Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Sternatia: Sotto le ali del Basilisco

Sternatia: Sotto le ali del Basilisco

Sulla scia di affascinanti leggende medievali il basilisco, intrappolato tra i rovi dei bestiari, spiegò le enormi ali, seminando il panico tra i villani in preda al terrore del fiato infuocato che inceneriva come quello di un drago, del respiro velenoso che annientava come quello di un aspide e dello sguardo rutilante che pietrificava come quello della Gorgone. Dopo aver volteggiato su fienili, case, stalle e casali, il re dei serpenti,

generato da un gallo e covato da un rospo, planò su Sternatia con l’intenzione di tramutare tutto in cenere. Ma il crudele piano di distruzione venne sventato, poiché rimase abbacinato dal suo stesso sguardo di brace riflesso dal sole attraverso uno specchio installato a protezione del centro, che, scelse per scaramanzia di adottarlo sull’arme civica, come simbolo di forza, potenza ed immortalità, confidando nella protezione del mitico mostro, equipaggiato di una cresta sulla testa somigliante ad una corona turrita.

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Al di là della mirabolante fantasia, che a tratti si fonde e si confonde con la mitologia e l’alchimia, differenti sono le versioni relative all’etimologia. Al di là della loro attendibilità e di ogni dotta interpretazione tutte meritano attenzione a partire da quella, formulata dall’erudito Luigi Tasselli, che farebbe derivare il toponimo dall’antico rituale delle prefiche di piangere i defunti, percuotendosi lo sterno. Il nome potrebbe scaturire anche dal bizantino medievale sterna dia chora col significato di luogo dissodato, ma non sarebbe da escludere l’implicazione, suggerita dal filologo Gerhard Rohlfs, insita in sterna, ossia cisterna, sulla base della presenza di diversi serbatoi idrici. La più intrigante parrebbe, comunque, quella suggerita dallo studioso Giorgio Leonardo Filieri, che affonderebbe le radici in sterna-teia, perdendosi nei rivoli di una cisterna collegata ad una fonte sacra.

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L’insediamento, marcato profondamente dalla centuriazione romana, salutò l’alba di un nuovo giorno con l’avvento dell’impero bizantino e con il ripopolamento dei profughi italo-greci scampati alla lotta iconoclastica. Intrisi di religiosità e dediti al lavoro dei campi veicolarono come torme una cultura agraria innovativa, una liturgia orientale coinvolgente e un’arte ieratica in grado di ricreare tra nugoli di incenso l’epifania divina. In seguito alla loro conquista pacifica l’abbazia di San Zaccaria divenne faro di cultura e civiltà greca. Usi, costumi, tradizioni e riti religiosi greci vennero acquisiti dagli abitanti del luogo, che non esitarono a mutuare l’idioma griko, diffuso ancora oggi in uno dei centri ellenofoni dell’enclave della Grecìa Salentina.

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Cripta di San Sebastiano. Particolare. 

Dal chorion bizantino, presidiato da diverse torri di difesa (pyrgoi), alla trasformazione del casale in terra il passo, tra invasioni e distruzioni, fu breve. Dopo la drammatica presa di Otranto nel 1480 il conte di Conversano Giulio Antonio Acquaviva, impegnato nella liberazione della città dei martiri insieme al capitano Andrea Capodiferro di Soleto e al condottiero Francesco Delli Monti di Corigliano, partì dal borgo fortificato di Sternatia per andare incontro alla morte il settimo giorno di febbraio del 1481. Lo sventurato conte, cadendo in un’imboscata tesa dai temibili cavalieri turchi, venne decapitato; la sua testa, issata su una picca, venne esibita come glorioso trofeo, mentre il corpo, sorretto dalla pesante armatura, ritornò in sella al cavallo al quartiere generale, presidiato dai soldati cristiani, tra lo spavento e la commozione generale.

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Residuo del circuito murario cinquecentesco, innalzato nel 1540 dall’architetto militare Evangelista Menga e corroborato nel 1540 dai maestri Andriolo e Stefano da Putignano, porta Filìa (porta dell’amicizia) è l’unica ad essere sopravvissuta alla demolizione rispetto alle altre (porta di Lecce, portaggio dell’Apano e porta orientale) immesse per consentire l’accesso attraverso i vari punti cardinali. Depositaria dei segreti custoditi tra le mura di quel borgo, fortificato sin dal 1334 entro un quadrilatero e segnalato su un’antica carta della Japigia come Turris Sternaim, nel solco di una tradizione secolare rappresenta il varco attraverso il quale le spose entrano gioiosamente per predisporre il desco intorno ad un nuovo focolare, mentre i defunti escono per essere condotti mestamente verso il cimitero. Vita e morte simbolicamente si affrontano a duello sotto l’arco a tutto sesto; nuovo e antico spesso si sfiorano senza toccarsi, prendendo la direzione, che conduce verso il cuore del centro storico o verso la chora popolata di alberi d’ulivo dalle chiome argentate.

