Nel cuore della Basilicata antica

Nonostante il tempo scorra implacabile, solcando di rughe i volti e di pieghe la terra, ricordo come se fosse ieri il professore Dinu Adamesteanu, quando con il suo incedere lento, dovuto ormai all’età avanzata, girovagava tra le stanze di Palazzo Casto allora sede del Dipartimento di Antichità dell’Università di Lecce, che avevo iniziato a frequentare.  Nel passo felpato e nel portamento altero di quell’uomo,

che non temeva la sfida, covava la cenere di un fuoco pronto a divampare e lo scatto fiero di un leone pronto a ruggire in nome dell’archeologia. Con questo spirito intrepido aveva riportato alla luce i tesori nascosti delle colonie greche di Metaponto e di Siris-Herakleia sullo Jonio, dei centri indigeni dell’entroterra come Vaglio, Satriano, Melfi oltre a quelli delle colonie latine di Grumentum e Venusia. A colpi di piccone era riuscito a ritornare a far pulsare il cuore della Basilicata antica, considerata, sino agli anni cinquanta per i suoi segreti ancora tutti da svelare, come una “terra incognita”.

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Così, quando per una bizzarra combinazione del destino mi sono ritrovata a gironzolare nel centro storico di Potenza, non ho potuto né voluto esimermi dal far visita ai reperti rinvenuti da colui che, a pieno titolo, è considerato il fondatore dell’archeologia in Basilicata. Elettrizzata ho varcato la soglia di Palazzo Loffredo, sede del Museo Archeologico Nazionale della Basilicata, intitolato proprio a Dinu Adamesteanu, e, spinta da curiosità e dal desiderio di catturare frammenti del passato con la mia sofisticata handycam, mi sono addentrata tra la selva di vetrine.

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Nel volgere di qualche teca è tornato a manifestarsi lo spirito indomito di quel titano venuto in Italia nel 1939 dalla Romania e morto nel 2004 a Policoro (Matera), dopo aver retto la Soprintendenza lucana dal 1964 al 1977. Il suggestivo percorso museale, allestito tra le stanze di uno tra i più antichi palazzi nobiliari di Potenza, mi ha parlato di quell’uomo venuto da lontano, e, in preda allo stupore, mi sono smarrita tra lo sfarzo dei preziosi corredi messi in scena non solo per serbare il ricordo, ma anche per narrare la storia delle genti della Basilicata antica.

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La narrazione museale si dipana attraverso i reperti della prima età del Ferro provenienti dall’Incoronata-S. Teodoro (Pisticci) e da S. Maria d’Anglona, quando, tra il IX e l’VIII sec. a.C., popolazioni indigene (Chones-Enotri) invadono le fertili pianure del versante ionico. Su quello stesso versante, dopo una fase precoloniaria, giunge a compimento la colonizzazione greca vera e propria, che raggiunge l’apice con la fondazione di superbe colonie greche, destinate, secondo l’oracolo,  a divenire rifugio di tanti sfollati il più delle volte esiliati per misfatti o carestie dalla madre patria. Nel 640 a.C. tra le foci dei fiumi Bradano e Basento, secondo una profezia, spunta l’astro di Metaponto, scuotendo gli assetti territoriali. A testimonianza di quell’irruzione, che lascia i popoli indigeni attoniti, sopravvive il parco archeologico e il santuario extraurbano di Hera, conosciuto anche con il toponimo medievale di “Tavole Palatine”.

tavole palatine-metaponto

L’edificio sacro, caratterizzato da maestose colonne doriche, inizia a scintillare sotto i raggi del sole, sin dalla seconda metà del VI sec. a.C., in quel fertile pianoro. Muto testimone della gloria della colonia achea, che, dopo aver bonificato il territorio a fini agricoli, adotta sulle sue emissioni monetali la spiga d’orzo, quale simbolo della città, resta impassibile il santuario urbano con templi monumentali, sia in ordine dorico che ionico, intitolati a Hera, Apollo, Atena e Artemide.

tavole palatine-metaponto

A partire dal VI sec. a.C. la colonia si dota di un impianto urbano di tipo regolare ortogonale, dove pullulano quartieri residenziali e artigianali gravitanti intorno all’agorà. A ridosso del dinamico spazio, destinato alla vita pubblica, sorge un ekklesiasterion (edificio per riunioni politiche), sostituito nel corso del IV sec. a.C. da un teatro. Nel vasto comprensorio vengono ritagliate le aree destinate ad accogliere i defunti; tra queste la necropoli urbana di Crucinia, che accoglie un nucleo di sepolture aristocratiche inquadrabili alla fine del VI sec. a.C.. Nel polo museale potentino a colpire la fantasia per la magnificenza del carattere cultuale è la tomba afferente ad una sacerdotessa, adagiata su un letto funebre (kline) con due spilloni in argento, una collana e uno spettacolare copricapo cilindrico (polos) in argento dorato, realizzato dalle abili mani di uno sconosciuto orafo tarantino. Vicino alla salma della donna, appartenente alla classe abbiente, vengono deposti anche due contenitori per unguenti in alabastro (alabastra) nel tentativo di avvolgere di profumo aromatico il suo corpo sprofondato nel sonno eterno.

