San Giovanni degli Eremiti a Palermo

Il Complesso DI SAN GIOVANNI DEGLI EREMITI è costituito dai resti di un monastero normanno edificato nella prima metà del XII secolo per volontà di Ruggero II. Sul vero nome del complesso monumentale ci sono ipotesi ma nessuna certezza. L’antico nome del presunto monastero gregoriano era “S.Ermete”, ma dopo la riedificazione di Ruggero II, il monastero prese il nome

di “San Giovanni Evangelista e S.Ermete”. Altra ipotesi, invece, è quella che il complesso monastico, detto degli Eremiti, derivasse il suo nome dal fatto che fosse stato affidato ai monaci benedettini di Montevergine (in Campania) i quali vivevano in una condizione di eremitaggio.

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Il complesso sorge nella via dei Benedettini, denominata, nel corso del Medioevo, Antica Strada, in un luogo di stratificazioni e permanenze storiche che attestano la vocazione sacra di quest’area, favorita dalla presenza di sorgenti d’acqua nel sottosuolo. Esso ebbe un ruolo privilegiato grazie alla vicinanza al Palazzo Reale e al fiume Kemonia. Del vecchio monastero normanno oggi restano, la CHIESA: commistione di architettura normanna arabo-bizantina in linea con le coeve fabbriche di Palermo e Monreale fatte erigere da re Ruggero II.

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La CHIESA è dotata di ben 5 cupole secondo i modelli dell’architettura islamica fatimita (stile architettonico che si diffuse dal IX – X secolo nel mondo musulmano medio orientale)

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LA SALA CAPITOLARE, nella quale è stata rinvenuta la porzione di un affresco.

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IL CHIOSTRO, quadrato, simile, ma meno ricco, a quello di Monreale.

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Il complesso monastico probabilmente fu edificato in parte sulle vestigia di un precedente monastero gregoriano del VI sec. dedicato a Sant’Ermete, martire venerato come santo dalla chiesa cattolica e dalla chiesa ortodossa orientale, e in parte sui resti di un edificio arabo. Quell’antico monastero gregoriano, pare sia stato distrutto dagli Arabi, arrivati a Palermo nell’anno 832. (Foto dal web)

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Sotto la dominazione normanna, il monastero fu riedificato per volontà di Ruggero II, affidato ai Benedettini di Montevergine e dotato di cospicui beni come risulta da un diploma firmato dal re stesso nel 1148, della cui esistenza parlano diverse fonti come quella dello storico Fazello, dello storico Abate Rocco Pirri, di Vincenzo Di Giovanni, del Mongitore, ed altri. ( Foto Wikipedia )

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All’esterno è visibile la classica severità geometrica bidimensionale a pareti lisce delle architetture Normanne, solcate solo dalla pancia dell’abside centrale e dalle finestre del campanile arabeggiante . ( Foto Wikipedia )

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IL MONASTERO Doveva sicuramente avere, oltre alla chiesa, un dormitorio, un refettorio, la sala capitolare, probabilmente anche un mulino mosso dalle acque del Kemonia, e un cimitero nel giardino limitrofo, per i dignitari della corte normanna.

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Alla fine del XV secolo, il monastero versava in uno stato di degrado. L’imperatore Carlo V, nel 1523 e successivamente papa Clemente VII, decisero il restauro del complesso monastico.

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La chiesa e il convento subirono importanti modifiche: fu spostato l’ingresso principale della Chiesa e innalzato il pavimento; fu costituito un corpo a L, nello spazio dell’attuale giardino, così da risultare ampliato l’intero complesso, edificate altre due cappelle e, pare, un ulteriore mulino.

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Con il restauro della fine dell’800, ad opera dell’architetto Giuseppe Patricolo, furono messe a nudo le strutture normanne, eliminando tutti gli elementi cinquecenteschi e barocchi, riaprendo l’antico ingresso occidentale della Chiesa.

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Un ulteriore restauro venne realizzato tra il 1925 e il 1930 ad opera dell’architetto Valenti, che eliminò ulteriori segni del passato ma anche gli intonaci originari.

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II campanile cupolato venne ricostruito sui resti di una probabile torre e ora si sviluppa sul braccio occidentale del transetto. Presenta tre ordini di finestre con cornicette a scalare.

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Sulle pareti della chiesa si aprono delle finestre ogivali, originariamente coperte da transenne di gesso arabescate (ne resta nel sito solo una copia). Un esemplare di tali transenne in gesso, venuto alla luce durante i lavori ottocenteschi, è ora conservato nella Galleria di Palazzo Abatellis.

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La chiesa, caratterizzata all’esterno dalle cupole di colore rosso, si appoggia con un fianco ad un corpo quadrato anteriore (forse una antica moschea) e rappresenta un esempio del tipico stile normanno siciliano : edificio cristiano costruito secondo modelli architettonici bizantino – islamici. Lo si rileva dalle sue proporzioni armoniose e non troppo grandi, dalla predilezione per le forme geometriche semplici come il cubo e il parallelepipedo, sormontati dagli emisferi delle cupole, dal raffinato accostamento dei volumi, dai paramenti murari lisci e retti.

