La cripta del Padreterno a Otranto

La Otranto che non ti aspetti, la incontri lungo la via che porta al Colle della Minerva, dove, adiacente ad una palazzina di recente costruzione, si nasconde la cripta del Padreterno. Dovrebbe risalire ai secoli XI-XII, quando il monachesimo italo-greco era fiorente in questa città, che faceva da ponte con Bisanzio. Nel 1478-79, l’Arcivescovo Stefano Pendinelli precursore dei Martiri di Otranto

del 1480, convocò i Domenicani, che ebbero in dono la grotta, e da allora la zona fu denominata così. All’ipogeo si accede mediante una scala a tre rampe, purtroppo invasa dalla vegetazione infestante e dall’abbandono.

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Voltato a sinistra, si apre il grande ambiente sotterraneo, che solo grazie ad un faretto mi si svela, donandomi un tuffo al cuore… ecco la Otranto che nessuno ricorda più.

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La pianta del tempio è a croce greca, divisa in 3 navate. Il soffitto oggi voltato a botte, ma forse in origine era coperto da una cupola. Si individuano un altare principale e due laterali. Un sedile in pietra dirimpetto all’altare invitava i cristiani a sedersi per meditare e pregare davanti all’immagine del Padreterno, che in origine si stagliava nell’abside centrale, e che esperti tombaroli hanno trafugato (insieme ad altri affreschi) negli anni ’50 del secolo scorso.

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Sulla sinistra si apre un altro ambiente, anche questo completamente spogliato…

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…che presenta uno scavo, perfettamente circolare, dotato anche di scaletta ricavata nella roccia per discendervi: era un pozzo per approvvigionamento di acqua? Non si vede il fondo perché completamente ostruito da detriti.

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Volgendosi di nuovo dietro, ci si accorge meglio dei danni che la cripta ha ricevuto, nel corso di secoli di devastazioni…

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…ovviamente ciò che risalta di più è lo stato degli affreschi rimasti…

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…che, si intuisce ancora, erano di pregevole fattura…

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La Madonna è rappresentata più volte, e alcuni di questi affreschi indicano il passaggio dal rito greco a quello latino, come una Vergine con iscrizione greca 1556 e due Vergini col Bambino, di stile chiaramente orientale.

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Sbaglierò, ma in questo personaggio qui sopra mi pare di riconoscere San Giovanni Battista. Anche senza volto, l’ho riconosciuto dal dettaglio delle… gambe pelose!, che ho visto in qualche altra cripta in giro per Terra d’Otranto. Porta la data del 1554, accanto ad un devoto orante (sotto).

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La cripta è ricolma di ossa. Non è una novità che le chiese medievali fossero usate come cimitero. Purtroppo, la devastazione che ha subito questo luogo non ha risparmiato nemmeno il riposo di chi fu accolto qui, dopo la morte.

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Stranamente, c’è questo “loculo”, ricavato nella parete, che si trova molto in alto, e non sotto il piano di calpestio.

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Ovunque, blocchi ancora affrescati, giacciono lontani dal loro luogo di destinazione originaria.

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Bellissima, una Santa Venera si mostra ancora integra, in tanta devastazione…

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Sulla destra rispetto all’altare, invece, si apre questo altro ambiente, che mostra uno scavo circolare, forse una cisterna, dell’antico luogo di culto.

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Di grande suggestione è l’affresco della Penitenza, poiché descrive una processione di incappucciati penitenti tipica del XVI secolo…

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…primo piano, per la scena degli Incappucciati.

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Tra i santi di rito latino è rimasto quello che mi pare essere San Francesco di Paola…

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…mentre nell’immagine sotto mi pare di scorgere Santa Barbara, per via della torre che tiene stretta a sé, un motivo iconografico spesso associate ad ella.

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Gli affreschi rimasti recano ancora graffiti di pellegrini, che nel corso dei secoli hanno lasciato qui col loro passaggio…

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…sotto ne vediamo uno, ma non tutti sono di facile traduzione…

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Bellissima anche questa Madonna con Bambino…

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…che reca sul suo vestito il classico decoro a otto punti, che poi gli artigiani moderni hanno ripreso nella decorazione dei piatti di creta. Accanto, una certa Maria, che commissionò quest’opera, che si fece ritrarre accanto alla Vergine, in proporzione molto più piccola, in segno di rispetto.

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Ovunque, il fondo di calpestio è invaso da una notevole quantità di terra, che nasconde ossa e frammenti di ceramica. Il luogo meriterebbe un’indagine archeologica…

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In seguito la grotta venne trasformata in deposito, sala di lavorazione del tabacco, perdendo definitivamente il fine per il quale era stata realizzata. Nel 1967 si lottizzò il fondo “Domenicani” per case di abitazione. Alcuni studiosi e la Sovrintenza alle Belle Arti ne hanno reclamato il ripristino. I lavori di sterro hanno avuto inizio ma il recupero non è stato mai completato. Depredata da molti arredi ed anche degli affreschi più pregevoli, ad opera di minuziosi tombaroli senza scrupoli, di questo luogo scrisse anche il compianto studioso don Grazio Gianfreda, che ebbi modo di conoscere nel 2005, e di cui per sempre mi rimarrà nel cuore l’amore che coltivava integerrimo per la propria terra.

(che ringrazia Rita Paiano, di cuore, per avermici accompagnato. Questo luogo è inserito tra i luoghi da salvare del FAI. Se ti è piaciuto, mettici una firma per salvarlo)

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