Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Ignazio di Loyola, il Cavaliere che divenne Santo

Ignazio di Loyola, il Cavaliere che divenne Santo

Ignazio di Loyola, in basco Íñigo López de Loyola (Azpeitia, 1491 – Roma, 1556) è stato il carismatico fondatore della Compagnia di Gesù, un ordine religioso che molto ha fatto per rinnovare lo spirito evangelico del Cristianesimo. Condivido queste foto, scattate dagli amici della Comunità Emmanuel (fra cui Luce Orsi e l’impareggiabile padre Mario Marafioti) in visita ai luoghi della vita del santo.

La sua è stata una storia semplice e insieme straordinaria. Era il minore della numerosa famiglia di tredici figli, otto maschi e cinque femmine, di Beltrán Yáñez de Oñaz y Loyola e Marina Sáenz de Licona y Balda. Il padre era stato soldato al servizio di Enrico IV, dei Re cattolici e di Giovanni II. Era un soldato, un cavaliere, e al fianco di Fernando il Cattolico guidò l’assedio contro alcune città della Spagna settentrionale.

Per la sua fedeltà alla corona ricevette la conferma dal re degli antichi privilegi concessi alla sua famiglia: una rendita annuale e il diritto di patronato sulla parrocchia di Azpeitia. La madre era figlia di Martín García de Licona, figura di alto lignaggio, cortigiano dei re di Castiglia e consigliere dei Re cattolici. Svezzato da una nutrice nel casolare di Eguibar, vicino Loyola, crebbe sotto le attenzioni del fratello Martín e della cognata Magdalena Araoz. Íñigo rimasto orfano dei genitori, nel 1506 venne mandato nella città di Arévalo, alla corte del ministro delle finanze del re Fernando il Cattolico, Giovanni Velázquez de Cuéllar per ricevere un’educazione cavalleresca e religiosa. Íñigo si mise in evidenza per la sua abilità nel suonare la vihuela, per il coraggio mostrato nei tornei e la sua maestria nel danzare. Alla corte della regina Germana de Foix, Íñigo ebbe modo di conoscere i grandi del Regno. Egli rimase in casa del Velázquez per undici anni, fino al 1517, trascorrendo una vita agiata, dedita ai banchetti, alla musica, alla lettura di romanzi cavallereschi e alla composizione poetica. Alcune fonti riportano che il giovane Íñigo nel 1515 venne perfino processato insieme al fratello Pero López per un fatto a noi oggi sconosciuto. Aveva ventisei anni Íñigo quando raggiunse il palazzo a Pamplona di Antonio Manrique de Lara, per rimanere per tre anni come cavaliere armato al suo servizio, durante il quale assisté allo sbarco della nave che conduceva in Spagna il nuovo re Carlo I, il futuro imperatore Carlo V.  Molti incarichi svolse con successo, fra cui difendere la fortezza di Pamplona. E qui si trovò di fronte all’impresa impossibile di resistere a forze soverchianti, che dopo un eroico assedio lo videro cadere ferito, per niente sconfitto nell’animo. Un bombardamento, gli spappolò gravemente la gamba. I francesi, e particolarmente il generale nemico, che aveva già precedentemente manifestato stima nei confronti dell’avversario, gli risparmiò la vita e ordinò che se ne prendessero cura. Dopo quindici giorni di degenza a Pamplona. Íñigo venne trasportato in barella alla casa paterna. Il suo stato era grave e più volte si temette per la sua vita. Solo dopo dolorosissime operazioni, stoicamente sopportate, e sofferenze egli poté ristabilirsi pur non potendosi reggere bene sulla gamba, a causa della quale rimase zoppicante per il resto della vita.

Ignazio di Loyola, il Cavaliere che divenne Santo

Nei giorni in fu costretto a un’esasperante immobilità, rimase a letto leggendo. Gli vennero dati la Vita Christi, del certosino Landolfo di Sassonia e il Flos sanctorum, una raccolta di vite di santi. “Quando pensava alle cose del mondo, provava molto piacere, ma quando stanco le lasciava si trovava vuoto e scontento. Quando pensava di andare a Gerusalemme scalzo, di mangiare solo erbe e di fare tutte le altre cose dure che vedeva che avevano fatto i santi, non solo si consolava quando vi stava pensando ma anche dopo aver lasciato questi pensieri restava contento e allegro”. In lui qualcosa andava mutando, cominciava il suo processo di conversione religiosa dove Íñigo trasferiva l’intento, ormai deluso, di un’ambiziosa carriera militare all’impegno religioso di cogliere la gloria riservata ai Santi. Durante il suo periodo di degenza cominciò pian piano a dedicarsi alla preghiera, alla lettura di testi sacri, alla meditazione, scrivendo alcuni appunti che in seguito avrebbero dato vita ai suoi Esercizi spirituali. Sognava di partire pellegrino per Gerusalemme e per realizzare tale desiderio, una volta ristabilito, si decise di partire pellegrino per i santuari mariani della Spagna, con una particolare sosta presso il celebre santuario di Montserrat dove, durante una vera e propria veglia militare dedicata alla Madonna, come un antico cavaliere appese i suoi paramenti militari davanti alla statua della Vergine.

