Nel crepuscolo degli dei, l’aurora di santi e martiri

Con una brusca virata la cultura classica, impregnata di paganesimo, entrò in rotta di collisione con il cristianesimo sino a dissolversi nel baratro dell’oblio. In uno scontro tra titani, santi e martiri cristiani spodestarono dall’olimpo divinità celesti e ctonie, lari e numi tutelari, esiliandoli, dopo averne prosciugato la linfa vitale, nel tartaro. Nella lotta per la sopravvivenza non è escluso però che i culti pagani abbiano attinto alla dottrina cristiana di natura soteriologica al fine di prolungare la loro agonia e nel caso fosse andata in modo diverso si possono fare soltanto illazioni. Dopo il Concilio di Efeso del 431 d.C. la teologia mariana non esitò a scomodare il culto primordiale della Dea Madre, che, seppur vergine, partorì un figlio, prologo al dogma di Maria vergine e madre sancito nel 649 d.C. dal Concilio Laterano.

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Vergine con Bambino, opera di Placido Buffelli (Lucugnano).

In prospettiva di diffondere il culto della Madonna si ricorse anche al parallelismo con la dea egiziana Iside, la signora dei diecimila nomi, che per amore vinse la morte, riportando in vita con la magia il suo sposo Osiride. Entrambe iconograficamente venivano rappresentate con un bambino in braccio, Horus nel caso di Iside, Gesù in quello di Maria di Nazareth. Iside, dea lunare e delle maree nonché protettrice dei naviganti, ispirò il titolo di Maria stella maris tramandato dalle litanie. Al crepuscolo degli dei tutti i templi dedicati alla dea egiziana della notte, raffigurata con simulacri neri, che rievocavano le tenebre, vennero convertiti al culto della Beata Vergine salutata come Maria Theotokos, la madre di Dio, fecondata, secondo Sant’Ambrogio, da un annuncio mistico sussurrato all’orecchio da una voce angelica.

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Madonna con Bambino del Santuario S.Maria dell’Abbondanza, Cursi.

All’occorrenza venne foggiato dai Padri della Chiesa il mito della sacra verginità di Maria, eco spirituale della sposa nigra sed formosa del “Cantico dei Cantici”, che, non a caso, veniva rappresentata con un volto scuro. Lo stesso stilema ritornava nei quadri delle Madonne Nere dipinte da San Luca e nei simulacri, intagliati in legno di cedro, che venivano traslati dai devoti in processione, di cui il motivo iconografico della Madonna Lauretana non è che una pallido riverbero.

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Madonna nera (chiesa S.Maria d’Aurio, Surbo).

Anche nell’antico Egitto il simulacro di Iside, dea della fertilità e della maternità, veniva accompagnato in corteo da sacerdotesse, vestite di bianco, che recavano corone di fiori e lampade votive, e, dopo il tramonto, nelle case e sulle barche, venivano accese candele votive in onore della dea, regina del cielo, che indicava il cammino come una stella. In antitesi al paganesimo nel libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo apparve una donna vestita di sole, con il capo ornato di stelle quale corona regale e con la luna sotto i piedi, intenta a schiacciare la testa al serpente divenuto nel cristianesimo simbolo del male e della tentazione del peccato originale di Adamo ed Eva.

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La scena dell’Apocalisse di S.Giovanni all’interno del Tempietto di Seppannibale, Fasano.

La similitudine traeva probabilmente spunto da un frammento orfico recante la celebrazione dell’accoppiamento della Dea Madre con il serpente Ofion allegoria del cosmo e del ciclo della vita. Dal loro congiungimento sarebbe stato generato l’uovo cosmico, che, all’equinozio di primavera, si schiudeva al lieve soffio di un vento tiepido. E in un equinozio di primavera i Vangeli riportarono convenzionalmente l’episodio dell’annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla vergine di Nazareth, concepita senza peccato e destinata a divenire madre dolorosa, ausiliatrice misericordiosa e protettrice vittoriosa. Nelle vesti di Nike alata di matrice greca e dell’egiziana Iside dalle braccia alate, la sua effigie, considerata miracolosa, rifulse su vessilli e labari di eserciti come quello della Sacra Lega, che, il 7 ottobre del 1571, sconfisse i Turchi a Lepanto, arginando il dilagare dell’islamismo e soffocando le mire espansionistiche ottomane nel Mediterraneo.

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La Vergine del Rosario, la battaglia di Lepanto, all’interno del Convento di Ugento.

Fu Pio V a coordinare la coalizione cristiana sotto il gonfalone della Madonna della Vittoria. Il papa domenicano, che aveva avuto in San Pietro in Vaticano la visione del trionfo della flotta federata sotto le insegne pontificie, mentre ancora infuriava la battaglia, attribuì l’evento miracoloso alla recita della corona del rosario considerata per eccellenza la preghiera per meditare sui misteri di Gesù nei quali sua madre era contemplata. La Beata Vergine della Vittoria, che aveva intercesso per la cristianità nei drammatici momenti di Lepanto, assunse così il titolo di Madonna del Rosario. Nel 1913 il pontefice Pio X in suo onore istituì una festa solenne ancora oggi puntualmente celebrata la prima domenica di ottobre e quotidianamente rievocata in cartigli e pale di altari. Fastose composizioni dei misteri del rosario rifulgono in tutto il loro splendore in luoghi di culto cristiani ad imperitura memoria dell’evento, che cambiò le sorti della storia europea.

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Madonna del Rosario nell’omonima cappella di Serrano.

A Gallipoli nel convento, annesso alla splendida chiesa intitolata a San Domenico, il 16 settembre del 1579, venne fondata la Confraternita del Santissimo Rosario con la missione di diffondere il culto della Madonna invocata dalle milizie cristiane per arginare l’avanzata turca a Lepanto. Sulla scia del ricordo mai sopito di quella gloriosa battaglia, nella chiesa dei Domenicani sull’altare intagliato nel legno e dipinto in oro zecchino, dedicato al santo fondatore dei Padri Predicatori, venne incastonato su di un lato il tondo recante il ritratto di mons. Alfonso de Herrera (monaco agostiniano, cappellano delle milizie cristiane della Santa Lega nonché vescovo di Gallipoli dal 1576 al 1585), e, sull’altro, il tondo con l’effigie del principe don Giovanni d’Austria, artefice del trionfo della croce sulla mezzaluna islamica. Il sentimento di fede e di devozione popolare iniziava ad essere nutrito dall’arte investita del ruolo di vangelo visivo da contemplare nel corso del lungo ed estenuante viaggio alla ricerca del sacro da parte dell’umanità.

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Gallipoli, chiesa di San Domenico

 

testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

 

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