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In altri tempi, dopo la raccolta delle olive, i contadini, alla guida di carri in fila come formiche stremate dal freddo e dalla fame, tornavano a scaricare i sacchi per la macina nel frantoio ipogeo ubicato nei pressi di porta Filìa e decantato per l’alta percentuale di produzione olearia così come tramandato da un documento del 1581. Ma l’olio, prodotto in gran quantità, non doveva essere di straordinaria qualità, poiché nel 1779 i Domenicani, dopo varie tribolazioni, riuscirono ad ottenere il permesso di scavare e installare un frantoio conventuale per frantumare le olive delle decime senza farle diventare acide come quelle lasciate in deposito per lungo tempo nelle sciave dei marchesi Granafei, ai quali spettava per giunta lo jus trapeti. Sulla base di un rogito ottocentesco il loro frantoio consisteva in due trappeti coerenti tra loro in grotta, uno in ordine e l’altro disordinato, denominati dello Filia siti a canto le mura. Esso venne dotato, inoltre, di torchi alla calabrese e alla genovese e di una grande vasca, dotata di macine e posizionata sotto il lucernaio.

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Per seguire il filo conduttore di questa storia ci dirigiamo verso il palazzo marchesale dei Granafei, eretto sulle vestigia del castello degli Orsini Del Balzo, così come tradito dalla topografia della piazza sotto il cui basolato, durante i lavori per la rete fognaria, sono state rinvenute almeno ventiquattro fosse granarie. Nonostante la ristrutturazione, sulla base dei dettami dell’architettura militare aragonese, nel 1480 il maniero con i muri scarpati, considerato per la sua posizione strategica come presidio di riferimento per gli altri fortilizi di Terra d’Otranto, non riuscì a resistere alle bombarde turche. Fugate le nuvole minacciose delle razzie ottomane nel 1734 Enrico Granafei si adoperò per la ricostruzione del castello, seu fortezza, trasformandolo, in virtù del progetto dell’architetto Mauro Manieri, in una delle dimore più raffinate del barocco salentino. Sul portale dell’austera facciata principale venne incastonata la gloriosa arme dei Granafei con il leone rampante e le spighe di grano, mentre nell’atrio, dove si affacciavano stalle, depositi e locali adibiti al tribunale, vennero attivati due pozzi circondati da incantevoli vere e nel giardino pensile, nella geometria di viali e pergolati, trovarono degna collocazione i sedili in pietra all’ombra di alberi, piante ornamentali e cespugli di fiori profumati, irrorati dallo zampillio delle fontane. Nel 1775 il piano nobile venne affrescato con scene mitologiche e bucoliche in stile rococò da alcuni pittori, tra cui il celebre Serafino Elmo. I soffitti vennero decorati con stucchi e impreziositi con cornici profilate d’oro, mentre lungo le pareti affiorarono teorie di arazzi per fungere da contraltare a mobili luccicanti a causa del riverbero sotto i raggi del sole di argenti e cristalli. Una visione sfolgorante ai tempi di una feudalità ancora imperante, forgiata dall’egemonia delle nobili casate a partire dai Personè nel 1593, proseguendo con i Cicala nel 1598, sino ai Granafei, che rimasero in sella sino al 1806 sulle note del canto del cigno.

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Un marchio indelebile in campo religioso venne trasmesso dai Domenicani arbitri di penitenze e assoluzioni per oltre un secolo. Il complesso conventuale, dopo la parabola della fondazione (tra il 1491 e il 1513) e la soppressione innocenziana del 1649, fu restituito a nuova vita tra il 1709 e il 1712 per volontà testamentaria del munifico chierico Vito Antonio De Riccardis, che, in cambio della sua generosità, pretese il proprio emblema araldico sul portale. Il convento, adibito allo stato attuale a sede municipale, si sviluppava intorno ad un chiostro scandito da portici e impreziosito con un pozzo. Nel 1809 in seguito alla soppressione napoleonica degli ordini monastici venne chiuso, mentre la chiesa ad esso annessa, dopo varie vicissitudini, venne riaperta al culto nel 1834 per volontà della popolazione. Intitolata a Santa Maria di Tricase fu concepita ad aula unica con tre cappelle per lato, dove vennero collocati gli altari settecenteschi del Crocifisso, di San Tommaso d’Aquino, di San Domenico di Guzmán, della Madonna del Rosario, di San Vincenzo Ferreri e di San Pietro Martire, aderendo ad uno stile barocco a tratti rococò, e adottando una planimetria per certi versi simile alla parrocchiale. 