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Anche la colonia di Siris (Policoro), fondata nella prima metà del VII sec. a.C. da profughi provenienti da Colofone, ha restituito reperti di una certa importanza provenienti dalla sfera dell’abitato, dalle necropoli e dai quartieri artigianali, adibiti alla produzione di rilievi funerari in pietra ed ex voto in terracotta, all’ombra dei santuari urbani di Demetra e Dioniso. Nel 433 a.C. il più antico insediamento greco della Basilicata viene interessato dalla fondazione di Herakleia la colonia sacra a Eracle fortemente voluta da Taranto e Thourioi. Nel 370 a.C. la città, che vanta un certo prestigio politico, assurge a sede della Lega Italiota (confederazione delle colonie greche in lotta contro i Lucani), imprimendo un segno indelebile nonostante la crisi innescata da Roma sia destinata ad acuirsi nel II sec. a.C.

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Nel panorama insediativo, l’entroterra, dove scorrono i fiumi Agri e Sinni, viene occupato a partire dal IX-VIII sec. a.C. da genti enotrie, la cui etimologia del nome affonderebbe le radici nel vino. I principali insediamenti enotri (Chiaromonte, Latronico, Roccanova, Armento, Aliano, Alianello, Guardia Perticara) hanno svelato a più riprese preziosi corredi funerari tra cui: parures e monili in ambra, oro, argento bronzo e ferro (indice di relazioni mediate con i popoli del Mar Baltico) rinvenuti in sepolture di donne appartenenti al ceto aristocratico.Nell’arco cronologico compreso tra il IX e il VII sec. a.C. prorompono numerosi oggetti ornamentali riferibili al mundus muliebris (fibule, pendenti e diademi) ricalcanti le produzioni diffuse in Macedonia, Epiro e Albania, mentre al VI sec. a.C. dominano la scena: collane d’oro e d’argento, armille d’avorio e pendenti in faïence, sullo stile di quelli realizzati nel Mediterraneo orientale. Andando alla scoperta dell’esposizione museale spicca la collezione dei vasi in bronzo, scaturiti dalle fitte relazioni tra Enotri, Greci ed Etruschi presenti nella Campania interna, e gli strumenti per la cottura e l’arrosto delle carni, segno inequivocabile di sontuosi banchetti, oltre alle lucenti armature di tipo greco, pallido riflesso di quelle indossate dai guerrieri dei poemi omerici.

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Nello stesso lasso di tempo, ad un tiro di schioppo dalle genti enotrie, convivono i Peuketiantes, che vantano parentela con le popolazioni apule. Il loro sistema insediativo, insinuato nelle pieghe montuose più interne, si basa su una gerarchia tra centri, in primis, Baragiano, dove è stato individuato un nucleo di sepolture appartenenti al gruppo detentore del potere economico e politico, e Serra di Vaglio, che, dopo aver  intrecciato, a partire dalla prima metà del VII sec. a.C, relazioni con la colonia greca di Metaponto, assume un ruolo strategico in quel comparto territoriale. In quel lasso di tempo in località Braida viene edificata una monumentale residenza da un gruppo aristocratico indigeno. Al fine di ostentare ricchezza e potere essa viene decorata nel solco dei templi greci con lastre figurate a rilievo ricalcanti scene di duello tra principi-guerrieri in marcia in assetto oplitico. Sul terrazzo di Braida di Vaglio sono state scavate diverse tombe utilizzate per la deposizione dei ricchi corredi funerari di quei valorosi basileis. A suggello dell’adozione dei canoni delle aristocrazie greche, gli uomini si consegnano alla divinità degli Inferi nelle vesti di combattenti, muniti di spade, corazze, scudi decorati a sbalzo, elmi, spallacci e schinieri in aggiunta a pettorali e maschere per cavalli, mentre le donne intraprendono il viaggio verso l’oltretomba con gli ornamenti indossati nelle cerimonie più importanti della loro vita e, in modo particolare, nel giorno delle nozze.

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La cartina al tornasole, che segnala la dualità tra il mondo femminile e del focolare domestico e il mondo maschile della guerra e dei valori militari, si ravviva a contatto con i depositi votivi dei santuari, dove si compiono i rituali di passaggio in virtù dei quali i fanciulli e le fanciulle entrano a far parte integrante della comunità rispettivamente nella veste di soldati e di spose. Generalmente i luoghi di culto sorgono in prossimità di una sorgente, che, fornisce l’acqua per dissetare uomini e armenti, per i riti di transizione da età adolescenziale a quella adulta, per le abluzioni purificatorie e per i bagni prenuziali nel tentativo di assicurare la fertilità. Nelle aree sacre indigene della Basilicata antica (Garaguso, Rossano di Vaglio, S. Biagio alla Venella, Rivello, S. Chirico Nuovo, Armento, Satriano, Ruoti, Banzi, Lavello, Chiaromonte, Ferrandina, ecc.) vengono venerate diverse divinità (Artemide, Zeus Aglaios, Mefite, Numulo, Mamert, Eracle, Dioniso, Kore-Persefone, Afrodite, la coppia urania Iuppiter e Domina Giovia e i reges) dalle molteplici valenze: salutifere, ctonie, cererie, propiziatrici delle unioni e della fecondità, oltre a quelle connesse al ciclo naturale vita-morte e agrario nel solco di una religiosità atavica.

