Storia del tacchino, dall’America al Salento

Il tacchino fu importato, con ogni probabilità, dall’America in Spagna nel 1511 come attesta un documento, del 24 ottobre dello stesso anno, firmato dal vescovo di Valencia che imponeva ad ogni nave di trasportare dalle Isole e dalla Tierra Firme a Siviglia, dieci tacchini da riproduzione, metà maschi e metà femmine. In Italia, invece, giunse nel 1520 quando una coppia di tacchini,

un maschio e una femmina bianca, fu inviata come regalo dal vescovo di Hispaniola Geraldini al cardinale Pucci a Roma. Invece una delle prime testimonianze iconografiche potrebbe essere rappresentata dagli stucchi realizzati nelle Logge Vaticane. In seguito, nella metà del XVI secolo, numerose leggi suntuarie i Italia settentrionale proibirono la vendita e il consumo di tacchini. Infine in questi ultimi anni numerosi sono stati i rinvenimenti di resti di tacchino negli scavi archeologici di diversi contesti del XVI- XVII secolo che delineano una lenta ma progressiva diffusione di questo volatile in Italia. In passato è stata più volte avanzata l’ipotesi che il tacchino fosse arrivato in Europa prima del viaggio di Colombo, a seguito dei frequenti contatti tra navigatori scandinavi e le coste dell’America settentrionale. Negli anni ’40 dello scorso secolo infatti destò inoltre sorpresa il ritrovamento di un fregio murale, posto al di sotto della rappresentazione della “Strage degli innocenti”, che raffigurava diversi tacchini nella cattedrale di Schleswig (Fig. 1).

Successivamente Bökönyi e Jánossy tentarono di dimostrare la presenza di tacchini in Europa in contesti ante-14923; infatti un tarsometatarso di tacchino era stato ritrovato durante gli scavi nel castello di Buda in strati datati al XIV secolo. Schorger scrive che Alexander Wetmore osservò i disegni delle ossa e sentenziò che si trattava di ossa di pavone. Recentemente Bartosiewicz, interrogato sull’argomento, ha confermato che le identificazioni di Jánossy erano sempre altamente professionali, ma che lo studio dei materiali archeologici degli scavi degli anni ’50 nel castello di Buda ha sollevato qualche dubbio sulla loro provenienza stratigrafica. Quindi è molto probabile che ci possa essere stata un’intrusione dai potenti livelli di vita ottomana sovrastanti e purtroppo lo stesso osso è andato perso. Lo stesso Bartosiewicz cita alcuni casi di ritrovamenti di resti di tacchino in Ungheria, ma da contesti databili al XVI e XVII secolo. Molto probabilmente Cristoforo Colombo fu uno dei primi europei a vedere i tacchini quando, nel corso del suo quarto viaggio oltremare del 1502, sbarcò nei pressi di Punta Caxinas, altrimenti nota come Cabo de Honduras. Colombo infatti disse che alcuni nativi lo avevano rifocillato con alcuni uccelli che lui chiamò “galinas de la tierra” e che questi erano migliori di quelle spagnole. Purtroppo la terminologia usata dai primi esploratori spagnoli per descriverli non è molto chiara ed è difficile a volte capire di quali animali si trattasse. Il termine “galinas” fu infatti usato per un certo numero di uccelli più o meno simili, come alcuni Cracidi dei generi Crax, Penelope e Ortalis. In ogni caso, al momento dell’arrivo degli Spagnoli nel nuovo mondo, il tacchino domestico era largamente diffuso in Messico e centro-America. Meno chiaro è quando questo volatile sia arrivato in Europa. La diffusione in Europa del tacchino ovviamente ebbe inizio dalla Spagna, dove il volatile giunse al principio del 15008 oppure, secondo l’ipotesi attualmente più accreditata, tra il 1511 e il 1512, come dimostrano due documenti del tempo. Il primo, datato al 24 ottobre 1511 e firmato dal vescovo di Valencia, imponeva ad ogni nave di trasportare dalle Isole e dalla Tierra Firme a Siviglia, dieci tacchini da riproduzione, metà maschi e metà femmine. Il secondo è un ordine reale del 30 settembre 1512 ed attesta la presenza di due tacchini arrivati in Spagna, trasportati da una nave proveniente da Hispaniola9. Dalla Spagna il tacchino si diffuse rapidamente in tutta Europa.

Introduzione e diffusione del tacchino in Italia nel XVI secolo.

