Esorcismi e stregonerie nel Salento

Il lato oscuro dell’uomo ha generato da sempre paure ancestrali mai sopite, che in ogni epoca sono state combattute con infinite tecniche di esorcismi. Il bene e il male si sono incontrati e scontrati anche qui nel Salento, lasciando tracce vistose in importanti opere d’arte, che come in un fotogramma rubato al passato ci riportano indietro nel tempo, in un viaggio allucinante per la sua palese semplicità iconografica.

Un impressionante viaggio in questa macchina del tempo si può fare all’interno della chiesa dell’Annunziata, a Galugnano, incantevole borgo presso San Donato di Lecce. Qui, sull’altare posto sul lato sinistro del tempio rispetto a quello maggiore, una tele seicentesca racconta, con nome e cognome, gli uomini e le donne che in quell’epoca furono liberati da attacchi del maligno…

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Le scene, riprese quasi con uno stile fumettistico, si susseguono come cornice attorno all’immagine centrale di San Domenico…

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Sopra vediamo il primo esempio. Racconta di una certa Angela Theriu, di Sternatia, ventottenne, dichiarata “ossessa del demonio”, a cui il sacerdote pratica l’esorcismo per liberarla… e difatti notiamo quella sorta di pipistrelli che le fuoriescono dalla bocca… il prete è riuscito nella pratica!

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Sopra invece vediamo raffigurata una donna di Lequile anch’essa “spiritata”, anzi, che addirittura “teneva una compagnia di demoni”… Anche in questo caso il male fugge, grazie all’intervento del sacerdote, aiutato dalla Madonna Annunziata.

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Nell’immagine sopra siamo giunti a Corigliano d’Otranto, all’interno della chiesa matrice, dove un esorcismo viene praticato stavolta non sopra una sola persona ma sull’intera cittadinanza. Succedeva anche questo all’epoca! Come leggiamo anche nel prezioso libro di Antonio De Ferrariis, detto il Galateo (De Situ Iapygiae), vissuto a cavallo fra 1400 e 1500, il Salento è una regione che “produce cavallette. Esse superano i confini della penisola, sono una calamità tipica di questo territorio: sono animali che devastano ogni cosa, tutto divorano e distruggono, non vi è nulla che sopravviva al loro passaggio, come sogliono fare i nemici. Neanche gli alberi risparmiano, talvolta“… Possiamo ben immaginare la paura e la disperazione delle genti che allora coltivavano la terra. Ecco dunque il motivo dell’esorcismo che si vede raffigurato in questa tela, evidenziato nel particolare più in basso dell’opera (foto sotto)…

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Tutta la cittadinanza di Corigliano è in processione, dietro il clero, e la vediamo nel momento in cui rientrano nelle mura cittadine (interessante anche notare la città medievale), dopo aver fatto un giro nei campi, e praticato i riti per scongiurare l’arrivo delle locuste! Nella tela si notano, in alto, San Nicola, che è il protettore della città, accompagnato da San Trifone, che è per così dire il Santo “specializzato” nella protezione contro le locuste! Per restare al Galateo, riportiamo un altro stralcio del suo libro che ci conduce verso un altro aspetto sinistro… “questa provincia genera gente assai tranquilla e per nulla assetata di sangue umano, ma ad alcuni sembra che la natura abbia guastato i suoi doni. Essa infatti fece nascere qui una specie di ragno pericolosissima, gli effetti del cui veleno possono essere inibiti dal suono dei flauti e dei tamburelli: non lo avrei ritenuto possibile, se non lo avessi visto di persona, facendone esperienza moltissime volte… c’è anche quel maligno serpente dei monti della Calabria“… Siamo giunti allora nell’esorcismo più famoso di questa terra… quello del tamburello contro il ragno!

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La cappella di San Paolo, a Galatina, ospita la tela che raffigura il Santo, appunto, mentre aiuta un uomo morsicato… ai piedi di quest’ultimo, lo vediamo meglio nella foto sotto, notiamo gli animali che scatenavano la “malattia” di questi uomini e sopratutto donne, che venivano morsi nelle campagne: il ragno, lo scorpione ed il serpente…

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Anche a Patù, nella cappella della Madonna di Vereto, si conserva un affresco meraviglioso…

…dove vediamo ai piedi del Santo gli stessi animali… e i serpenti attorcigliati sulla sua spada.

“San Paolo dei serpenti” si trova affrescato pure nell’antichissima chiesa di Santa Marina (Salve), a Ruggiano.