Dopo la “veglia d’armi” assunse il nuovo nome di Ignazio forse per la sua speciale devozione verso sant’Ignazio di Antiochia. A Manresa Ignazio praticò un severo ascetismo che causò un indebolimento del suo fisico e dello spirito tanto da pensare al suicidio. In questo periodo di penitenze, digiuni e rimorsi per la vita passata, Ignazio ricevé una “grande illuminazione” presso il fiume Cardoner.

“Camminando così assorto nelle sue devozioni, si sedette un momento, rivolto verso l’acqua che scorreva in basso, e, stando lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi dell’intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della vita spirituale, della fede e delle lettere, con una tale luce che tutte le cose gli apparivano nuove”.

Molto dovette affinare dentro di sè. Tutto doveva avere una coscienza, persino il Bene compiuto doveva essere meditato, come ebbe certamente a pensare il giorno che regalò tutti i suoi vestiti più preziosi ad un povero mendicante, il quale poi fu accusato di averli rubati e preso severamente a bastonate.  Nel 1523 raggiunse Venezia e si imbarcò per Gerusalemme, dove visitò i luoghi santi. Dovette però abbandonare il progetto di stabilirsi in Palestina e di operare la conversione degli infedeli in Oriente per il divieto di soggiorno impostogli dai frati francescani dalla Custodia di Terra Santa.

Tornato in Spagna con il desiderio di abbracciare il sacerdozio, riprese gli studi a Barcellona, poi ad Alcalà, dove, per il suo misticismo fu anche guardato con sospetto, e addirittura tenuto in carcere dall’Inquisizione per 42 giorni! Nel 1528 si iscrisse all’Università di Parigi,  ampliando la sua cultura letteraria e teologica, e cercando di interessare gli altri studenti ai suoi “Esercizi spirituali”. In questo periodo progettò di fondare un nuovo ordine religioso che “non si dedicasse, come gli altri alla preghiera e alla santificazione dei suoi componenti, ma, libero da ogni impaccio di regole claustrali, esercitasse praticamente il cristianesimo, servendo ai grandi scopi della Chiesa”. Nel 1534, a Montmartre, si incontrò con altri studenti, legandosi reciprocamente con un voto di povertà, castità e obbedienza e fondando un ordine a carattere internazionale chiamato con un termine d’origine militare la “Compagnia di Gesù”. Il Papa approvò con lode. Così, i gesuiti cominciarono la loro opera, in Italia. Nel 1548 vennero stampati per la prima volta gli Esercizi spirituali. Riguardo a essi, Ignazio ha detto: “Con Esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Come, infatti, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”. Non sono “un libro scritto per essere letto”, ha scritto Federico Rossi di Marignano nella sua biografia di Carlo Borromeo, “ma appartengono a quel genere di cose che si possono capire solo sperimentandole”. Nei primi giorni di distacco dalle cose del mondo, necessario per ritrovare se stessi, gli Esercizi invitano l’esercitante a cercare di capire per quale fine abbia ricevuto esistenza e vita dal Creatore, in altri termini che cosa Dio si aspetta ch’egli faccia di buono nella vita. Una volta presa coscienza del perché della sua nascita, all’esercitante verrà spontaneo mettersi «avanti agli occhi stesa e spiegata la sua vita […] scorrendola tutta pensatamente». Scoprirà allora tutte le deviazioni che, aderendo consapevolmente o inconsapevolmente ai moti ingannevoli dell’anima, egli stesso avrà fatto subire anno dopo anno al proprio destino. A quel punto dovrà superare l’ostacolo più difficile tra quelli che una persona è chiamata a superare durante la vita: cambiare, mutare, rinnovarsi. Nessun uomo tuttavia può riuscire a conquistare la pace interiore e affrontare il difficile cammino della vita inventandosi ogni cosa da solo. Ogni uomo solitamente progredisce o regredisce imitando l’esempio positivo o negativo di altri uomini. In un solo uomo, tuttavia – secondo Ignazio di Loyola – la natura umana ha trovato la sua espressione più alta: nell’uomo-Dio, Gesù di Nazareth. È quindi Gesù che, conclusivamente, Ignazio propone come esempio da imitare fino a poter dire con san Paolo “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Padre Mario Marafioti, il fondatore della Comunità Emmanuel, a Lecce, dove come San Bernardino Realino è giunto da altra città, dal 1980 ha contribuito al rinnovamento spirituale di un’intera comunità territoriale, seguendo l’esempio del padre di Loyola. Di seguito, vi lascio con un documentario che ho prodotto su sua ispirazione.

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