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Intitolata a Maria Santissima Assunta la chiesa madre venne costruita a partire dal 1699 sui resti di un preesistente edificio di culto, sviluppando la facciata principale su due ordini e un coronamento sormontato da un timpano spezzato da una cuspide. Purtroppo la prospettiva dalla piazza chiusa la ingabbia fino al punto di attutirne l’altezza, compromettendo il suo impatto visivo ed emotivo. La pianta a croce latina, scandita da tre campate voltate a stella e decorate nel 1864 dal maestro G. Garganese, venne realizzata su committenza della famiglia Specchia, con scene bibliche, personificazioni delle virtù cardinali e teologali nel tripudio della gloria degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.

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Nella navata, dove vennero alloggiate le cappelle, si avvicendarono gli altari dedicati a Sant’Oronzo, Sant’Antonio da Padova, all’Annunciazione e a San Gaetano di Thiene. Nel transetto fiorirono nella pietra altri quattro altari, scolpiti dall’architetto Emanuele Orfano (1753-1842) di Alessano e dedicati al patrono San Giorgio, riportato sull’arme civica dominata dal basilisco, alla Madonna del Carmine, alla Madonna di Costantinopoli e al Santissimo Sacramento. Un altro gioiello, riposto in fondo allo scrigno, fu l’altare dedicato nel 1741 alla Madonna di Costantinopoli dalla nobile famiglia Granafei così come tramandato sul cartiglio: ENRICVS GRANAFEI/ E MARCHIONIBVS SER(RRANOVIB)VS STERNATIAE BARO / SIMVLACRV HOC VIRGINIS E BISANTIO / SVAE SVORVMQ. TVTELARI / OBSEQVII CAVSA PONERE CVRAVIT / A.D. MDCCXLI.

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Nel presbiterio, oltre all’altare maggiore, venne intagliata la cantoria esaltata dal magnifico organo a canne del 1741 asportato dalla chiesa dei Frati Predicatori. Nel 1790 la benefattrice Brigida Ancora incaricò gli eredi di provvedere all’erezione della torre campanaria, dichiarando esplicitamente nel testamento “il disbrigo della fabrica del Campanile di questa Matrice Chiesa a tenore del disegno e per la spesa che occorre si dovessero servire dell’oglio che tengo nella mia postura”. Ad erigerlo toccò ad Adriano Preite, che optò per una ossatura massiccia a pianta quadrata sapientemente alleggerita al vertice con una struttura ottagonale coronata con una cupola maiolicata.

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Chiesa degli Agostiniani

Nel cuore del minuscolo centro griko in prossimità della colonna sovrastata da un capitello culminante con una croce, avviluppata nell’abbraccio immortale di quattro basilischi, venne edificata la chiesa di San Rocco conosciuta come della Madonna dell’Annunciata o dei Caduti. Disadorna nella facciata ed austera all’interno accolse nell’unica aula il pregevole altare di Emanuele Orfano, dove venne incastonata la tela di San Rocco fiancheggiata dai simulacri di San Filippo Neri e di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, recante un libro con la frase Ad maiorem dei gloriam in aderenza al motto dei Gesuiti.

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Nella quiete del borgo, avvolto in un’atmosfera senza tempo, si dischiude uno scenario avvincente all’ombra di chiese, castelli, cripte, conventi e palazzi aristocratici posti a corona sotto le ali del basilisco.

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Cripta di San Sebastiano

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Chiesa di San Vito

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Cappella dello Spirito Santo. Interno. 

testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

FOTOGALLERY STERNATIA

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Chiesa matrice, interni

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Cripta di San Sebastiano, interni

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Cappella dello Spirito Santo

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Chiesa degli Agostiniani, interni

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Cappella di San Vito, affresco

(Fotogallery in continuo aggiornamento)

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2 comments to Sternatia: Sotto le ali del Basilisco

  • Welding Gloves  says:

    Thanks for your article! 🙂

  • Anonimo  says:

    Me gusta tu análisis!

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