Spiritualità e tradizioni nipponiche

Il viaggio effettuato dalla scrivente in Estremo Oriente, alla “scoperta” della sezione centro-meridionale del Giappone ha evidenziato, agli occhi dei visitatori esterni, provenienti soprattutto da aree lontane, il caratteristico dualismo tradizione-modernità.

Dualismo che permea, in maniera dinamica, il complesso mondo nipponico, in bilico tra “vecchio” e “nuovo” ed in grado di convivere, senza notevoli traumi, sia con l’uno che con l’altro, grazie alle notevoli capacità di adattamento espresse da un popolo, che – su un territorio privo di risorse naturali, ricco di suoli sostanzialmente improduttivi e sottoposto ad un’intensa pressione di carattere antropico-ambientale – ha saputo confrontarsi, pacificamente, con se stesso e con gli altri, orientando l’itinerario evolutivo intrapreso, soprattutto, in ambito tecnologico, scientifico, infrastrutturale e socio-culturale. Tipiche della cultura giapponese sono le abitazioni tradizionali, inimitabili esempi di architettura ubicate nei centri storici, riconosciute come opere d’arte da conservare e realizzate con diversi materiali – legno, bambù, paglia, carta, ecc. –, in grado di garantire un modesto isolamento termico, di contrastare le rigide temperature invernali ed, in particolare, d’instaurare un rapporto speciale con la natura, entrando in piena armonia ed equilibrio con essa (atteggiamento tipico della tradizione nipponica). La struttura portante è rappresentata, infatti, da un’intelaiatura lignea su cui s’inseriscono le pareti esterne, costituite da porte scorrevoli in legno e carta di riso, bambù o gelso, che, insieme a quelle interne (gli shoji, cioè i pannelli mobili), fanno filtrare la luce, ne attenuano l’intensità sfolgorante e donano, allo spazio domestico, un’illuminazione soffusa. Se rimosse, a seconda delle stagioni ed ore giornaliere, consentono, agli occupanti, di ventilare gli ambienti interni, di godere sia della brezza, sia della veduta panoramica del giardino, nonché di nascondersi agli sguardi di coloro che passeggiano, o percepire la presenza delle persone nei vari ambienti, senza vederne movimenti ed attività. Un fascino unico nel tempo evidenziano le vecchie abitazioni in legno dei mercanti dotate del caratteristico tetto in paglia, le locande storiche, le case da tè e le distillerie secolari di sakè, conservate perfettamente, grazie alla posizione isolata della città di Takayamacirca 100.00 ab., risalente alla fine del XVII secolo, quando il clan Kanamori costruì il castello, lontana dalla frenesia dei grandi centri urbani. Si ritiene che i falegnami locali abbiano contribuito alla realizzazione non solo del Palazzo Imperiale di Kyoto, ma anche di molti templi di Nara.

Le case tradizionali presentano i soffitti a cassettoni interamente in cipresso giapponese e porte in carta tipica nipponica (washi) – anche decorate – montate su telai.

I tatami sono composti da diversi rettangoli in paglia di riso intrecciata e pressata, su cui viene steso il futon, rimosso poi al mattino.

All’interno della casa tradizionale – costruita con elementi quasi tutti naturali, riciclabili e rispettosi dell’ambiente – si usa camminare in pantofole o scalzi, per non trasferire negli ambienti interni lo sporco della strada.

I pannelli (fusuma), scorrevoli, ridefiniscono la struttura delle stanze.

Proiettato in una dimensione sia atemporale che al di fuori del contesto nazionale, ma, al contempo, autentico esempio di nucleo insediativo tradizionale, risulta il villaggio di Shirakawa (1.630 ab., secondo il Calendario Atlante De Agostini 2019) sito storico ubicato nella Valle del fiume Shogawa ed inserito nella lista dei Patrimonio UNESCO dal 1995 –, raggiungibile dopo l’attraversamento di un bellissimo ponte sospeso su un corso d’acqua. Il villaggio è dotato di vecchie abitazioni rese accessibili al pubblico (gassho-zukuri, letteralmente, mani giunte in preghiera, denominazione derivata dalla forma di queste case particolari, con i tetti di paglia a spiovente, per sostenere le abbondanti nevicate tipiche della zona). Le case coloniche, di grandi dimensioni perché occupate da famiglie numerose e costituite, di solito, da 3 o 4 piani – quello superiore era riservato all’allevamento del baco ed alla lavorazione della seta –, testimoniano, ancora oggi, la durezza della vita contadina del passato, spesso in condizioni ambientali e socio-economiche estreme, regolata dai cicli stagionali e incentrata su lavori pesanti. Abbandonate dai contadini, oggi molte di esse sono state trasformate in residenze private, oppure in negozi di souvenir, ristoranti, musei e minshuku, soluzione originale di soggiorno, con arredi in stile giapponese e camere con tatami dove si dorme su futon, in un clima assolutamente familiare. Solitamente, in aprile o maggio, ad alcune, viene restaurato il tetto in paglia: lavoro che occupa, per alcuni giorni, molte persone della comunità.

Antiche case di campagna nella valle di Shokawa.

