Sono arrivato a Modena che era ancora buio, e nella penombra ammiravo svettare verso il cielo la sua torre campanaria, la Ghirlandina.
Ammaliato già nella penombra, al mattino ho provato subito amore per questa città. Per ogni suo patrimonio, ogni pietra, ogni vicolo, che emana memorie di tempi lontani. Modena già esisteva prima che arrivassero i Romani, anche se la città è stata ritualmente fondata nell’anno 183 a.C., come colonia di diritto romano, dai triumviri Marco Emilio Lepido, Tito Parro e Lucio Crispino, i quali condussero da Roma duemila cittadini. Testimonianza dell’antica Mùtina, che Cicerone definiva “splendidissima et floridissima”, sono le varie collezioni archeologiche custodite in città. Seguitemi a vederle! Cominciamo dal palazzo dei Musei, una grandiosa costruzione civile voluta nel 1764 dal Duca Francesco III d’Este, e che oggi ospita le Gallerie Estensi, il Museo Civico, l’Archivio Storico Comunale e la Biblioteca di Storia dell’Arte “Luigi Poletti”. La civiltà Romana ha lasciato una sterminata galleria di testimonianze, a cominciare dalle stele ed i recinti funerari, che sono i monumenti più diffusi che ci riportano visivamente alla Mùtina del I secolo a.C. Il lapidario ci mostra una significativa esposizione di lapidi, che celebravano i defunti con tutta una serie di iscrizioni, dove erano riportati il nomen, cognomen, spesso anche la famiglia di appartenenza, ed anche informazioni riguardanti la vita del defunto, come la professione e la carriera. Liberti, ma anche schiavi liberati, venditori di stoffe, tintori e commercianti di ogni genere, decurioni e magistrati, compaiono qua e la su queste lapidi. Si sono trovate anche le tombe di molti rappresentanti dell’esercito Romano, come un centurione ed il comandante di una flotta navale. La collezione custodisce anche alcune statue, e opere di età imperiale, come il celebre Spinario. All’interno dei Musei del Duomo si trovano altri reperti, che al tempo della città Romana abbellivano gli edifici di Mùtina: si tratta di opere in marmo, che poi furono riutilizzate durante il Medioevo, secoli dopo. Comunque, anche andando in giro per la città, si incontrano altre memorie. Ma ora andiamo avanti, nei secoli, lasciamo Mùtina, e avviciniamoci a quella grande torre che abbiamo visto all’inizio. Il Duomo ci lascia letteralmente senza fiato, bisogna farci attorno un giro completo, perché da ogni angolo si assiste ad un tripudio di arte e fede, perizia assoluta di architetti, scultori, scalpellini. La lapide dell’architetto Lanfranco attesta l’inizio della costruzione del duomo di Modena, il 26 maggio 1099. Possiamo solo immaginare quei fulgidi giorni, per la storia dell’architettura e dell’arte romanica, che videro ergersi verso il cielo questa assoluta meraviglia. A Lanfranco si dovette affiancare presto lo scultore Wiligelmo, ricordato da un’analoga lapide sul lato opposto della chiesa, il quale non solo lavorò assieme ai suoi allievi e seguaci alla decorazione scultorea della chiesa, ma forse si occupò anche dell’architettura, iniziando i lavori dalla facciata, mentre Lanfranco partì dalle absidi. Per la costruzione del duomo attuale vennero usati in parte materiali ricavati dai ruderi di edifici di epoca romana. Quando ormai le fondazioni avevano raggiunto la superficie del suolo, ci si accorse che i materiali raccolti non sarebbero bastati per l’intera costruzione, ma, come afferma il cronista Aimone, “per divina ispirazione” si cominciò a scavare poco lontano dal cantiere mettendo in luce inaspettatamente una necropoli romana ricca di pietre e di marmi che, levigati o scolpiti, vennero utilizzati nella costruzione dell’edificio. La facciata del 1099-1106 è divisa in tre settori. Il centro è dominato dal portale maggiore, su cui spiccano i leoni che reggono la colonna. Viene qui ripresa l’allegoria tipicamente greca che faceva della colonna un simbolo dell’uomo: la colonna è posta infatti sopra il leone e sormontata a sua volta dal protiro tridimensionale, che rappresenta la Trinità. Ciò voleva significare che l’uomo è un essere a metà strada tra Dio e l’animale. Lo stesso modello è ripreso anche sulle porte laterali. Famosi i quattro celebri pannelli con le Storie della Genesi, scolpiti da Wiligelmo. Il grande rosone venne aggiunto dai Maestri campionesi nel XIII secolo assieme al Cristo in gloria in alto. La Porta