Lanza del Vasto, profeta salentino della non-violenza

La Terra d’Otranto ha avuto il suo luminoso esponente di quella corrente filosofica e insieme politica, nata nel XIX secolo, assieme a Henry David Thoreau e poi al carismatico Gandhi, che si riconosce nella disobbedienza civile e la non-violenza: Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto. Nato a San Vito dei Normanni nel 1901 è stato un uomo con una personalità eccezionale

che ha riunito in lui le caratteristiche più disparate: poeta, scrittore, filosofo, pensatore religioso con una forte vena mistica, scultore, incisore, ma anche patriarca fondatore di comunità rurali sul modello di quelle gandhiane. Ha combattuto pacificamente per tutta la sua vita, lunga 80 anni,  ribellandosi alle guerre, come quella d’Algeria, e contro il concetto stesso di armamento nucleare.

Lanza del Vasto

Discendeva di nobile famiglia, nacque nella Masseria “Specchia di Mare”, da Luigi Giuseppe (nato a Ginevra nel 1857) e Anna Maria Enrichetta Nauts (figlia di aristocrazia belga). Erano tre fratelli…

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…uno dei quali, cittadino americano, partecipò nel 1943 allo sbarco degli Alleati in Sicilia). Ad un certo punto, la famiglia di Lanza del Vasto si disgrega, anche per contrasti economici, e lui abbandona la sua terra, finendo in Francia, dove il padre aveva da tempo dei contatti per via del suo commercio del vino.

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Lanza portava con sé i suoi studi di filosofia all’Università di Firenze e Pisa. E si interessava ai grandi temi sociali e storici che affliggevano il suo tempo. “La guerra di Abissinia già iniziava ed il mio rifiuto a parteciparvi era la cosa più evidente. E poi questa guerra non era che l’inizio: in seguito forse sarei stato ad uccidere inglesi, tedeschi e un giorno avrei avuto dinanzi alla mia baionetta Rainer Maria Rilke. No, la mia risposta era no. Ma che cosa è che rende la guerra inevitabile?… Avevo capito la puerilità delle risposte ordinarie, quelle che si rifanno alla nostra cattiveria, al nostro odio e al pregiudizio. Sapevo che la guerra non aveva a che fare con tutto ciò. Certo, una dottrina esiste per opporsi alla guerra e la vedo nel Vangelo, dicevo, ma com’è che i cristiani non la vedono? Manca quindi un metodo, un metodo per difendersi senza offendere. Un modo nuovo, diverso, umano di risolvere i conflitti umani. Solo in Gandhi vedevo colui che avrebbe potuto darmi una risposta ed il metodo”. (Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto – Pagni R.)

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Così Lanza del Vasto ricorda la sua decisione di partire per l’India, autofinanziandosi con la vendita a un’amica facoltosa del manoscritto della sua prima opera letteraria. Non era partito alla ricerca di spiritualità, tanto più che la conversione al cristianesimo gli impegnava pienamente l’animo: “Ma mi ero, non senza pena, convertito alla mia propria religione, e avevo il mio da fare per meditare le Scritture ed applicarne i comandamenti. E se mi si chiedeva “siete cristiano?”, rispondevo: “Sarebbe ben prezioso dire di sì. Tento di esserlo” (L’Arca aveva una vigna per vela, pag.11).

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In India quindi, nel 1936, conosce Gandhi, e vivendo assieme a lui per qualche mese ne assorbe completamente gli insegnamenti. Poi proseguì il suo viaggio nel continente. “Conobbi le inquietudini sociali dell’India ed il suo metodo di liberazione, la non violenza, che era molto contraria al mio carattere (come del resto credo sia contraria al carattere di tutti). Nessuno è non violento per natura: siamo violenti e non proviamo vergogna a dirlo, anzi lo diciamo con un certo orgoglio. Ma ciò che non diciamo è che la vigliaccheria e la violenza fanno la forza delle nazioni e degli eserciti e la non violenza consiste nel superare questi due grandi motivi della storia umana” (Pagni, cit.). In India trova “un’umanità simile alla nostra quanto opposta: qualche cosa come un altro sesso” (Lanza del Vasto, Pellegrinaggio alle sorgenti).

