C.

Siddhartha Gautama, chiamato il Buddha (l’Illuminato), era nato intorno alla metà del VI secolo a.C. (566 circa) nel piccolo stato di Kapilavastu, ai piedi dell’attuale Himalaya nepalese. Di alto lignaggio, egli venne educato alle forme della nobiltà e alle pratiche religiose induiste del tempo; a sedici anni si sposò con la cu­gina Yashodhara, da cui ebbe il figlio Rahula, ma colpito dall’in­contro con un vecchio, un malato, un corteo funebre ed un men­dicante, abbandonò il palazzo principesco per vivere tra la gente la vita vera e reale. Egli si proponeva di cercare una via per li­berare l’uomo dal dolore esistenziale, ma dopo sei duri anni di pratiche ascetiche, ne comprese l’inutilità, per cui si dedicò alla ricerca della salvezza eterna, scevra dalle reincarnazioni, attra­verso la meditazione. Ai piedi di un albero di pipai egli subì le tentazioni e gli attacchi del demone Mara, ma all’alba raggiunse l’illuminazione (bodhi) e divenne il Buddha.  In seguito egli decise di fermarsi sul­la terra a diffondere il suo insegnamento per aiutare gli uomi­ni  “… a mettere in moto la ruota della legge (dharma)” e fondò una comunità (sangha) di adepti, prima di lasciarsi morire nel 486 a.C. circa.

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L’Impero Maurya (322-185 aC.) fu fondato nel 322 a.C da Chandragupta Maurya, che aveva rapidamente ampliato il suo potere da est verso ovest, in seguito al ritiro delle armate greche di Alessandro Magno. Con capitale Pataliputra (Patna), questo impero fu uno dei più grandi del suo tempo e il più grande mai esistito nella storia dell’India. Chandragupta riuscì nell’impresa grazie ai consigli di Chanakya, un insegnante proveniente daTaxila, che apparteneva alla potente casta religiosa dei brahmini. Ma fu il nipote Ashoka Vardhana, Ashoka il Grande, ad assurgere ad eroe intramontabile dell’India. Egli regnò dal 272 al 232 a.C. e già da giovane divenne un brillante comandante e un monarca ambizioso e aggressivo. Ma, narra la leggenda, durante la guerra contro i Kalinga morirono ben 100.000 soldati, tra nemici ed uomini di Ashoka, allorchè il sovrano, vedendo il fiume teatro della battaglia rosso di sangue, provò un grande turbamento e un profondo rimorso, per cui decise di rinuncare alla guerra è optò per la non-violenza e la pace, rifacendosi ad una condotta di vita virtuosa e sana. Per questo motivo, tra le religioni del tempo, scelse il Buddismo, di cui si fece fedele adepto. Ad Ashoka si deve la realizzazione delle prime opere architettoniche e scultoree dell’India giunte sino a noi ! Prima di lui, infatti, tutta l’architettura di legno, terra cruda e paglia fu distrutta dal vandalismo delle guerre o dalle intemperie. Inoltre la trasmissione orale delle regole religiose induiste e delle ferree regole del buddhismo Hinayana, impedivano la raffigurazione dei simboli sacri. Per cui il suo arrivo fu innovativo, in quanto, insieme alla predicazione del Buddhismo, egli diffuse in tutta l’india la costruzione dei suoi pilastri, contemporaneamente ai suoi famosi editti, e la realizzazione degli Stupas : 80 e più monumenti a forma di tumulo che dovevano contenere le reliquie del Buddha, seguendo il desiderio dello stesso Maestro.

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Immagini di reperti del periodo di Ashoka , ricostruzioni di edifici e di una città.

Ashoka mandò missionari in viaggio a diffondere il Buddismo in tutto il mondo conosciuto, per cui egli ebbe il merito di far arrivare il Buddhismo non solo in tutto l’estremo oriente dell’Asia, ma anche nel mondo occidentale. Le prime architetture di quel periodo, che ci sono pervenute, sono alcune piccole grotte, tra le quali la più significativa è quella di Lomas Rishi. Da essa e dalle fondamenta rimaste dei primi templi buddhisti realizzati con mattoni cotti, che variano di dimensione a seconda dei periodi storici, gli archeologi hanno dedotto che le forme usate nei templi furono prima quella circolare e poi la sala rettangolare absidata. Certamente i templi strutturali Buddhisti riprendevano la tradizione degli edifici di legno precedenti, così che, quando si iniziò la realizzazione di templi scavati nella roccia, questi imitarono pedissequamente i modelli strutturali di legno già esistenti.

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Ricostruzione dei primi tempietti circolari ed absidali da parte di Percy Brown – L’ingresso alla sala di Lomas Rishi scavata nella roccia.