dei Principi recava al secondo piano un affresco andato perduto ed è ornata nell’architrave del primo piano da un bassorilievo raffigurante episodi della vita di san Geminiano. Sotto la tredicesima arcata, sporge un pulpito rinascimentale opera del 1500 di Giacomo da Ferrara, che ha sulla cassa i simboli degli Evangelisti. Fu costruito per impartire al popolo modenese riunito in piazza la benedizione con il braccio di San Geminiano. Ancora più avanti, sotto la quindicesima arcata, un bassorilievo staccato dalla cripta di Agostino di Duccio con quattro episodi della vita di San Geminiano. La Porta della Pescheria, è realizzata dalla scuola di Wiligelmo tra il 1110 e il 1120 circa (ma completata con le scene di re Artù ben oltre il 1136, secondo alcuni), così detta perché di fronte si trovava il mercato del pesce. I suoi soggetti sono interamente profani, tratti dalle favole di Esopo e di Fedro, dalla mitologia greca, da credenze popolari, da romanzi letterari e cavallereschi, come il romanzo di Renard di vari autori e la Storia dei Re Bretoni, di Goffredo di Monmouth. Negli stipiti interni si notano i bassorilievi dei dodici mesi dell’anno. Torniamo ad ammirare la facciata, per osservare meglio le scene create dal grande Wiligelmo. Si nota la Creazione dell’uomo, della donna e Peccato Originale. Poi il Rimprovero, la Cacciata dal Paradiso Terrestre e Lavoro di Adamo ed Eva. Poi il Sacrificio di Caino e Abele, l’Uccisione di Abele e il Rimprovero divino. Infine l’Uccisione di Caino, l’arca del diluvio, e l’uscita di Noè dall’arca. Sono attribuiti a Wiligelmo anche altri rilievi: Due Cervi affrontati, leone e pantera con serpenti avvinghiati, figura umana nuda che cavalca un mostro, i capitelli al livello della loggetta. Anche la decorazione del portale centrale è certamente di Wiligelmo. Un tralcio di vite si sviluppa sulle parti frontali degli stipiti e dell’archivolto, a simboleggiare il cammino della vita irto di pericoli, tribolazioni e tentazioni, rese dai vari animali e creature fantastiche e uomini in lotta con questi, ma anche costellato di buoni incontri con figure positive. Due telamoni, simbolo di giusti virtuosi, ne sorreggono il peso ai due lati in basso, mentre in alto sull’archivolto un giano bifronte sovrasta il tralcio, a rimarcare il passaggio dalla vita precedente la venuta di Cristo (fuori dalla chiesa) a quella con Cristo (interno della Chiesa). Osserviamo la Porta del Battistero: qui gli animali appaiono più mansueti, spesso dominati dagli uomini. Ci sono anche uomini da soli al lavoro e i due anziani in cima che a fatica raggiungono la meta, sono qui sostituiti da una figura religiosa che doma un uccello e l’agnello di Dio che doma un drago. È una porta che accoglie il fedele dopo la venuta di Cristo, in un ambiente più accogliente e dominato dal bene. Non a caso questa è la porta in cui entravano i battezzandi. Nell’architrave si trova un bassorilievo raffigurante Episodi della vita di san Geminiano: il santo si reca a cavallo verso l’Oriente chiamato dall’imperatore Gioviano per guarire la figlia indemoniata. Il viaggio in mare nella tempesta sollevata dal demonio. La guarigione della figlia dell’imperatore. La riconoscenza di questo manifestata con la consegna di doni. Il ritorno a Modena. La miracolosa tumulazione del santo. La Porta della Pescheria era destinata all’entrata del popolo e dei pellegrini. Oltre alle scene coi soggetti popolari, sullo stipite sinistro, a partire dal basso, si trova la favola del gallo, della volpe e del cane su due girali, tratto dalle favole di Esopo. La favola della volpe e della cicogna. Il leone e rapace, animali aggressivi simbolo di pericolo e peccato. La manticora (creatura dalla testa umana, corpo di leone o tigre e coda di scorpione), creatura diabolica e mostruosa da cui l’uomo deve guardarsi. Un uomo incappucciato seduto che tiene una foglia, forse simbolo dell’uomo attento che scampa ai pericoli e si salva. Sullo stipite destro, a partire dal basso, si trova la favola dell’aquila e della volpe su due girali, la favola della volpe e del corvo, il leone e basilisco o rapace, la manticora, speculare a quella di sinistra, un uomo incappucciato seduto. Sull’architrave invece, partendo da sinistra vediamo la cavalcata della Nereide sull’ippocampo, simbolo del viaggio nell’aldilà ripreso dall’arte funeraria greco-romana, il