Cavallino: sotto la fiaccola di San Domenico di Guzman

L’afa di agosto non scoraggia i devoti ad invadere la piazza, quando le campane rintoccano a festa per salutare la processione in onore di S. Domenico di Guzman. Tra lo stupore, a Cavallino, improvviso ed inatteso, si alza un refolo di vento che accende il brivido di una carezza e si inchina con riverenza al passaggio della statua raffigurante il santo protettore.

La tradizione secolare, alimentata dalla devozione popolare, non tramonta, anzi si rigenera nel ricordo del frate, che aveva fatto della povertà mendicante e della predicazione per la conversione degli eretici la sua missione dominante.

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E, come una sfida, l’attaccamento alle radici si rinsalda, traendo linfa vitale dalla corresponsione di amorosi sensi e trasudando gocce di memoria dalle pietre dei monumenti incastonati come gioielli nel cuore del grazioso centro storico.

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Quando giunsero i frati predicatori alla corte dei marchesi Castromediano, discendenti del valoroso Kiliano di Limburg, il casale di Caballino cambiò volto nell’ispirazione della fede e nella concezione dell’architettura e dell’arte. Nel volgere di qualche lustro si spalancarono le finestre di una quinta scenografica accuratamente progettata per riflettere l’eccellenza dell’apostolato domenicano e le ambizioni architettoniche dei munifici feudatari come mezzo di ostentazione del loro potere. A quel tempo il desiderio di immortalità veniva sostituito dalla ricerca della gloria.

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Nel 1636 la marchesa Beatrice Acquaviva D’Aragona donò alla popolazione un pozzo dal quale si poteva attingere acqua sorgiva, fonte di nutrimento, a differenza di quella, salmastra e maleodorante, proveniente dai pozzi circostanti. Esso venne scavato e poi plasmato tra quattro colonne, sormontate dalla statua di S. Domenico, a un tiro di schioppo dal maestoso palazzo gentilizio, che, a torto o a ragione, a molti appariva per la sua mole come un castello.

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Nel solco della devozione, tra il 1626 e il 1635, la giovane marchesa, intimamente intrisa di spiritualità domenicana respirata a Napoli, si prodigò per realizzare la costruzione di un complesso monastico deputato ad ospitare i frati Domenicani impegnati in loco nell’ardua opera di evangelizzazione.

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Alla dimora dei Padri Predicatori, ai quali era stato conferito il privilegio di riscuotere le decime, venne annessa qualche anno più tardi la chiesa conventuale intitolata a S. Domenico e a S. Nicolò. La facciata rimase un’eterna incompiuta, mentre l’interno a pianta basilicale, venne scandito da tre navate, circoscritte da quattro imponenti pilastri a colonne quadrinate, dove vennero allocati gli archi sui quali venne scaricato il peso del soffitto in muratura a spicchi. Il tempio sacro venne adornato con otto altari intagliati nella pietra scevra di ricami e orpelli, mentre il presbiterio venne delimitato da una balaustra ricamata in ferro ormai dissolta come l’eco delle prediche dei Domini canes ossia “i cani del Signore”, che tuonavano dal pulpito ligneo, quasi seguendo le pause di uno spartito musicale.

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La sonorità del tempio sacro, attutita dalla severa dignità del barocco, si stemperava in fondo all’abside ai piedi del monumento funebre che fotografava la tragedia di una vita recisa nel fiore della giovinezza. Il cenotafio venne eretto nel 1663 nell’intento di eternare nella tenera pietra il ricordo struggente dell’amore tra don Francesco e donna Beatrice, che scomparve prematuramente il 5 agosto del 1637 a causa dei numerosi parti.

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Nello stesso anno un monumento funebre venne innalzato per volontà dello stesso don Francesco, in preda ad un dolore inconsolabile, su una tomba di famiglia annessa ad un cappellone dell’erigenda chiesa matrice, allo scopo di accogliere e piangere le spoglie mortali dei Castromediano sin dal 1300, così come affidato all’epigrafe incorporata nel cartiglio sulla base. Il sontuoso apparato funebre in stile barocco, sostenuto da tre sfingi e sormontato da un timpano a volute, venne inglobato tra due colonne corinzie, alloggianti i semibusti degli esponenti più in vista della nobile casata dei signori di Cavallino personificazione di pace e benessere nella vita dopo la morte.