Oltre al genio di Ashoka, a determinare lo sviluppo dell’architettura e della scultura Buddhista nei secoli successivi furono le dinastie Sunga, Sahatavana e Kushana. La dinastia Sunga fu fondata nel 185 a.C, quando l’imperatore Brhadratha, ultimo dei governanti Mauryan, fu assassinato dal comandante delle forze armate Pusyamitra Sunga, che prese il regno, ridotto al solo territorio dell’est, e fondò la sua nuova dinastia. Essa durò per circa un secolo per poi scomparire gradatamente. Inizialmente contrari al buddhismo, i sovrani Sunga si riavvicinarono al Buddha cui dedicarono meravigliosi monumenti  diventati famosi per le splendide sculture come a Bharut.

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I Sātavāhana furono una dinastia che si stabilì tra Maharashtra e Andhra Pradesh dal 230 a.C. circa in poi. Essi riportarono la pace nel paese dopo il declino dell’Impero Maurva, allorchè da feudatari divennero sovrani indipendenti e sostennero parecchie guerre con popoli stranieri e confinanti. Essi furono uno dei primi stati indiani ad emettere monete coniate e svolsero un ruolo vitale nel commercio, influenzando tutto il Sud-Est indiano con la loro cultura, lingua e religione. Noti per il patrocinio di buddismo e induismo, dove non adoravano solo Vishnu e Shiva, ma anche altre incarnazioni di Gauri, Indra, il Sole e la Luna, alcuni loro sovrani praticarono anche sacrifici umani.

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Il contributo Sātavāhana all’arte buddista, prima e dopo Cristo, fu notevole sia con la costruzione di grandi stupa che col sostegno alle comunità dei monaci, alcune delle quali accoglievano fino a 10.000 religiosi e si ponevano come punto culturale di riferimento per tutta l’India. Località famose nelle quali essi realizzarono importanti edifici religiosi furono Ellora, Sanchi, Amaravati, ecc, ma il Buddhismo si era già così diffuso che i suoi insediamenti occupavano una ideale linea orizzontale che dall’attuale Mumbai attraversava tutto il Maharastra, con i monasteri rupestri scavati nella roccia basaltica dei canyons, per arrivare, ad ovest, fino alle pianure dell’Andrha Pradesh ed al mare, con i grandi monasteri strutturali di mattoni. I  primi Stupas furono rigorosamente circolari e a forma di tumulo, contenenti, in un’urna posta in una nicchia al centro, le reliquie dei monaci più venerati. All’inizio vennero realizzati con la terra, poi vi si costruì intorno un muro di contenimento di mattoni ed infine, secoli più tardi, divennero enormi monumenti di mattoni e marmo, meravigliosamente scolpiti.

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La rivoluzione formale di questo primo periodo dell’arte buddista rimane la visione aniconica della rappresentazione figurativa, con elementi ricavati dalle influenze greco – persiane nello stile, e l’uso dei soli simboli del Buddha : animali come il cervo, il leone, il pavone, l’elefante, elementi vegetali come l’albero sacro (bodhi), tralci di rami frondosi, il fiore di loto, la palma, il baniano, oggetti simbolici come la pentola, la svastika, la Ruota della Vita (dharmachakra), la cornucopia, elementi architettonici come lo Stupa, l’arco chaitya, la banda vedica, figure umane come la coppia o Mithuna, ancelle, danzatrici, guardiani/e del tempio (dvarapalas), figure mitologiche derivate dall’olimpo Induista come le Apsaras o Yakshis (spiriti della natura), Ganas (Nani), il Makara (unione di 5 animali), il naga (dio serpente), la Sfinge, ecc. e negando qualsiasi rappresentazione umana del Maestro. Molti di questi basso ed altorilievi scolpiti nel calcare o nel marmo ornavano gli elementi architettonici degli Stupas : muri perimetrali, recinti e balaustre, colonne, sommità dello stupa stesso e i famosi Tòrana, i semplici ma meravigliosi portali architravati posti all’ingresso del recinto sacro sui 4 punti cardinali; altri elementi, di tipo più architettonico, ornavano invece le facciate dei Chaityas rupestri (templi scavati nel basalto delle colline ) e i Viharas (residenze monastiche) rupestri sempre scavati nella roccia.

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In questo primo periodo dell’Arte Buddhista assume una notevole rilevanza l’architettura rupestre, dove la perizia tecnico-progettuale e la qualità delle sculture è tale da far rimanere a bocca aperta. Le grotte naturali erano sempre state utilizzate dai monaci erranti e dagli eremiti delle 3 religioni principali: Induismo, Buddhismo e Jainismo ( che si era sviluppato a partire dal IV secolo a.C). Gli eremiti vivevano in povertòà e di elemosina e ad essi si era ispirato il Buddha nel dettare le sue regole, che inizialmente impedivano ai monici di fermarsi in un posto e radicarvisi. Ma nel periodo dei monsoni i monaci dovevano fermarsi per forza, per cui la regola definì che i luoghi di queste residenze temporanee dovevano trovarsi in mezzo alla natura, vicino a una cascata e quindi ad un corso d’acqua, e vicino a vie di comunicazione. Cominciarono così, soprattutto in Maharashtra a sorgere piccoli monasteri rupestri costituiti da un tempio (chaitya) e da residenze (viharas). Col passare del tempo i monasteri rupestri crebbero in quantità ed importanza, così che, col mecenatismo di sovrani, facoltosi borghesi, ma anche della gente comune (tra cui molti contadini) e dei monaci stessi, piano piano le loro architetture divennero sempre più imponenti e splendidamente scolpite.

