Emmanuel, un film d’Amore lungo 35 anni

La notte di Natale del 1980 nacque, nell’intimità della fede incrollabile di quel Giorno, una creatura assai speciale per le sorti di un angolo di Salento abbandonato ed emarginato: la Comunità Emmanuel. Sono passati 35 anni da allora, e da allora non si contano le migliaia di bisognosi di ogni tipo che sono stati aiutati, accompagnati, salvati da una Comunità che ha scelto di darsi per nome un inno: Dio con noi!

Un cortometraggio (prodotto da Edoardo Winsperare e diretto da Alessandro Valenti) ha celebrato questa ricorrenza nel Cinema Massimo di Lecce, davanti al suo fondatore, Padre Mario Marafioti, gesuita, motore di questa instancabile opera meritoria che ha da tempo varcato gli stessi confini del Salento per proseguire la missione nel mondo.

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Il film ha titolo “Angeli senza ali”, e ha lasciato commossa tutta la foltissima platea del cinema. Otto minuti di semplice ma anche potente opera d’arte cinematografica.

 Anche il sottoscritto vuole lasciare un omaggio a questa ricorrenza, una storia personale, la mia, una testimonianza diretta, l’esperienza di mia moglie, cresciuta in Comunità, partendo dall’immagine finale del percorso, quella del nostro matrimonio, definito da Padre Mario con la sua consueta dolcezza “del secolo!”, per poi riprendere i miei appunti personali di viaggio…