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Nella selezione superba di quell’antica nobiltà, intimamente soggiogata dagli stilemi spagnoli, maturò il culto di S. Domenico a cui venne associato anche quello nei confronti della Beata Vergine del Monte particolarmente sentito da parte degli abitanti di Cavallino, che non perdono occasione, ogni prima domenica di maggio, di tessere suppliche, elevando con sentimento l’inno alla Madre di Dio.

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Nella splendida cornice di questa città di arte e di cultura continua ad aleggiare la protezione divina della mamma celeste che avvolge sotto il suo manto e lo zelo missionario di S. Domenico, istitutore del rosario, il salterio angelico, preghiera universale di lode e gradito omaggio di amore da recitare con il cuore, entrando in colloquio confidenziale con Maria, rosa mistica, affinché ella interceda per noi presso suo figlio Gesù, il frutto benedetto del suo grembo. Secondo la leggenda nel 1214 fu proprio Maria, rosa senza spine, a consegnare al santo predicatore la corona di preghiere che fioriscono come rose sulle labbra dei devoti. La recita del rosario, pratica di venerazione e devozione popolare, divulgata dalla Chiesa cattolica per arginare la riforma protestante, si affermò dopo il Concilio di Trento (1545-1562) ed esplose prepotentemente dopo la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Non a caso la vittoria sulle scimitarre e i turbanti della flotta turca da parte delle alabarde e delle spade, brandite sotto il vessillo della croce dall’esercito della Lega Santa, veniva attribuita all’intercessione della Vergine invocata dalle confraternite del Rosario.

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Domenico fu un uomo di preghiera, di mediazione e di riconciliazione. La sua preghiera fu costantemente rivolta per salvare le anime in modo particolare quelle cadute nella trappola delle eresie del suo tempo, come quella albigese. Nonostante ciò invitava a vivere in umiltà e povertà proprio come gli albigesi, anelando ad una chiesa povera e per i poveri, così come auspicato da papa Francesco e come sottolineato dal cardinale Salvatore De Giorgi, che, come negli anni scorsi, ha presieduto la solenne celebrazione eucaristica a Cavallino. Il cardinale, accolto da un caloroso applauso, ha esaltato il grande carisma di S. Domenico e ha raccomandato i fedeli ad adoperarsi per emularlo nel tentativo di diventare santi del quotidiano. Il mondo in frenetica evoluzione ha bisogno di nuovi evangelizzatori; non solo sacerdoti che svolgano il loro ministero, ma anche di semplici operai chiamati a servire nella vigna del Signore, annunziando il Vangelo. Sulla scia degli insegnamenti custoditi nella Bibbia, che ha spronato a leggere, l’alto prelato, nella veste di pastore che ama il proprio gregge, ha incoraggiato ad operare con nuovo ardore, puntando al rinnovamento della chiesa, sposa mistica di Cristo, che deve essere più propensa a scaldare gli animi, a coinvolgere e a perdonare. All’origine della testimonianza di fede di ciascuno di noi, resta, sempre e comunque, la preghiera in grado di mettere in contatto con Dio; in primis, secondo la tradizione domenicana, il Rosario. Sulla scia delle promesse fatte dalla  Madonna: il Rosario è e sarà un’arma formidabile per annientare le forze del male, distruggerà i vizi, dissiperà il peccato, disgregherà le eresie e salverà le anime purganti. Chiunque reciterà con il cuore il S. Rosario non verrà abbandonato dal Signore e sarà fatto degno della vita eterna. Offrendo di tanto in tanto un fascio di rose alla Regina del Cielo le tenebre che albergano nella mente e negli animi saranno diradate per poi essere vinte dalla luce. E luce fu e luce sia… in una patina di nostalgia.

Cavallino: sotto la fiaccola di San Domenico di Guzman

testo di Lory Larva

foto di Alessandro Romano

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