Per l’Italia la data certa della sua introduzione è il 1520, quando una coppia di tacchini, un maschio e una femmina bianca, fu inviata dal vescovo di Hispaniola Alessandro Geraldini a Lorenzo Pucci, Cardinale della Chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma. Il motivo di queste spedizioni era quello di popolare ville e parchi delle classi più agiate con animali del nuovo mondo che potevano destare meraviglia e stupore nei loro eventuali ospiti. In quest’ottica la Eiche riporta un documento reperito all’Archivio di Stato di Firenze in cui Giovanmaria della Porta, agente del Duca di Urbino Francesco Maria I della Rovere, nel settembre del 1531 scrive al suo signore riferendo che alcuni mesi prima aveva chiesto al Cardinal Salviati, che possedeva alcuni incredibili uccelli del nuovo mondo e che il Duca non aveva mai visto, di regalargli un paio di “galli d’India” affinché Egli potesse allevarli e avere uova fresche ogni giorno. Secondo la studiosa, la lettera dimostra che a quell’epoca il tacchino non era ancora diffuso nel nord Italia e che questo uccello era considerato un regalo prezioso che i potenti potevano scambiarsi. Questa situazione sembra mutare nel decennio successivo, quando i tacchini compaiono anche in altre parti della penisola. Nel 1543 un carteggio tra il duca di Ferrara, Ercole II d’Este, e il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere, mostra lo scambio di uccelli esotici in atto tra le due casate. Ercole infatti risponde ad una missiva di Guidobaldo, che gli aveva chiesto alcuni pavoni bianchi, dicendo di essere spiacente ma di non possedere tali uccelli ma che, se avesse voluto, avrebbe potuto spedirgli quante femmine di tacchino lui desiderasse. Nel 1547 Matteo Botti, un mercante toscano la cui famiglia già dal 1519 aveva filiali commerciali in Andalusia, era riuscito ad ottenere, dopo un precedente tentativo infruttuoso16, alcuni tacchini dalla Spagna, per creare un allevamento nella villa di famiglia a Petrognano. L’allevamento non ebbe buoni risultati perché spesso i tacchini si ammalavano e morivano. L’anno successivo il gallo d’India è citato anche in una lettera di Pietro Aretino a A.M. Girolamo scritta in Venezia. Come scrisse Molmenti: “Durante il secolo XVI fioccarono i decreti, e divenne maggiore la destrezza nell’eluderli. Fu vietata la vendita dei fagiani, pavoni, galli d’India, francolini e galli selvatici…”. Queste leggi confermano che il tacchino, anche se ancora non molto diffuso, poiché viene considerato un alimento di lusso, era ormai presente sul mercato veneziano.

Si deve notare che questi volatili, perlomeno nella seconda metà del XVI secolo, non comparivano solo nei banchetti di ricchissime casate come i Duchi di Ferrara o d’Urbino, ma anche presso nobili di minor lignaggio e prelati ferraresi. Mentre si diffondeva nei giardini, nei cortili e sulle tavole il tacchino faceva la sua comparsa nelle opere d’arte. Abbastanza dubbia rimane la rappresentazione di due tacchini negli stucchi situati nel terzo sottarco e nel terzo sottarco esterno delle Logge Vaticane. Carpaneto e colleghi riconoscono questi uccelli per il corpo tozzo e la coda formata da una doppia serie di penne (Fig. 2).

Se fossero realmente tacchini e non pavoni mal rappresentati, queste forse sarebbero le prime raffigurazioni di questa specie in Europa, anzi, poiché gli stucchi furono con ogni probabilità realizzati da Giovanni da Udine e Perin del Vaga tra la fine del 1517 e gli inizi del 1519, si potrebbe ipotizzare che Leone X fosse già in possesso di questi uccelli nei suoi serragli, prima dell’invio di Geraldini a Pucci. Appena qualche anno dopo, tra il 1522 e il 1523, un tacchino veniva dipinto da Giovanni da Udine anche tra le grottesche di Palazzo Madama, la villa del Cardinale Medici a Roma (Fig. 3).

La famiglia de’ Medici sembra particolarmente attratta dai tacchini, se nel 1545 viene completato un arazzo, commissionato da Cosimo I de’ Medici, a rappresentare l’Abbondanza, in cui si scorge una bella raffigurazione di tacchino; si pensa che questo sia stato disegnato da Agnolo Bronzino60. Sempre Cosimo I, nel 1564, chiese all’artista fiammingo Jean de Boulogne, detto il Giambologna, di realizzare uno splendido tacchino in bronzo da porre nella grotta degli animali della sua villa medicea di Castello a Firenze (Fig. 4).

Storia del tacchino, dall'America al SalentoStoria del tacchino, dall'America al Salento

Nel primo caso si tratta di 13 frammenti ossei riferibili ad almeno due individui, nel secondo di due femori, una scapola ed uno sterno di un individuo adulto. I resti di tacchino, insieme a quelli copiosi di animali selvatici, testimoniano il livello sociale abbastanza agiato dei proprietari del castello (lo scavo archeologico di Muro Leccese è stato diretto dal prof. Paul Arthur). Infine, recentemente sono stati recuperati 16 resti di tacchino (Fig. 11), riferibili ad almeno 4 individui (2 adulti e 2 subadulti), negli interri del XVIII-XIX secolo del frantoio ipogeo di Caprarica (LE).

Nel Salento il tacchino si diffonde rapidamente, tanto che nel XVII secolo Antonio Corrado nella sua opera “Il cuoco galante” gli dedica tutto il capitolo V “De’ tacchini, o sia de’ Galli d’India” riportando diverse ricette per cucinarlo. Diffusione che potrebbe essere ulteriormente testimoniata, anche tra i ceti meno abbienti, tra i resti faunistici del XVIII e il XIX secolo del frantoio ipogeo di Caprarica (LE).

L’IDOMENEO

Università del Salento 2016

Jacopo De Grossi Mazzorin – Ilaria Epifani

Storia del tacchino, dall’America al Salento

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