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“Quello che più colpiva Lindita, della zia Luce, non era il sorriso sfolgorante, o l’inarrestabile dinamicità, o le sue poche ore di sonno, caratteristiche delle persone robuste, dalla tempra inossidabile, tipica della gente del Capo. Quello che lei osservava, fin dai primi tempi, era un rituale che la zia praticava fin dalla gioventù, con la costanza di un cavaliere d’altri tempi: inforcare il grembiule, lu tamantile, prima di iniziare a servire per la grande tavolata di casa, di 10-15 persone. Era un gesto che aveva qualcosa di molto antico. Lindita ancora non lo sapeva, ma era lo stesso gesto di Gesù, prima dell’Ultima Cena, il senso più autentico del Vangelo: mettersi a servire, mettersi per ultimi, e fare tutto ciò che è nelle possibilità, per gli altri. Il “grembiule”, lo stesso termine usato in precedenza da Don Tonino Bello, altro robusto esemplare per l’appunto di gente del Capo, che non a caso finì per dare il suo nome a quella casa famiglia che la ospitava. Lindita amava Ugento, quella casa, quella Comunità, fondata da un tenero ed energico sacerdote gesuita, Padre Mario Marafioti, la Comunità Emmanuel, di cui faceva parte. Benediceva tutto ciò, perché per la prima volta, da quando era morto papà Regep, si sentiva protetta, sicura, amata. Aveva infine ricevuto la sua possibilità, per uscire dal vicolo cieco della sua vita, per cominciare a fidarsi, del mondo, per entrare a farne parte. Aveva persino una “mamma”, come la chiamava però solo quando erano sole, perché davanti a tutti era, come lo era per tutti, semplicemente zia Luce. Padre Mario era un omino dalla forza smisurata. Era nato nel 1941 nel paesino di San Procopio, ai piedi dell’Aspromonte. Era un bambino delle elementari, quando cominciò ad osservare cosa succedeva intorno a lui, le ingiustizie, e nessuno che le contrastava, la gente, che anzi, non faceva proprio niente, intontita e perduta nelle sue occupazioni quotidiane. Il dottore che veniva vestito di lusso, una visitina, toccata e fuga, e spariva nel momento del bisogno. I professori, che non esistevano oltre l’orario della scuola. Il prete che non promuoveva mai nulla. Mario viveva in una stanza sola, con sei fratelli. Una notte sentì una donna chiamare aiuto disperatamente. Si alzò e andò a guardare dalla finestra, giù nella piazza del paese. Tutte le persiane erano chiuse, e chiuse le porte, e neanche un’anima in giro. La donna prese a bussare al portone della caserma dei carabinieri. E bussava e bussava, e non aveva risposta. Quel bambino alla finestra, rimasto fin allora a bocca aperta, nell’udire i lamenti disperati di quella donna, ebbe un sussulto, quasi volesse scendere lui nella piazza: “Ma perché non aprono?!”, fremeva. La donna continuava a piangere, diceva che il marito la riempiva di botte, e voleva che qualcuno l’aiutasse, perché se tornava a casa l’aspettavano altre mazzate. Mezz’ora, di pianti nel silenzio. Alla fine, si affacciò qualcuno dalla caserma: “Signò! Ma che volete a quest’ora? Andate a dormire, passiamo domattina!”. Mario la vide, triste e muta, alzarsi il velo sul viso e ritirarsi nel buio. Un giorno bussarono alla sua porta, e lasciarono due ceste. Dentro c’erano due bambini abbandonati. Sua madre li accolse e li salvò dal freddo e dalla fame. Poi passò di lì una donna senza casa e nei guai, e sua madre aiutò pure lei. Nel piccolo Mario cominciava a germogliare la sua vocazione. Suo padre però lo pretendeva al suo fianco: “Tu devi fare quello che ti dico io! Io ti ho creato e tu mi obbedirai! Devi venire con me in campagna!”. Suo padre era un energico contadino, che strappava la terra all’Aspromonte, e tirava su la sua famiglia con le unghie e con i denti. Mario ci andava nei campi, ma sapeva che non era quella la sua strada, e lo diceva, e sua madre piangeva, e suo padre sbraitava. Decise che doveva fare come sua madre, accogliere, aiutare, fare qualcosa per chi ne avesse bisogno. Si fece prete, poi gesuita. Andò a studiare a Napoli, Posillipo, in un luogo alto da cui si vedeva tutto il Golfo. A 15 anni ebbe la prima crisi. La innescò la vista di una bellissima ragazza che pareva un angelo. E allora tutto gli parve vacillare. La crisi durò qualche tempo, ed era una guerra tutta interiore, quella ragazza non sapeva manco dell’esistenza di Mario. Alla fine, il volto di Gesù riprese fisionomia nella mente del giovane, e tutte le ragazze del mondo messe insieme non gli parvero più belle di Lui. Riprese a studiare, furiosamente, con fede e impegno. Fino a una seconda crisi dopo i 20 anni. Ebbe come un esaurimento. Toglieva una pianticella dall’orto, per piantarla un palmo più in là. I suoi intenti originari, di stare affianco ai bisognosi, quando li avrebbe coronati? Lo studio si era impossessato di lui. Non dormiva più. Mezz’ora per notte. Poi si alzava, camminava, pregava. La preghiera lo salvò dal manicomio. Ne parlò comunque ai suoi superiori. Voleva ritrovare lo spirito della sua vocazione. Così lo mandarono a Lecce. “Ci sono 4-5 padri anziani, tu sei giovane, puoi dare una mano”. Era il 1974. Ma neanche a Lecce riusciva a riposare. La notte si alzava, scendeva in chiesa e passeggiava per ore, pregando. Fu lì che una notte sentì una voce: “Tu sai cosa devi fare. L’hai letto tante volte nel Vangelo: i ciechi vedono, i sordi odono, gli storpi camminano, il Vangelo è annunciato ai poveri. Che aspetti?”