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Evoluzione della facciata dei templi rupestri Buddhisti (Chaityas) e delle residenze ( Viharas ) (a destra).

Sotto il regno Sātavāhana, verso la fine del I, inizio II secolo dopo Cristo, si sviluppò la rivoluzione del Buddismo Mahayana, nuova regola, emersa dopo numerosi concili, che così come dava la possibilità a tutti i devoti di accedere al Nirvana, precedentemente privilegio solo dei monaci, permise agli artisti di rappresentare la figura del Buddha e dei Monaci e ai devoti la possibilità di adorarli, per cui, da questo momento, iniziò la diffusione capillare della figura del Buddha, sia ritratto da solo, che in basso-altorilievi che lo ritraevano in vari momenti della sua vita passata e futura, sotto forma di Bodhisatva. Questa nuova rivoluzione iconografica fu ampiamente e meravigliosamente rappresentata negli stupas di Sanchi, Baruth, Amravati, Bodhgaja, ecc. che divennero esempio e modello di capolavori d’Arte scultorea per i secoli a venire.

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Foto sotto: Stupas e loro decorazioni in bassorilievo su marmo ( Foto Internet e G. Vezoli).

Nonostante una crisi avvenuta tra I sec a.C e I sec d.C. i monasteri rupestri Buddhisti erano cresciuti in modo esponenziale, creando comunità numerose in posti incantevoli, sia per la bellezza dei luoghi che per l’atmosfera serena e di meditazione che vi si viveva. Solo in Maharastra si contano 2000 siti rupestri, tutti scavati nella dura roccia di basalto vulcanico nero, tra cui quelli famosissimi di Ajanta, Ellora, Pitalkhora, Kanheri, Khondane, Bedsa, Bhaja, Koda, Karla, Nasik, Junnar, Aurangabad, ecc. Un lavoro enorme di Silpis (architetti), cavatori e scultori, ora patrimonio prezioso dell’umanità.

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Siti rupestri a Kanheri (Mumbai, Foto da Internet).

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Vedute esterne di Monasteri rupestri buddhisti in Maharashtra ( Foto G. Vezoli)

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Facciate interne ed interni dei templi Buddhisti rupestri (Chaityas, foto G.Vezoli).

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Figure scolpite all’interno dei Chaitya e sui capitelli nei templi rupestri Buddhisti (Foto G.Vezoli)

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Esterno ed interno di alcuni Viharas (residenze) dei monaci, tra cui una particolarmente ricca (Foto G.Vezoli).

Con la possibilità di rappresentare la figura del Buddha, l’arte scultorea prese slancio sia sulle pareti dei monasteri rupestri, che nella statuaria a tutto tondo. Ecco allora che templi, e monasteri, grazie sempre al contributo dei benefattori, si riempirono di splendide sculture. Quest’opera di sviluppo iconografico durò per un lungo periodo, cioè fino alla decadenza del Buddhismo stesso intorno al IX-X secolo, in molte zone avvenuto anche prima, che fu scalzato dall’induismo, soprattutto Sivaista.

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(Rappresentazioni di Buddha e Bodhisatva in insediamenti rupestri del Maharashtra. Foto G. Vezoli).

Una delle dinastie che, nei primi secoli dopo Cristo, diede grande lustro all’arte Buddhista fu quella dei Kushana.  Il regno Kushana al suo apice (circa 105-205 d.C) si estendeva dal Tagikistan al Mar Caspio e dall’Afghanistan fino alla valle del Gange. L’impero era stato fondato dalla tribù degli Yuezhi, provenienti dall’attuale Cina, attorno al 135 a.C. allorchè batterono la dinastia ellenica che si era insediata in Battriana e cacciarono i Greci nel bacino del fiume Indo stabilendo la loro capitale a Gandhara. I Kushana erano abili commercianti ed ebbero contatti diplomatici con l’Impero Romano, l’Impero Persiano e la Cina. Ma soprattutto si appropriarono dell’eredità della cultura ellenica, adattando l’alfabeto greco e coniando monete di foggia greca. Sul piano religioso iniziarono ad adottare la religione indiana dello Sivaismo ed in seguito si convertirono al Buddhismo, di cui lasciarono opere scultoree meravigliose nello stile indo-ellenistico di Gandhara.

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CONTINUA…

a cura di Gianluigi Vezoli

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