Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Ludovico Ariosto, Ferrara e il Rinascimento

Ludovico Ariosto, Ferrara e il Rinascimento

Mi trovavo a Ferrara nell’anno del 500entesimo anniversario della prima pubblicazione dell’”Orlando Furioso”,

celebre poema del grande letterato Ludovico Ariosto. Fu l’occasione di visitare la sua casa, quella dove concluse la sua vita, non certo facile, in cui per riuscire a realizzare i suoi desideri dovette combattere contro signori e cardinali, che volevano minare la sua personalità e indipendenza. Oggi è riconosciuto a livello europeo come uno dei grandi della storia della letteratura, un personaggio che incarnava alla perfezione lo spirito dell’uomo rinascimentale. Fin da giovanissimo si dedicò agli studi dei poeti classici, fino al Petrarca e Matteo Maria Boiardo, nella villa di Reggio Emilia, il Mauriziano, che lui citò spesso nei suoi scritti. E qui dobbiamo immaginarcelo, mentre passeggia fra i suoi viali, alle prese certamente con le prime fantasticherie che avrebbero animato la sua opera. Nel febbraio del 1500, con la morte del padre, deve però assumere la responsabilità della sua famiglia. Adempì a questo compito con sofferenza, ma, come dicono le fonti, “rivelando doti di accorto e paziente massaio, provvedendo ad assistere amorevolmente la madre, ad accasare le sorelle senza intaccare l’eredità comune, e a collocare con onore i fratelli”. Per qualche tempo dovette a malincuore tralasciare i suoi studi letterari. Rientrò a Ferrara, e lavorò presso il cardinale Ippolito d’Este. Non fu un periodo felice, poiché egli non sentiva né inclinazione né talento per i compiti che il cardinale gli affidava. Spesso Ippolito si serviva di lui nel ruolo di diplomatico e ambasciatore segreto per gli affari che intratteneva con i membri delle principali casate italiane e queste sue attività da «cortigiano poeta», da «cameriere segreto» e da «poeta cavallaro» (come le definì poi nelle sue Satire) gli impedirono di dedicarsi come avrebbe voluto ai suoi sogni. Comunque iniziò a scrivere il suo futuro Poema, del quale lesse qualche verso alla marchesa Isabella d’Este, e cominciarono ad arrivare i primi elogi per le sue capacità. Nel 1512 accompagnò direttamente il duca estense al Vaticano. In tali occasioni diede prova di abilità diplomatiche. Rischiò anche, in una seconda occasione, di essere gettato in mare e dovette fuggire travestendosi «inseguito dagli sgherri del papa», come descrisse poi egli stesso. Il periodo si concluse con un altro incarico pericoloso, quello di messaggero ed esploratore per conto di Alfonso I nella zona di Ravenna, quando la città veniva saccheggiata in seguito alla conclusione della battaglia che aveva visto contrapposte la Lega Santa e la Francia. In tale occasione il poeta assistette a scene che rimasero per sempre impresse nella sua memoria e che in seguito descrisse nell’Elegia XIV: “Io venni dove le campagne rosse, eran del sangue barbaro e latino, che fiera stella dianzi a furor mosse. E vidi un morto all’altro sì vicino, che, senza premer lor, quasi il terreno, a molte miglia non dava il cammino. E da chi alberga fra Garonna e Reno, vidi uscir crudeltà, che ne dovrai tutto il mondo d’orror rimaner pieno”. Nel 1513 si recò a Roma per assistere all’elezione a Papa l’amico Giovanni, figlio di Lorenzo il Magnifico. In seguito, a Firenze, conobbe il suo grande amore Alessandra Benucci, che, pure rimasta vedova, dovette vedere sempre in segreto per non farle perdere i benefici derivanti dal marito morto. Nel 1516 uscì la prima edizione del “Furioso”, dedicata a Ippolito D’Este. Costui non apprezzò affatto l’opera: si tramanda l’episodio in cui questi, ritornato a Ferrara da una delle sue frequenti missioni a Roma, non appena vide l’Ariosto gli chiese: «Messer Lodovico, dove avete mai trovate tante fanfaluche?». Ciononostante il Poema godette fra tutti i contemporanei di uno straordinario successo. Comunque, ormai logorati da tempo, i rapporti tra il poeta e il cardinale D’Este giunsero a un definitivo punto di rottura nel 1517: Ippolito doveva infatti andare a Buda, presso la sua nuova sede vescovile, ma Ariosto rifiutò di accompagnarlo, congedandosi definitivamente dal servizio di cortigiano. Come scrive Riccardo Bruscagli, docente presso l’Università degli Studi