funerale della volpe che si finge morta, episodio tratto da una favola francese del Romanzo di Renart, un girale a croce, due ibis che attaccano un serpente (ibis animale immondo che si ciba di carogne, è simbolo di peccato), la gru che toglie l’osso dalla gola del lupo, tratto da una favola di Esopo. Tutte queste immagini, di vivace sapore popolare, sono collegate ad ammonimenti cristiani. Osserviamo nei dettagli i mestieri che sono raffigurati negli intradossi degli stipiti, a partire dal basso a destra: gennaio, l’uomo incappucciato che brandisce una zampa di maiale. Febbraio, l’uomo avvolto in una pelliccia che si scalda al fuoco. Marzo, il contadino che pota la vite. Aprile, l’uomo ben vestito in mezzo ai fiori. Maggio, l’uomo che conduce un cavallo. Giugno, il contadino che falcia l’erba. Luglio, il contadino che prepara i covoni. Agosto, il contadino che batte il grano. Settembre, il contadino che pigia l’uva. Ottobre, il contadino che travasa il vino nelle botti. Novembre, il contadino che semina il grano. Dicembre, il uomo che fa legna. Anche in questo caso si ricorda al pellegrino o al popolo che entra in chiesa la fatica che la vita lavorativa comporta per raggiungere il premio della salvezza. Sull’archivolto sono riportati sei cavalieri (tre per lato, con i loro nomi scolpiti in alto) che attaccano un castello in cui è rinchiusa Ginevra, difesa da Malagant, il fante Burmalto ed il cavaliere Corrado. Si tratta di una scena cavalleresca del ciclo di Re Artù di Bretagna, a cui partecipa un enigmatico cavaliere senza elmo e senza nome (il secondo da sinistra). Essendo il ciclo arturiano pubblicato per la prima volta nel 1136 alcuni hanno ipotizzato che l’archivolto sia stato scolpito in un secondo momento, dopo tale data. Altri invece pensano ad una trasmissione orale del ciclo e quindi ad una data anteriore, entro il decennio (1110-1120). La Porta Regia è anch’essa opera dei maestri campionesi, realizzata tra il 1209 e il 1231 sul fianco sud. E’ in marmo rosa, diverso dalla pietra bianca di tutto il perimetro esterno. Delle sue quattro colonne, le prime due sono sorrette da due grandi leoni stilofori, di cui quello a destra protegge con una sola zampa un animale mansueto (simbolo del Cristo che protegge il fedele giusto), mentre quello di sinistra doma con due zampe un animale che si dibatte (simbolo del Cristo giudice che condanna il peccatore impenitente). Le due colonne posteriori constano invece di quattro colonnine intrecciate, simbolo della Trinità. Tra gli stipiti e l’architrave della porta vediamo un aspide, un basilisco, un drago ed un leone con la scritta in latino tratta dai Salmi che corre sopra ai quattro animali: Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone ed il drago. La posizione in cui le quattro creature sono collocate, similmente alla portale centrale, richiamano ai pericoli della vita che saranno superati dalla fede in Dio ed entrata in Chiesa. La chiesa è a tre navate, ad ognuna delle quali corrisponde un’abside. Un finto matroneo ha la funzione di alleggerire la struttura, il quale riprende il motivo della loggia percorribile all’esterno. La zona sacra è rialzata perché sovrasta la cripta, che è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate e quattro campate, cui si accede scendendo alcuni gradini. Ad eccezione della parte con il sepolcro di san Geminiano modificata nel 1700, è rimasta inalterata da quando venne costruita tra il 1099 e il 1106 da Lanfranco. Sono da ammirare i capitelli delle numerose colonne, tutti diversi per forma e dimensioni: alcuni sono in stile corinzio, altri recanti motivi vegetali. Ben sette capitelli hanno raffigurazioni animali o umane dal preciso significato simbolico: sirene bicaudate, sfingi, leoni, montoni, tori, angeli e aquile, fra questi ci sono i simboli dei quattro evangelisti, e poi uomini di fede ad occhi spalancati che escono dalla vegetazione. Ammiriamo l’ambone, opera di Anselmo a cavallo tra XII e XIII secolo. Il pontile è sorretto da colonne che a loro volta poggiano su telamoni seduti e curvi (simbolo di uomini di fede che sorreggono la chiesa) e da leoni stilofori che sono accucciati sulle loro prede ribelli o su cavallo e cavaliere mansueti. I capitelli di tre delle 10 colonne a sostegno del pontile si rifanno ideologicamente all’aspettativa di salvezza con il sacrificio di Abramo, il