Viaggio fra gli insediamenti rupestri baresi

La distribuzione degli insediamenti rupestri ed ipogei nel territorio di Bari è legata sia alla presenza di un’adatta conformazione geologica: lame (pareti e argini di fiumi) e substrati calcarenitici, che si sviluppano a sorta di ventaglio dalla Murgia fino alla città, sia alla presenza di importanti vie di comunicazione.

La datazione e l’origine di questi siti non è facile per via della scarsità di materiale documentario, ma si presume che il periodo d’inizio corrisponda al IX sec dopo Cristo.

La classificazione di questi insediamenti varia secondo la localizzazione e la destinazione d’uso. Gli INSEDIAMENTI RUPESTRI sono scavati orizzontalmente nelle pareti di calcarenite degli antichi fiumi fossili ( le lame o le gravine dell’alta Murgia). I COMPLESSI IPOGEI sono scavati nel substrato roccioso calcarenitico, dove il piano di campagna è pianeggiante, procedendo con una prima fase di scavo verticale, per realizzare un atrio rettangolare scoperto con relativa rampa o scala di accesso, e poi procedendo in orizzontale scavando un corridoio perimetrale (criptoportico) da cui si accede ai laboratori, ai locali e ai depositi (disegni Franco Dell’Aquila).

Le tipologie insediative sono varie e si sintetizzano, per l’area di Bari in: piccoli insediamenti sia rupestri che ipogei costituiti da pochi ambienti (es. Mungivacca); insediamenti rupestri complessi posti sul fianco di una lama (es. la Caravella); complessi ipogei di notevole estensione formati da numerosi ambienti diversamente articolati (ad es. l’ipogeo Seminario 1 con i suoi 1300 mq calpestabili e i suoi 500 mq ancora interrati).

LA CHIESA E L’INSEDIAMENTO RUPESTRE DI VIA MARTINEZ si collocano sul ciglio ovest di lama Fitta, in località Carbonara. Non è possibile indicare il nome originario del complesso, anche se è stata proposta l’identificazione del sito con il casale di Cillaro, in cui vi erano le chiese di S. Leone, S. Angelo e S. Antonio.

Il complesso presenta alcune affinità con complessi rupestri della Cappadocia, così da poterlo considerare quale centro monastico o cenobio. L’impianto complessivo della chiesa induce a datarla alla fine del IX secolo, nel gruppo degli insediamenti greco-orientali conseguenti alla riconquista di Bari da parte dell’imperatore Basilio I nell’876. Nella chiesa quindi si celebrava probabilmente il rito greco. Non a caso lo studio dell’architettura della chiesa ha rivelato l’esistenza, nei rapporti tra le misure interne, di un modulo metrico basato sul “piede bizantino”, unità di misura usata in quel periodo.

Il complesso, che ha la forma ad L rovesciata, si estende per circa 220 mq nella massa calcarenitica, ed è composto da una chiesa (in alto a destra), una grande camera centrale e da una serie di ambienti più piccoli. La chiesa è aperta verso l’esterno per prendere più luce e rappresenta un vero gioiello architettonico. Essa si compone di due navate asimmetriche orientate secondo un asse principale est – ovest e presenta una leggera apertura a ventaglio in corrispondenza dell’area presbiteriale. Un’altra lettura della planimetria della chiesa identifica una sola navata divisa da un locale annesso (paraecclesion) da una fila di pilastri.

Dall’ingresso, ricavato nella parete nord e in gran parte ostruito da mucchi di pietre, ci si immette nella navata principale; nella stessa parete nord sono ricavate due finestrelle ad arco a sesto leggermente ribassato.

L’aula è interamente a soffitto piano, ad eccezione del presbiterio che, delimitato da un originale basso muro iconostasico, è caratterizzato da una copertura a volta.

La chiesa presentava un finto ciborio con quattro colonne addossate alle pareti, due di esse poggiavano direttamente sul muretto iconostasico.

Purtroppo alcuni vandali hanno distrutto e asportato 3 delle 4 colonne tonde. Di esse rimangono solo i pulvini scolpiti direttamente nella roccia del soffitto.

I vani di fianco all’aula principale presentano sulle pareti alte nicchie ad arco con bassi basamenti, tradizione comune a molte chiese del periodo, che forse contenevano figure di santi affrescate sul muro.

Gli ambienti della navata laterale sono di difficile interpretazione, in quanto i vani, che si succedono a mò di lunga navata divisa da pilastri , hanno le volte a botte trasversali rispetto all’aula principale.

I livelli del piano di calpestio sono molto articolati nelle differenti parti della chiesa; quello del presbiterio (bema) è più alto di quello dell’aula (naos), mentre nella zona absidale si riscontrano altri due livelli. In fondo, anche la parete di fronte al presbiterio presenta alte nicchie ad arcate cieche.

All’interno della chiesa sono presenti decorazioni a rilievo e dipinte: a rilievo è realizzata una croce nel catino dell’abside, oggi praticamente scomparsa; losanghe dipinte sono invece presenti su tutte le arcate della navata principale e sulla fascia di coronamento dell’abside laterale.