di Firenze: «È questa l’occasione della prima Satira, in cui l’Ariosto difende pacatamente ma fermamente la sua posizione, segnando con rigore il confine tra gli obblighi del servizio cortigiano e la sua propria indipendenza di uomo privato, dedito ai suoi affetti e alla sua vocazione letteraria.» L’autore perdette inevitabilmente i suoi benefici ecclesiastici, tra cui le proprietà del Castel San Felice e di Santa Maria in Benedellio. Nel 1518 il duca Alfonso I d’Este, ben informato del ristretto patrimonio dell’Ariosto, lo ammise tra i suoi stipendiati. Il poeta, in una condizione di nuova «servitù, ma di minor disagio e probabilmente più dignitosa», come riportano le fonti, godette di un grande prestigio letterario e la sua carriera teatrale registrò grandi successi. Tuttavia, la situazione economica era tale ancora da non permettergli di raggiungere quell’indipendenza che a lungo cercava: l’eredità del cugino Rinaldo, morto senza testamento ed eredi, che in quell’anno era riuscito ad ottenere, non riuscì di fatto a sollevarlo, ma anzi lo costrinse in altre diatribe. Il Duca, consapevole delle necessità economiche del poeta, ma anche delle sue abilità come amministratore, nel 1522 gli affidò la gestione della Garfagnana. La regione necessitava di un governo forte sia per il carattere della popolazione sia perché parte del territorio era in preda al banditismo. Malgrado i timori manifestati già prima della partenza, ricevette una buona accoglienza «per insino da’ Masnadieri, uomini quasi ferini e privi d’umanità», che già lo conoscevano per fama sua, del padre e della famiglia. Tuttavia, come egli stesso scrisse nel 1523 nella Satira IV dedicata al cugino Sigismondo Malaguzzi, quell’incarico fu per lui pieno di frustrazioni e scontentezze, obbligandolo ad un patetico tenore di vita, a subire un’«endemica anarchia» e alla lontananza dai suoi studi, dalle amicizie e da Ferrara. In particolare, gli mancava Alessandra Benucci, alla quale era molto legato e che poteva vedere solo nelle rare occasioni nelle quali veniva richiamato alla corte estense. Tornò a Ferrara nel 1525, il Poema era ristampato, si diffondeva in tutta Italia e conosceva uno straordinario successo. Finalmente cominciò a costruirsi la sua casa. Sulla facciata principale fece mettere una piccola lapide sulla quale era iscritto, in latino: «Così, questa casa degli Ariosti abbia propizi gli dei come, un tempo, quella di Pìndaro», che rivela il suo grande amore per i poeti Greci antichi. Sembra inoltre che avesse fatto inserire in un fregio, sebbene qualcuno dica che fosse già presente, l’iscrizione: «Piccola, ma adatta a me, nessuno vi ha ragioni sopra, è pulita, ed è stata fatta con il mio denaro.» Probabilmente è l’iscrizione che meglio lo rappresenta, con tutto il suo orgoglio ma insieme mitezza, le uniche armi che si è concesso per coronare gli ultimi anni della sua vita, vissuti con la sua Alessandra, mentre le sue opere camminavano per il mondo. Dentro di esse lasciava di sé un’immagine di uomo amante della vita vicina alla famiglia, tranquilla, senza atteggiamenti eroici:
«E più mi piace posar le poltre
membra, che di vantarle che alli Sciti
sien state, agli Indi, a li Etiopi et oltre.
Chi vuole andare a torno, a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada»…

Chiudo questo mio piccolo omaggio al poeta… pensando che egli scrisse poesie a carattere quotidiano e d’amore, ma toccando spesso temi politici e sociali, come le terribili congiure del tempo, o l’occasione della morte del grande condottiero Giovanni delle Bande Nere. Nel mio romanzo “Hippikon”, ambientato proprio nei suoi anni, il protagonista è un cavaliere come Giovanni, l’ultimo eroe della cavalleria, morto per mano di un vigliacco che lo colpì con un cannone, e che tanto affascinò il nostro poeta. E poi vi ho inserito proprio lui, l’Ariosto, immaginandolo, con le sue parole ed il suo carattere, aggirarsi nel castello d’Este. Infine, completamente dedicato a lui, il mio poema “Fenicea”, scritto interamente nella ottava rima ariostea, in cui ho voluto rendere omaggio al suo spirito, a quello di un secolo intero, il Rinascimento, che tanto segnò gli animi di popoli e intere generazioni.

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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