Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Viaggio in Magna Grecia: Eraclea e Siri

Viaggio in Magna Grecia: Eraclea e Siri

Siris, Herakleia, sono i nomi che riecheggiano dai tempi della Magna Grecia in questo lembo di terra del sud Italia,

sulle piccole alture a ridosso del mare, in Basilicata. Qui, nel Museo e nel Parco Archeologico Nazionale della Siritide, possiamo fare una suggestiva immersione in quel mondo lontano nel tempo che fu dei nostri antenati. Gli archeologi hanno riportato alla luce un vasto quartiere, abitato dal IV secolo A.C. al III secolo d.C., un periodo lunghissimo, durante il quale si sono sviluppati diversi modelli di abitazione, come la casa a cortile scoperto, e quella a cortile porticato. Molto interessante è una zona di questo quartiere, dove gli abitanti di Eraclea avevano creato un settore dedicato alle produzioni artigiane, dove spiccano le fornaci, luogo eletto per la creazione della florida produzione ceramica. Di estremo interessa anche le soluzioni per la raccolta delle indispensabili acque piovane. Ogni casa aveva le sue canalizzazioni. E lungo l’asse longitudinale del quartiere si riscontra questa grande opera idrica che convogliava le acque in una grande cisterna pavimentata, a cielo aperto. Non lontano da qui, ai margini dell’abitato, c’è una vasta area di necropoli. Le sepolture, durante l’Età Romana, erano arricchite di epigrafi che raccontano, come una primordiale Spoon River, millenni prima dello scrittore americano Masters, il ricordo della persona che fu sepolta. Come questa, che ricorda una bambina, “che ben meritevole visse 12 anni, avendone cura il padre”. Oppure questa, che Salvilla fece a Magno, coniuge ben meritevole, con il quale visse trent’anni. Fu in vita per 70 anni. E’ sepolto qui”. Oppure l’epigrafe che Abascanto fece a Leuca, che “visse 40 anni, ben meritevole”. Bello anche il pensiero che lasciò Febe, a Ermes “ben meritevole, schiava nata in casa, visse 11 anni”. Oppure questa dedica, al “coniuge carissimo, che visse 30 anni”. O quella a Marcella, la “serva di Lucio Antonio. Ben meritevole e piissima, visse 35 anni. E’ sepolta qui”. Come non restare affascinati da una cura per la memoria così dolce e intensa? Ora entriamo nel Museo. La prima sezione è dedicata alle testimonianze neolitiche, che provengono dalle grotte di Latronico e da altre aree della zona e consistono in ceramiche dipinte a fasce rosse risalenti al VI-III millennio a.C. Nella seconda sezione viaggiamo nell’età del bronzo, a cui appartengono il corredo funerario di una tomba del 2000 a.C. rinvenuta a Tursi e le ceramiche micenee del 1200 a.C. Altri reperti provengono dagli scavi intorno all’antica colonia magnogreca di Siris con testimonianze del tempio arcaico e della necropoli consistenti in statuette votive, decorazioni e bassorilievi e elmi. La terza sezione è tutta dedicata alla città di Heraclea: sono presenti anche qui statuette votive, laminette bronzee e anche monete magnogreche e romane, matrici per il vasellame, crateri, coppe, vasi e una matrice a rullo per decorare i vasi dei cortili delle case. Di notevole importanza sono le Tavole di Heracleia, in bronzo, rinvenute nel 1732. Al suo interno, un testo greco precisa la volontà della polis di ristabilire l’ordine riguardante i terreni demaniali dei santuari di Dioniso e Atena, divinità protettrici della città. Alcuni studiosi le datano al IV secolo a.C. nell’ambito di un processo di democratizzazione della città, durante il quale vengono espropriati i terreni finiti nelle mani di una ristretta cerchia di aristocrazia terriera. Secondo un’altra ipotesi le Tavole potrebbero invece essere successive alla venuta in Italia di Pirro (280 a.C.) e riferibili quindi ad un momento di indebolimento dell’autorità statale. Ad ogni modo, esse costituiscono una miniera di precise informazioni sulla vita della città, il suo dialetto dorico, sulle istituzioni, analoghe a quelle di Taranto, sul paesaggio, sulla viabilità, sulle colture agricole e sulle norme giuridiche esistenti. Nella quarta sezione sono situati i reperti delle necropoli magnogreche tra cui spicca la Tomba di Policoro con numerosi grandi vasi a figure rosse di tema mitologico. Nel Museo c’è anche una sezione dedicata ad una cultura sorta prima che la stessa Roma nascesse: prima ancora che la parola “Italia” avesse un confine, in queste terre viveva un popolo che i Greci chiamarono Enotrioi, ossia “quelli del vino”. Non erano guerrieri celebri, né costruttori di imperi. Erano agricoltori, pastori, artigiani che abitavano le alture tra le attuali Basilicata e Calabria. Le leggende dicono che il loro capostipite fosse Enotro, figlio di un re dell’Arcadia, giunto dalla Grecia molto prima delle grandi colonie. Gli antichi scrittori raccontano che proprio dal loro nome prese origine la parola “Italia”, che designava in principio solo quel lembo di terra enotria. I loro villaggi erano semplici: capanne rotonde, ceramiche d’impasto, recinti di pietra. Ma la loro terra era fertile, e la vite cresceva rigogliosa. Da loro i Greci impararono che l’Italia era una terra di vino, di sole e di grano. Con il tempo, gli Enotri si fusero con altre popolazioni indigene locali, la loro identità si dissolse, come accade ai popoli che non scrivono la propria storia. Oggi, dalle sepolture possiamo osservare qualcuno di loro, inumato dal IX all’VIII secolo a.C., soprattutto alcune donne di rango elevato, sepolte con diademi, collane e orecchini. Ma anche uomini, con accanto le loro spade di bronzo. Memoria indelebile di un’Italia che nasceva, millenni prima di Roma.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

© Questo sito web non ha scopo di lucro, non userà mai banner pubblicitari, si basa solo sul mio impegno personale e su alcuni reportage che mi donano gli amici, tutti i costi vivi sono a mio carico (spostamenti fra le città del territorio salentino e italiano, spese di gestione del sito e il dominio). Se lo avete apprezzato e ritenete di potermi dare una mano a produrre sempre nuovi reportage, mi farà piacere se acquisterete i miei romanzi (trovate i titoli a QUESTA PAGINA). Tutto ciò che compare sul sito, soprattutto le immagini, non può essere usato in altri contesti che non abbiano altro scopo se non quello gratuito di diffusione di storia, arte e cultura. Come dice la Legge Franceschini, le immagini dei Beni Culturali possono essere divulgate, purché il contenitore non abbia fini commerciali. I diritti dei beni ecclesiastici sono delle varie parrocchie, e le foto presenti in questo sito sono sempre state scattate dopo permesso verbale, e in generale sono tutte marchiate col logo di questo sito unicamente per impedire che esse finiscano scaricate (come da me spesso scoperto) e utilizzate su altri siti o riviste a carattere commerciale. Per quanto riguarda le foto scattate in campagne e masserie abbandonate, se qualche proprietario ne riscontra qualcuna che ritiene far cancellare da questo blog (laddove non c’erano cartelli o muri che distinguessero terreno pubblico da quello privato, non ce ne siamo accorti) è pregato (come chiunque altro voglia segnalare rettifiche) di contattarci alla mail info@salentoacolory.it

Viaggio in Magna Grecia: Eraclea e Siri

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.