. Il giorno dopo si presentò presso l’Istituto Antonaci, una scuola per non vedenti. Cominciò a stare con loro. E quelli cominciarono a chiedergli di confessarli. E poi a percepire la sua presenza quando si avvicinava. Padre Mario cominciò a stare meglio. Poi scoprì che a Lecce c’erano due case per sordomuti, e cominciò a frequentare anche quelle. Infine, arrivò ad incontrare gli “storpi”, presso i Volontari della Sofferenza. Qui incontrò una donna, una degna rappresentante della gente del Capo, Enrica Fuortes, nativa di Giuliano, con la quale realizzerà il comune desiderio di donarsi agli altri. Enrica era nata nell’ottobre del 1934. Era una ragazza dalla bellezza sconvolgente, gli occhi grandi e azzurri come il mare, una mente aperta e intelligente, un sorriso disarmante. Era naturalmente riservata, ma insieme alle amiche diventava un pagliaccetto bravissimo a fare le imitazioni della gente più “finta”, ed era talmente brava da rivaleggiare col famoso balcone degli sberleffi, che campeggiava alto nella sua Giuliano con una lunga serie di comiche espressioni ricavate nella pietra. Le piaceva quel balcone. I suoi antenati facevano quei mascheroni per tenere lontani gli spiriti maligni, e non farli entrare in casa. Fin da ragazza diceva che avrebbe voluto fare la mamma di 20 figli, tuttavia lei (come la zia Luce) fu una donna che non conobbe mai uomo. Si dedicò totalmente ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. Dalle prostitute che lasciavano le ormai fuori legge case di tolleranza, per cercare di farle reinserire nella società, ai poveri internati nei vecchi manicomi. Tutto lasciava traccia su di lei, come quando assistendo a scene particolarmente violente coi malati mentali “curati” con metodi brutali, perdette completamente la voce. O come quando rivolgendosi al prete di turno, si trovava di fronte un uomo stanco e appesantito dai suoi stessi problemi, che nulla poteva fare per la sua anima che anelava d’essere vicina al Cielo. Ma la sua fede limpidissima mai la faceva demordere, così Enrica aiutava gli anziani, i poveri, i mendicanti, organizzava pellegrinaggi per Lourdes e rincuorava con tenerezza ogni sofferente che le fosse vicino. Incontrando Padre Mario, Enrica scelse il suo confessore e padre spirituale. Ne aveva bisogno, ella, con quel suo senso del bene e del male talmente vivo da farle sembrare peccato quello che non pareva neanche a Padre Mario. Intorno a lui si costituì un gruppo di preghiera unitissimo, in un clima di fratellanza come doveva essere stata la Chiesa delle origini. Si cominciò a parlare di una casa di accoglienza. Per realizzare nella pratica le loro preghiere dovevano individuare una persona che fosse pronta a lasciare la propria casa per andare ad abitare con i sofferenti. La prima che rispose fu Enrica. Era la notte di Natale del 1980. I primi ospiti furono un’anziana signora sulla sedia a rotelle, e un ragazzo appena uscito dal carcere minorile. Era nata la Comunità Emmanuel, che significava “Dio con noi”. Si innescò una gara di solidarietà, e fra i volontari e gli amici, c’era anche gente che passava a lasciare cibo, offerte o quel che poteva, per aiutare il Progetto. Con gli anni e con l’aiuto di Dio e degli uomini, la Comunità crebbe a dismisura, accogliendo ogni sorta di bisognosi, dai tossicomani, ai disabili, i malati, gli orfani, gli abusati, gli immigrati. Padre Mario abbracciava tutti senza distinzione. Usava dire: “Siamo tutti diversamente abili. Uno solo è l’Abilissimo”. Enrica era la mamma, aveva realizzato il suo sogno, non era la madre di soli 20 figli, ma di molti di più. Si dedicava totalmente ai suoi ragazzi, viveva con loro giorno e notte, faceva loro l’infermiera. Come quando tornavano sanguinanti da qualche lavoro pesante o una partita di calcio. Fu così che contrasse il virus dell’hiv. Morì in tre anni, in odore di santità”.

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Questo è solo un piccolo racconto (tratto da un libro che si può scaricare qui), una dovuta testimonianza che ho raccolto di persona e che lascio qui ai posteri. Perchè la Memoria, come le persone, sia aiutata disinteressatamente. Chiunque sia interessato a seguire le attività della Comunità questo è il suo indirizzo web: www.emmanuel.it, mentre per seguire la straordinaria avventura dell’Emporio Solidale, clicchi qui.

di Alessandro Romano

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