Nella zona retroabsidale è stata ritrovata una tomba, la cui posizione nella parte più sacra della chiesa è un onore solitamente tributato ai Santi o alle persone ritenute tali, connotando questo ipogeo come una sorta di santuario.

Gli altri ambienti del cenobio ospitavano probabilmente una comunità monastica che assolveva anche funzioni lavorative di tipo agricolo in vani di servizio. Difficili da datare, ma sicuramente più tardi, sono alcuni ambienti che si sviluppano in continuità con la chiesa.

Una delle caratteristiche principali di questi ambienti è data dalla presenza di numerosi fori e incavi di forma e funzione diversa, molti, di modeste dimensioni, disposti a differenti livelli lungo le pareti perimetrali erano presumibilmente destinati a contenere le lucerne per l’illuminazione.

Altri disposti in fila lungo il perimetro del pavimento di una cella dimostrano di essere serviti a sostenere i paletti di un giaciglio di legno.

Gli anelli sul soffitto, comuni a molti siti rupestri, servivano ad appendere derrate o a legare gli animali.

Grandi nicchie ad arcosolio o squadrate, di circa 1,80 per 1 metro, alcune delle quali dotate di cuscino risparmiato dalla roccia, si configurano come vani per giacigli.

A volte le nicchie sono corredate da un cuscino di pietra risparmiato durante lo scavo, e in alcuni casi presentano una nicchietta sulla parete di fondo usata come mensola e piano d’appoggio per lucerne.

Tutti questi elementi fanno ipotizzare l’esistenza di una comunità monastica di tipo cenobitico. Il complesso rupestre, sorto intorno alla chiesa, aveva quindi la funzione di monastero, al cui interno, oltre al riposo nelle celle, si svolgevano le attività di lavoro tipiche del mondo contadino.

I più grandi di tali ambienti potevano ospitare trappeti (frantoi per le olive) o palmenti (luoghi per la spremitura dell’uva), utilizzati spesso anche in epoca post medievale. Gli ambienti più piccoli servivano comunemente come cucina, depositi per derrate alimentari o stalle per gli animali.

Purtroppo la situazione in cui si trova la maggior parte di questi siti rupestri ed ipogeici è assai precaria. Qui ad es. vediamo una sala con il soffitto rifatto per il danno subito dai lavori svolti in superficie e fortunatamente bloccati in tempo prima che distruggessero tutto. Ma il pericolo per gli insediamenti rupestri è costante, da una parte perchè sono minacciati dall’ignoranza dei palazzinari, dall’altra perchè l’incuria e la stoltezza dell’uomo li hanno ridotti a discariche di sporcizia e di pietre.

I pochi appassionati e studiosi baresi di questi patrimoni delle tradizioni, della storia e dell’arte pugliese di 1000 anni fa sono impotenti di fronte a questo degrado, per cui URGE AL PIÙ PRESTO UN INTERVENTO GLOBALE DA PARTE DELLE AUTORITÀ CHE DEVONO APPRONTARE UN PROGETTO DI SALVAGUARDIA E DI FRUIZIONE DI QUESTI MONUMENTI.

Regione e Comuni devono perciò provvedere a far ripulire i siti e a metterli in sicurezza. Inoltre la Sopraintendenza alle Belle Arti dovrà promuovere campagne di RICERCA ARCHEOLOGICA, mai svolte finora in questi siti, per ricostruire i vari aspetti antropologici di queste antiche comunità.

Viaggio fra gli insediamenti rupestri baresi

Risultati e reperti che dovranno condensarsi nell’allestimento del tanto atteso MUSEO DEGLI INSEDIAMENTI RUPESTRI E DEGLI IPOGEI DI BARI. A questo scopo invito tutti gli amici e gli appassionati di Arte e di Storia a prodigarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni su questi temi, diffondendo il più possibile la situazione drammatica in cui versano questi siti ed il valore che essi rappresentano per la comunità e la cultura non solo Pugliese ed Italiana. Al proposito ricordo come i siti rupestri della Cappadocia siano stati inglobati nei Patrimoni Mondiali dell’Umanità da parte dell’Unesco.

Desidero concludere ringraziando per il suo prezioso e instancabile lavoro il dottor SERGIO CHIAFFARATA, Presidente della Associazione del Centro studi Normanno – Svevi di Bari, solerte custode e studioso di questo patrimonio di storia e di antiche tradizioni italiane.

Per chi volesse approfondire l’argomento, un testo di riferimento, che permette di comprendere il fenomeno di questa ‘”architettura al negativo” e di conoscere i meravigliosi esempi dell’architettura rupestre religiosa di Puglia, è il fondamentale saggio dei dott. FRANCO DELL’AQUILA e ALDO MESSINA, LE CHIESE RUPESTRI DI PUGLIA E BASILICATA, Adda editore, 1998.

Gianluigi Vezoli

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