martirio di San Lorenzo e Daniele nella fossa dei leoni. Altri due capitelli indicano aquile pronte a spiccare il volo, simbolo di Cristo che salva le anime. Le quattro mensole che sostengono il pontile più internamente riportano telamoni, Sansone che smascella il leone (esterno destro) e un Leone che divora un peccatore (esterno sinistro). Questi ultimi rappresentano, rispettivamente, il virtuoso che sconfigge il male e il peccatore che si lascia divorare dal male. Sotto le mensole ci sono due bassorilievi raffiguranti Giuda che riscuote i denari e Pietro che rinnega Gesù Cristo, raffiguranti rispettivamente il peccatore impenitente e quello pentito. Le sculture che esaltano le capacità scultoree dei Campionesi sono nei rilievi che ornano l’ambone con le figurazioni dei dottori della Chiesa in atto di scrivere su ispirazione di un angelo o di una colomba, simbolo dello Spirito Santo, dei simboli degli Evangelisti, di Cristo in maestà e di Cristo che risveglia gli apostoli nel Getsemani. Ma le opere che attraggono l’occhio del visitatore sono i rilievi marmorei dipinti del parapetto, raffiguranti scene della Passione di Gesù: la Lavanda dei piedi, l’Ultima Cena, il Bacio di Giuda, la Cattura di Cristo, il Giudizio di Pilato, il Cireneo che porta la croce. Pende sopra il pontile un notevole crocifisso ligneo dipinto del 1270-1300 circa. Mirabile il coro ligneo intarsiato del 1461-1465 opera di una dinastia di provetti ebanisti. La Ghirlandina, ossia il nome con cui è famosa la torre campanaria del Duomo, è uno spettacolo di slancio artistico. Alta 86 metri fu costruita a più riprese dall’inizio del XII secolo fino al completamento della sommità nel 1319, con l’aggiunta del globo dorato sulla sommità. La componente ottagonale è ornata da due “ghirlande”, vale a dire due ringhiere di marmo, da cui prende il nome. È a sei piani, anch’essa visitabile, ovviamente scalandola a piedi! All’interno, la “Sala della Secchia” (con affreschi del Quattrocento), custodisce una copia della celebre secchia rapita: era un secchio di legno, rubato dai modenesi nel 1325 da un pozzo pubblico di Bologna dopo la Battaglia di Zappolino. Da cui l’ispirazione di un poema eroicomico scritto dal Tassoni, che narra in chiave comica la guerra tra Modena e Bologna, usando la secchia come simbolo. E’ la testimonianza di quando la torre era sede dei forzieri cittadini. Le campane presenti sono quattro. A causa della pendenza della torre, le campane rintoccano con un suono maestoso, lento e prolungato: suonarono a distesa per l’ultima volta nel 1945, per festeggiare la liberazione da parte degli alleati di Modena. Osservando gli interni, degni di nota sono i capitelli scolpiti della Stanza dei Torresani, al quinto piano. Il Capitello di Davide: due figure incoronate suonano degli strumenti circondati di danzatrici. Il Capitello dei Giudici: tre scene allegoriche con tre giudici. Il primo è corrotto (si fa dare una sacca di denaro da un uomo), il secondo è buono e il terzo, con vicino Lucifero, è cattivo. Gli altri capitelli non pongono problemi interpretativi in quanto sono puramente decorativi. Nella piccola Piazza Torre che si affaccia su via Emilia, è collocato il sacrario partigiano e il Monumento ad Alessandro Tassoni, il più celebre dei poeti modenesi, autore appunto del poema La secchia rapita. L’arguzia del personaggio è ben rappresentata nella posa della statua, realizzata nel 1860 dallo scultore modenese Alessandro Cavazza. Nel 1938, dalla torre si buttò l’editore Angelo Fortunato Formiggini: il suo suicidio è stato descritto come “la più alta e tragica protesta contro l’odiosa persecuzione” verso gli ebrei, causata dalle leggi razziali. Torniamo all’interno dei Musei del Duomo, perché qui troviamo altri preziosi reperti che facevano parte della decorazione della grande cattedrale. Il Duomo di Modena è “abitato” da animali e creature mitologiche. Essi si arrampicano sugli stipiti dei portali, sui capitelli, e nel corso della sua storia ormai millenaria hanno subito danni da parte del tempo ma anche dagli uomini, per cui molte di queste opere hanno trovato qui riparo. Come questo leone stiloforo, che faceva parte della primissima costruzione della cattedrale. Il culto di San Geminiano è attestato fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte, nell’anno 397. La storia delle reliquie del Santo