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Tra il IX e l’VIII sec. a.C. genti di stirpe apula dilagano a macchia d’olio lungo la media valle dei fiumi Bradano e Basento ritenute vie di comunicazione strategiche nei collegamenti tra la costa ionica e la valle dell’Ofanto. Dopo aver occupato le colline circostanti, usufruibili a fini agricoli e di pascolo, fondano diversi centri (Montescaglioso, Cozzo Presepe di Pisticci, S. Lucia al Bradano di Matera, Miglionico, Monte Irsi di Irsina, Tricarico, Ferrandina), stabilendo rapporti commerciali e culturali con i coloni greci di Metaponto.

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Nell’ambito di questi rapporti di scambio, che, sotto l’egida delle divinità greche, in una fase primordiale avvengono nei territori di confine, intorno alla metà del VI seco a.C., a Timmari di Matera nella media valle del Bradano e a Garaguso nell’alta valle del Cavone si strutturano due santuari indigeni connessi al culto delle acque. Con il tempo, attraverso ulteriori varchi, vengono implementati i traffici di beni di prestigio d’importazione greca (vasi attici, elmi e vasi in bronzo) particolarmente bramati dalle élites indigene, che, esercitano su queste terre, almeno sino al IV sec. a.C.,  il controllo politico, economico e religioso prima del brutale sconfinamento dei Lucani.

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Con il sopraggiungere di queste tribù di stirpe osco-sannita, emigrate dall’area centro-italica, cambia il volto della Basilicata. Queste genti, in seguito a diverse ondate migratorie, si stanziano nella parte interna che le fonti letterarie antiche denominano “grande Lucania”. I bellicosi Lucani, in costante conflitto con le colonie greche, si stabiliscono in insediamenti fortificati di altura, creando una fitta rete di fattorie lungo le vallate fluviali, dove vengono ricavati gli spazi per le sepolture secondo una rigida articolazione sociale. Frequentemente, in prossimità di un corso d’acqua e nel punto di confluenza di più tratturi, circondato da fitta vegetazione, affiora un santuario nel tentativo di entrare in contatto con la divinità.

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Il loro fragile equilibrio, sospeso tra pace e guerra, viene irrimediabilmente compromesso alla fine del IV sec. a.C. quando i Romani conquistano il territorio. Con la deduzione della colonia latina di Venusia (Venosa) nel 291 a.C. e di Grumentum, agli inizi del III sec. a.C., viene imboccato il viale del tramonto. Gli abitati fortificati e i santuari, ad eccezione di quello di Rossano di Vaglio, che svolge il ruolo di santuario federale di tutte le genti lucane, vengono abbandonati. Nel corso della metamorfosi ormai in atto in quel comparto territoriale assume le redini del potere il municipio di Potentia in grado di attrarre come un polo magnetico.

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Nel volgere di qualche lustro vengono erette le ville dei ricchi proprietari terrieri romani ornate di affreschi, pavimentate a mosaico e dotate di sale di rappresentanza e da pranzo, fontane e ambienti termali come quella di Cugno dei Vagni (Nova Siri) in uso dal II sec. a.C al II sec. d.C.. In un’ala di queste residenze monumentali vengono attivati i frantoi per la produzione dell’olio oliva, i palmenti per la spremitura del vino oltre agli impianti per la lavorazione della lana.

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Gli echi dei fasti e dei tracolli, le credenze religiose e i rituali insieme agli usi quotidiani e funerari delle genti della Basilicata antica riecheggiano superbamente nell’esposizione di Palazzo Loffredo, dove, partendo dalle tessere collezionate da D. Adamesteanu, è stato ricomposto il mosaico relativo non solo a molti dinasti locali ma anche a tanti personaggi senza volto e senza nome.

basilicata antica

Manca quasi il respiro di fronte alla sepoltura della nobile bambina di Braida di Vaglio recisa nel fiore degli anni e consegnata all’eternità con una sontuosa parure di gioielli di inestimabile valore riferibile al VI sec. a.C. Il torace di quella principessa, mai andata sposa, è tappezzato di vaghi e pendagli in ambra e di fibule in argento mentre il suo capo, incorniciato tra una coppia di ferma trecce, è incoronato con un diadema in oro realizzato sulla scia di modelli magno-greci ed etrusco-campani da artigiani indigeni in lamina ritagliata e sbalzata in stile orientalizzante.

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Chissà se al passaggio della sfortunata bambina i bagliori dell’oro che indossava squarciarono le tenebre del regno di Ade. Di certo il suo ricordo rifulge in tutto il suo splendore dopo aver attraversato secoli di storia.

di Lory Larva

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