L’altare scrigno di Santa Croce a Lecce

Fulgido emblema del barocco a Lecce è forse in assoluto l’altare di San Francesco di Paola, custodito all’interno della Basilica di Santa Croce, simbolo a sua volta del barocco leccese nel mondo. Racconta una storia che val la pena ricordare, a chi già la conosce, e sopratutto proporre, a chi la ignora, affinché la memoria delle storie e della incredibile sapienza

di questi scalpellini che vissero lo straordinario periodo della lavorazione della pietra leccese, non si perda in questa epoca ipertecnologica ma sempre più povera di manualità, silenzio, fatica solitaria.

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La storia nella pietra è quella di San Francesco di Paola, raccontata da tre vite innamorate, quella di Francesco Antonio Zimbalo, sublime scultore che la realizzò, nel 1614-1615… innamorato della pietra…

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… quella di Girolamo Cicala, barone di Sternatia… innamorato di Francesco di Paola…

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… e di Francesco di Paola, innamorato di Dio, e degli uomini…

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Un uomo straordinario (nato a Paola il 27 marzo 1416, morto a Tours il 2 aprile 1507), che già a 12 anni consacrò la sua vita a Dio. In questi bassorilievi che decorano l’altare, secondo tanti studiosi forse l’opera barocca più importante di tutta la Terra d’Otranto, si ripercorrono i momenti più salienti del suo percorso terreno.

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In questa scena (sopra) si vede Francesco che consegna ai confratelli l’Ordine della sua Congregazione…

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Qui invece c’è il primo miracolo compiuto da San Francesco. Si tratta della fornace utilizzata dal Santo per far cuocere il materiale utilizzato per la costruzione della Chiesa e del Convento. Fin dalle prime biografie è attestato che il Santo taumaturgo vi entrò una volta per ripararla mentre ardeva a pieno ritmo, senza riportare alcuna scottatura. Un’altra volta invece né richiamò a vita l’agnellino “Martinello”, che gli operai avevano divorato, gettandone le ossa tra le fiamme.

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In questa occasione invece il Santo fu richiamato da alcuni cacciatori, nel bosco, chiedendo aiuto per un ragazzo assiderato ormai in fin di vita, che poi prodigiosamente si salvò.

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Altra meravigliosa rappresentazione dello Zimbalo, le sue scene non sembrano fatte con la pietra! Qui siamo in Calabria, dove c’era l’eremo di San Francesco, a Paterno Calabro. Si notano due viandanti in cammino, che si avvicinano ad una casa, sul cui tetto si vede una fiamma: è la fiamma della Carità, l’esempio che il Santo stava seminando ovunque, col suo passaggio.

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Un “successo” così profondo che generò una grande partecipazione: sopra si vedono i sacchi portati in gran quantità contenenti le stoffe per il saio dei nuovi frati, lungo la strada verso il convento.

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San Francesco di Paola in estasi, davanti all’apparizione dell’Arcangelo, che regge lo stemma del suo Ordine…

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Qui sopra siamo nel convento di Paola, dove Francesco salva la gamba al barone Giacomo di Tarsia.

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E qui, il Santo “vive” la tragedia di Otranto assediata dai turchi nel 1480: ebbe una terribile visione, pochi mesi prima, della città completamente insanguinata, ne scrisse subito al Re di Napoli, ma non fu ascoltato. Allora si chiuse nel convento e non ne uscì più, con l’intenzione di pregare finché gli otrantini fossero stati liberati…

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…un anno durò l’incubo, per i superstiti di Otranto… poi, tre mesi prima che accadesse, Francesco ebbe un’altra visione, che lo rassicurò sulla cacciata dei turchi dal Salento.

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Siamo all’interno della chiesa di Paola: Francesco libera dal demonio una fanciulla, di nome Boccangitola, mentre tutti attorno, anche i confratelli dal coro, osservano preoccupati la scena. Personalmente, quel decoro a forma di ragnatela posto in alto, mi fa venire in mente spontaneamente il simbolo della taranta, il ragno che faceva impazzire le donne fin dalla notte dei tempi, in Terra d’Otranto…

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Il miracolo più celeberrimo della vita del Santo. Francesco doveva attraversare lo stretto di Messina, assieme al suo confratello, ma non avevano i denari per pagare il barcaiolo, e questi si rifiuta di dar loro un passaggio. Così, sopra le acque tempestose, i due frati fanno la traversata a bordo di un… mantello! L’incredibile visione è resa ancora più affascinante perché raccontata anche questa con molto realismo, tanti dettagli, si vedono scene di vita quotidiana, viandanti di terra e di mare, che quasi non si accorgono del prodigio.

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Ultima formella, che vede Francesco ormai anziano, curvo sul bastone, che resuscita una ragazza morta…

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…già in vita fu considerato Santo. La Chiesa lo fece appena 12 anni dopo, un tempo relativamente breve per i canoni del Vaticano.

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Una delle iscrizioni poste sull’altare recita CORONA IVSTITIAE FLORENTI SICVT LILIVM… una corona alla giustizia che fiorisce come un giglio. Come tutti i gigli che il grande Zimbalo è riuscito a ricavare da questa pietra straordinaria. Il profumo del giglio raggiunga ogni opera di giustizia nel mondo, perché ogni opera di giustizia è opera di carità. E Francesco ha molto pensato a questa nostra umanità, dispersa per un mondo crudele.

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