Acaya conserva una storica cappella di San Paolo, dove si radunavano gli “atarantati” delle fonti antiche per chiedere la grazia (foto sotto)…

Non sono molte le statue di San Paolo nel Salento, una di esse si trova nell’antica chiesa di Seclì (foto sotto): ne venni a conoscenza grazie al celebre e purtroppo scomparso Pino Zimba, che mi ci portò la prima volta. Con la sua energia Pino ha fatto conoscere la tradizione del tamburello e del tarantismo in giro per il mondo, grazie a film come “Pizzicata” o “Sangue Vivo” (di Edoardo Winspeare). Accompagnandomi a Seclì, mi raccontò di suo padre, che venne realmente morso dal ragno e andò anche lui a chiedere la grazia a San Paolo, e danzava sopra la cornice di un quadro con l’immagine del Santo, posto in terra, senza mai sfiorare la tela. Sembrano ricordi di un tempo lontano e arcano, invece accadeva ancora, oltre la metà del secolo scorso.

Anche Giurdignano custodisce un affresco di questa fatidica tela del ragno… posto sotto il menhir San Paolo…

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…una tela che ricorda molto quella che sovrasta la scena dell’indemoniata salvata da San Francesco di Paola, raffigurata nello stupendo altare posto all’interno della Basilica di Santa Croce a Lecce…

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…una scena, quella della donna che si divincolava forsennatamente fra le braccia che la serravano, ripetutasi per secoli, in questo angolo solare del Mediterraneo visto attraverso la sua anima nera. Oggi il tamburello impazza ancora, in chiave moderna, in Salento, in memoria di questo tempo passato, grazie a tanti artisti che riaccendono la frenesia di questo ballo antico, sopratutto in estate (sotto vediamo Serena D’Amato, dei Tamburellisti di Torre Paduli)…

Ma restando alle fonti storiche, non posso che leggerle col fiato sospeso (tratto dalle note dell’edizione Congedo del libro del Galateo): ” … in Puglia circa gli atarantati, s’adoprano molti istrumenti di musica e con varii suoni si va investigando, fin che quello umore che fa la infirmità, per una certa convenienza che egli ha con alcuno di quei suoni, sentendolo, subito si move e tanto agita lo infermo, che per quella agitazion si riduce a sanità. Era nota già in antico, Senofonte, nei Detti memorabili di Socrate, presenta Socrate che paragona gli effetti del bacio a quelli della tarantola, poiché entrambi straziano gli uomini con dolori e li fanno uscire di senno; la cura proposta da Socrate è un lungo viaggio, di non meno di un anno, che riuscirebbe forse a guarire il malcapitato: l’analogia sarebbe poi diventata topica nella letteratura amorosa. “Mercè, madonna, ahimè, ch’io son infermo / De non so che, che un dì fra voi mi morse / credo fu el morso di quel crudo vermo / che offeso alcun desia nel ballo porse / perchè al venen che al cor subito corse / sol sol ballar ci fu reparo e schermo. Dunque al ballar, che questo tempo è perso / già che tu puoi saper di che mi pasco / Che così vuole amor crudo e perverso / e se pur nel ballar qui morto casco / Non ne stupir, fa pur ch’io senta el verso / che amor mi diè, che subito renasco” (sonetto dell’Aquilano). Interessante è anche l’attenta descrizione del fenomeno introdotta dal Pontano nel dialogo Antonius, il quale parla dei benefici effetti del canto riscontrati in Puglia per la cura della rabbia canina”.

Sembrerebbe una terra di esorcismi, questa! Sopra, rivediamo ancora San Francesco di Paola in azione durante uno dei suoi miracoli, in una scena dipinta dal grande pittore gallipolino Giovanni Andrea Coppola e custodita all’interno della chiesa di Sant’Agata (Gallipoli): si vedono benissimo i diavoli uscire dal corpo di quelle tre fanciulle, dipinte in toni più scuri, preda del maligno. Lo studioso Gigi Manni ha messo in evidenza come nel Medioevo ci fossero persone che svolgevano una vera e propria “professione” dell’occulto. Ed ha ritrovato negli archivi storici un processo seicentesco intentato contro Leonarda Castellano, “macara” di Soleto, una strega, che effettuava a pagamento stregonerie e fatture contro malcapitati. Un processo svoltosi nelle prigioni del castello di Gallipoli, che non portò poi a condanna della donna perché quest’ultima riuscì misteriosamente a fuggire. Una storia, come chissà quante altre, da mettere insieme ed approfondire!

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