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Tornato dall’India dopo essere passato anche dalla Terra Santa, comprende che la sua vocazione è di fondare una comunità rurale nonviolenta, esattamente come quella predicata da Gandhi, qulla comunità autarchica ed egualitaria che per il Mahatma doveva essere la cellula della società. Gli inizi furono stentati, in pochi lo seguirono. Con grande fatica, la sua “Comunità dell’Arca” viveva del lavoro semplice delle mani, di ciò che si ricavava dalla terra, si vestiva con ciò che cucivano le mani. Il suo sogno iniziò a prendere forma, a diventare reale…

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…la gente cominciava ad aggregarsi, a seguirlo. Fra essi, c’era una ragazza francese, che diventerà poi sua moglie…

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…una cantante, che faceva ricerche sui canti tradizionali in linguadoca…

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…una ricerca che continuarono assieme, e che li portò anche ad incidere alcuni dischi.

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L’ultima sede della Comunità dell’Arca fu la Borie Noble, con circa centocinquanta persone che vivono nel modo più frugale e gioiosamente comunitario.

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“Si cominciava a parlare di Lanzisti e Lanzismo, cosa che mi fece rizzare il pelo. Amici miei, annunciai, noi ci chiameremo l’Arca, quella di Noè beninteso. E noi gli animali dell’Arca” (L’Arca aveva una vigna per vela). Negli anni successivi numerosissime iniziative nonviolente videro protagonista Lanza e i suoi compagni, che seppero attirare l’attenzione dell’opinione pubblica francese e mondiale. La prima azione pubblica nonviolenta è del 1957, contro le torture e i massacri compiuti dai francesi in Algeria. Poi vennero le lotte contro il nucleare, a suon di digiuni e marce pacifiche. Poi ancora la campagna contro i “campi di assegnazione per residenza”, sorta di campi di concentramento per gli algerini “sospetti”, e quella in favore degli obiettori di coscienza. Nel 1963, tra due sessioni del Concilio Vaticano II Lanza fece un digiuno di quaranta giorni, nell’attesa di una parola forte sulla pace da parte della Chiesa. Poco dopo il trentesimo giorno, il Segretario di Stato Vaticano consegnò a Chanterelle, la moglie di Lanza, il testo dell’enciclica Pacem in Terris: “Dentro ci sono cose che non sono mai state dette, pagine che potrebbero essere firmate da suo marito!”.

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Fino alle soglie degli 80 anni, Lanza non smise mai di pensare al padre…

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…e alla madre, che gli diedero la vita…

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…riuscì a tornare nella sua terra, ormai anziano (sopra in uno scatto con lo sfondo di Ostuni), una terra di cui, leggendo un suo piccolo testo intitolato “Casa natìa”, si intuisce sia sempre stata nei suoi pensieri, nonostante abbia vissuto quasi interamente la sua vita in Francia (senza però mai chiedere la cittadinanza francese). La poesia recita così: “Sovente mi sovviene di San Vito, del mar che tremola in cima agli olivi, di mia madre, dei giorni più giulivi, tenero tempo da sì lunghi anni andato. Qui per prima volta fui rapito dalla bellezza della luce, qui riconobbi le stelle e gli occhi vivi, l’uni dell’uno e dell’altro infinito”.

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Non molti conoscono questa storia, e quest’uomo, ma San Vito dei Normanni gli ha dedicato uno spazio nella biblioteca comunale. Alla quale, per la sua quantità di documenti e testi, rimando tutti coloro che hanno colto la grandezza di questo personaggio, di cui solo per mia incapacità non ho saputo descrivere meglio.

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