coincide con lo spostamento del fulcro di Modena dall’antico foro romano all’area attuale intorno al Duomo, proprio per devozione delle sue reliquie. L’arca di Geminiano, ossia la grande cassa marmorea posta a rivestimento del suo sepolcro, nacque nel 1106. In questo ambiente del Museo ammiriamo l’affresco di San Paolo assiso in trono (XII secolo). L’antico altare portatile appartenuto a san Geminiano è costituito da una pietra in granito verde incastonata in una cassetta lignea, rivestita da lastre d’argento. La statua in rame di San Geminiano, del 1376. La preziosa stauroteca dell’XI secolo, ossia il contenitore del legno della croce di Cristo. Si possono ammirare preziosissimi codici del XII secolo. E poi una lunga serie di oggetti liturgici. E arazzi, come quello cinquecentesco, che raffigura l’invenzione delle arti liberali, il Diluvio Universale, Adamo ed Eva. Altri affreschi, sempre provenienti dal Duomo, che risalgono attorno al 1200. E poi arriviamo allo straordinario Ciclo delle Metope, che un tempo ornavano la facciata del Duomo, e che rappresenta una vera e propria enciclopedia del mondo medievale. Osserviamo prima l’ermafrodito, per metà uomo e metà donna. Segue l’uomo dai lunghi capelli ed i piedi rovesciati. La sirena a due code, che ritroviamo moltissime volte sul Duomo, e più in generale in ogni dove, sin da tempi ancestrali, il cui significato autentico è confuso con le nebbie del tempo. Questa metopa rappresenta due figure sedute, una femminile e l’altra forse maschile, capovolte, una di fronte all’altra. Rappresenta gli Antipodi, ossia una razza di uomini che vivevano dal lato opposto del mondo. Guardate la meraviglia di questa lunga treccia di capelli, scolpita in maniera così incantevole. La grande fanciulla, dalle dimensioni spropositate rispetto alla metopa stessa che la racchiude a stento, nel tentativo di suggerire una grande compressione delle membra. L’essere a tre braccia, detto anche la fanciulla e il gigante: queste interpretazioni sono tutte riferimento alle meraviglie che abitano il creato. L’ittiofago, ossia una figura composita con la testa di uccello, che mangia un pesce. Il fanciullo col drago: nel Physiologus le serpi attaccano l’uomo quando è vestito ma ne hanno paura se è nudo. Il riferimento va alla Genesi, in cui Adamo, nudo in Paradiso, era ancora immune agli attacchi del male. Osservando le altre chiese della città, torniamo verso il Palazzo dei Musei, entriamo nella chiesa di Sant’Agostino, che fa parte del complesso palazziale. Qui c’è uno stupendo gruppo scultoreo in terracotta cinquecentesca, che raffigura la Deposizione dalla Croce: guardate che espressività nei volti! Nella cappella della madonna con Bambino si può osservare un affresco di Tommaso da Modena che risale al 1300. Continuiamo la visita del Palazzo dei Musei. C’è un’opera sontuosa del grande Bernini, che raffigura Francesco I d’Este. Il compianto sul Cristo morto, un’opera in terracotta quattrocentesca. Un meraviglioso Polittico, sempre di quegli anni. E poi olii su tavola, e tempere, che sprigionano tutta l’estetica di quegli anni fulgidi del Rinascimento. Fra le innumerevoli opere e capolavori qui custoditi, guardate questa sella da parata quattrocentesca, appartenuta al Duca Ercole I d’Este. E poi questa tempera che raffigura una novella del Decamerone del Boccaccio. Stupefacente è la collezione degli strumenti musicali, che ci vengono incontro addirittura dal 1500: arpe, violini, viole, violoncelli, clavicembali, chitarre, con cui attraversiamo tutto il 1600, per arrivare al secolo successivo, sentendo quasi suonare questi capolavori. Ammiriamo altre opere in scultura, della scuola di Wiligelmo, e altri affreschi salvati e provenienti sempre dal Duomo. Oreficeria e porcellane di immenso valore. Le collezioni sono sempre più sorprendenti, continuando a camminare fra le sale di questa macchina del tempo: qui sono raccolte le armi che si usavano nel 1700, conservatesi veramente in maniera impeccabile. E poi reperti preistorici, urne cinerarie etrusche, mummie egiziane, tombe e reperti da epoche arcaiche, delle più svariate culture. E infatti, varcando le altre sale, viaggiamo per tutto il mondo, attraverso reperti che raccontano delle civiltà precolombiane, asiatiche, dell’estremo oriente.
ALESSANDRO ROMANO (chi sono)
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