Ultima tappa del viaggio effettuato nel Paese del Sol Levante, è stata la città di Kanazawa (circa 1.147.000 ab.), tra le più belle del Giappone, per la famosa via delle geishe, il castello (più volte distrutto e ricostruito) e, soprattutto, per lo splendido Kenrokuen Garden, situato nel quartiere tradizionale dei samurai, i quali ricevevano, in genere, uno stipendio in koku (quantità di riso, pari a circa 150 chilogrammi, sufficiente a nutrire una persona per un anno). Fondato nel XVII secolo dai potenti signori feudali che lo utilizzarono per i banchetti e la contemplazione del cromatismo autunnale e della luna, subì continue trasformazioni per circa due secoli. Grande come un parco (occupa circa 11,4 ettari), offre scorci diversi, ma sempre stupendi, in qualsiasi stagione dell’anno. Il giardino, distrutto quasi totalmente da un devastante incendio avvenuto nel 1759, fu ricostruito nel 1774 e abbellito con una cascata ed una casa da tè, cui, due anni dopo, ne fu aggiunta un’altra, ma reso accessibile al pubblico solo un secolo dopo. Negli anni successivi, fu ampliato e migliorato fino al raggiungimento, nel 1822, dell’attuale sistemazione, quando prese il nome, usato ancora oggi, che significa “Giardino dei Sei Elementi” – spaziosità e isolamento, artificio e antichità, corsi dacqua e panorami – dotato di alberi, fiori, stagni, ruscelli, cascate, ponti, pietre, case da tè storiche, siti panoramici e angoli nascosti da scoprire.

Il viaggio attraverso la modernità, la storia e le tradizioni nipponiche, ha consentito a un gruppo di appassionati viaggiatori, di realizzare un’esperienza conoscitivo-culturale unica, in quanto si è rivelato coinvolgente non solo dal punto di vista scientifico e della conoscenza di culture e modelli di vita molto diversi da quelli elaborati dalla società occidentale, ma anche per la costruzione di un solidale incontro/confronto tra “vicino/lontano” e popoli diversi, senza pregiudizi eurocentrici. Non a caso siamo nella patria sia dei samurai dall’affascinante atmosfera, sia delle geishe dalla pelle bianca come il riso, le quali spesso si intravedono incedere, con discrezione, nelle viuzze dei quartieri avvolte nei kimono, calzando stretti infradito. Ma altresì, siamo nella terra della cerimonia del tè, dell’ikebana (ovvero, dell’arte floreale), dei giardini inebrianti per i colori e profumi, fermentazione del riso per ottenere il sakè, kendo (la scherma) e tiro con l’arco, sensibilità ambientalista coniugata con l’educazione per il rispetto della natura, attività creative, vasti paradisi zen circondati da lussureggianti colline verdi, luoghi sacri e meditativi come i templi buddhisti e schintoisti, dove i Giapponesi praticano, autonomamente, complessi rituali sincretici, effettuano le tradizionali abluzioni, si avvolgono nel fumo dell’incenso, s’inchinano, per rispetto, davanti agli altari e battono due volte le mani prima di giungerle e di deporre una monetina in un tronco. Per concludere, dal binomio tradizione e modernità scaturisce l’immagine di un’area caratterizzata, da un lato, da uno sfrenato dinamismo economico e tecnologico, rappresentato dalla linea ferroviaria che nel 2015 ha raggiunto i 603 km/h, dalle grandi città con i loro rumori e la frenesia prodotta dalle vie dello shopping, dai ristoranti all’avanguardia, dai locali alla moda e centri commerciali. Dall’altro, un concentrato di bellezza, tradizioni, sofisticate cerimonie ereditate da un antico ed originale passato, gestualità dei riti, straordinaria sensibilità estetica ed artistica (ogni gesto e manifestazione artistico-culturale è intrisa, infatti, di garbo, etica e ritualità, espressi con sobria eleganza, senso della misura ed equilibrio oscillante tra quiete e raffinatezza).

Spiritualità e tradizioni nipponiche

All’ingresso dei templi shintoisti, i fedeli, nell’area delle abluzioni (il chozuya), sciacquano mani e bocca ed effettuano complessi rituali facendosi avvolgere nel fumo dell’incenso.

Adele Quaranta – Già Ricercatrice di Geografia economico-politica presso l’Università del Salento, in qualità di Presidente dell’Associazione Culturale G.ECO.S. («Geografia Ecosostenibilità Sviluppo»), è impegnata sia nella progettazione e realizzazione di un’ampia gamma di attività scientifico-culturali (incentrate su tematiche geo-economico-sociali), sia nella promozione e salvaguardia, in ambito nazionale e globale, delle specificità e complessità storico-geografiche e architettonico-paesaggistiche, nella convinzione che la “geografia” non è solo scienza dei luoghi, ma degli uomini e che nessun intervento di carattere operativo può essere intrapreso senza una preventiva lettura e analisi dell’organizzazione del territorio e delle vicende dell’habitat (www.gecos40.it). L’Autrice opera, inoltre, nell’ambito del volontariato coinvolgendo le scolaresche di ogni ordine e grado nella tutela delle “eredità” della società contadina (ormai quasi completamente scomparsa), puntando su numerose attività laboratoriali in grado di rafforzare le identità e tradizioni. Collabora, infine, con riviste e associazioni rivolte alla conoscenza, salvaguardia e valorizzazione del Salento, nonché con emittenti televisive locali (in particolare, Telerama e Terre del Salento, attive nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto).

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