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La copertura dell’edificio è costituita da cinque cupole sfalsate, due gemelle più grandi sopra la navata, tre più piccole che ricoprono l’abside, la Prothesis ( o cappella del Sacramento su cui si eleva il campanile ) e la sagrestia o “Diaconicon”.

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Orientata verso est, la chiesa è il risultato dell’articolazione di corpi cubici cupolati sistemati secondo una pianta a croce commissa ( cioè a forma di T ) .

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Questa costruzione venne filtrata dai modelli dell’architettura islamica fatimita realizzata grazie alla presenza a Palermo, in epoca normanna, di maestranze islamiche e bizantine, operanti in Sicilia a servizio dei re cristiani.

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L’edificio compone i suoi volumi in un insieme nitidamente geometrico, con un interno ben raccolto, dove la nave principale è suddivisa da tre grandi archi ogivali.

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Le cortine murarie, costituite da piccoli conci di calcarenite, hanno come decorazioni solo i rincassi scalari ogivali che si trovano negli intradossi dei tamburi delle prime due cupole gemelle della navata centrale.

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Le nicchie a rincassi sotto le cupole non hanno solo una funzione estetica, ma anche statica. Questa è infatti l’interessante soluzione architettonica utilizzata nell’architettura araba e bizantina per innestare le cupole alle strutture quadrate delle navate.

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Per cui notiamo che quattro piccole nicchie ( o absidiole ) angolari, unite alle altre 4 porzioni di parete (tangenti alla circonferenza della cupola) trasformano il quadrato in ottagono, su cui si inserisce il tamburo cilindrico che sostiene la cupola semisferica.

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La cupola sul presbiterio è più piccola di quelle delle navate e non presenta rincassi decorativi a scalare, ma semplici nicchie che comunque creano un bellissimo gioco di luci ed ombre nell’alternanza tra vani aperti e ciechi.

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Sulle pareti sono presenti semplici finestre ogivali, a volte con rincassi scalari di 3 o 4 gradini, come quelli delle grandi cupole.

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Nell’abside centrale e nel transetto sinistro uno scavo ci rivela il livello originale del pavimento del presbiterio.

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Il transetto ha tre absidi semicircolari, le due laterali visibili solo all’interno, mentre quella centrale, con finestra, sporge anche all’esterno.

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La SALA CAPITOLARE, posta a lato della chiesa, era stata adibita in passato a dormitorio, refettorio e a cimitero coperto. Originariamente divisa in due navate da cinque pilastri a base quadrata, ora comprende parte dell’ala destra del transetto della chiesa. La sala è di estrema rilevanza in quanto conserva parte della struttura muraria del X secolo o precedente, probabilmente facente parte di un edificio arabo.

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Infatti durante i restauri del 1880 fu scoperto che in quest’area si trovava un antico edificio islamico, dotato di una sala rettangolare, un portico e un cortile scoperto. Non ne è certa la funzione, se di vera e propria moschea o di semplice sala di preghiera. Dei pilastri e delle colonne che dividevano il suo interno restano solo le basi. Le finestre esterne erano a feritoia e quelle interne ad ogiva e il soffitto era coperto da volte a crociera. Nella foto ci sono renderings della ricostruzione in 3D.

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II restauro ottocentesco del Patricolo mise a nudo la precedente struttura araba e poi normanna, che ripristinò ricostruendo con nuove murature le pareti abbattute e accennando a vista le imposte delle volte a crociera dell’edificio originario.

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Nel XVI secolo nella sala venne innalzato il pavimento, fu coperta da soffitti a volte a crociera più alti e fu decorata secondo il gusto tardo rinascimentale e barocco, di cui sono state lasciate alcune tracce sulla parete dell’ingresso.

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Sulla parete laterale sinistra rimangono poche tracce degli affreschi medievali superstiti, di incerta datazione, tra cui si intuisce una Madonna in trono posta tra S. Giovanni benedicente e S. Giacomo o Ermete.

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Sparsi sul muro si intravedono lacerti di iscrizioni sepolcrali e di sinopie (disegni rossi preparatori ) di affreschi.

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All’esterno, sui muri della chiesa e della sala capitolare si vedono le tracce del portico che probabilmente faceva parte dell’antico edificio arabo preesistente.

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Il CHIOSTRO è la parte meglio conservata del complesso monastico di tarda età normanna. Si presenta di forma quadrata e vi spiccano colonnine binate con capitelli a foglie d’acanto che reggono archi a doppia ghiera con apertura tra ogivale e tutto sesto.

San Giovanni degli Eremiti a Palermo

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Il chiostro è un modello in forma ridotta, di quello di Monreale, anche se qui i capitelli non rappresentano scene figurative ma solo elementi naturalistici vegetali.

San Giovanni degli Eremiti a Palermo

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II chiostro oggi appare isolato ma, in passato, era addossato alla chiesa attraverso un porticato coperto di cui restano soltanto alcune murature e alcuni grandi archi ogivali.

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All’interno, vi si trova un pozzo di età normanna che afferisce, pare, ad una cisterna araba sottostante.

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Gianluigi Vezoli

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