Lecce, tra Barocco e Roma antica

Lecce, seducente e aristocratica, avvolta in un’atmosfera crepuscolare dal fascino antico, ti rapisce gli occhi, rimanendoti impressa nell’anima come un tatuaggio sulla pelle. Il sole veste d’oro i suoi monumenti, sprigionando bagliori di luce dalla pietra dorata, intarsiata di ricami e merletti, riccioli e volute, festoni floreali e vegetali, figure antropomorfe e fitomorfe, putti e mascheroni, ghirlande e spirali, incastonati su balconi

e facciate di chiese, conventi e palazzi nobiliari. Quando cala la notte la luna illumina d’argento le vestigia del suo lontano passato promanato dal respiro affannoso della sua intricata storia. Tra mito e realtà, tra emozioni e suggestioni, tra luci e ombre, come un miraggio si schiude la conchiglia, che racchiude la perla più ammirata del Salento.

Santa Croce a Lecce

In uno scenario incantato, scomposto da una miriade di effetti cromatici, inizia il viaggio alla scoperta della Lecce nobilissima, una delle città più belle d’Italia, definita da Martin Briggs la “Firenze del sud” e da Ferdinandus Gregorovius “Atene delle Puglie”. Eppure nessuna delle due definizioni è in grado di riverberare da lontano se non un pallido riflesso della scintillante città barocca attecchita su vestigia romane incastrate accuratamente come tessere di un mosaico. Quelle tessere ormai consunte, ma nitide nel ricordo degli albori del villaggio di capanne fondato dai Messapi e poi del centro elevato da statio militum al rango di colonia (102 a.C.) dai Romani con il nome di Lupiae. Sbocco a mare di quella colonia strategica fu la statio Miltopes o Miltopia di pliniana memoria corrispondente allo scalo naturale di San Cataldo, dove resistono senza battere ciglio al moto ondoso dei secoli sporadici brandelli del molo infrastrutturato dall’imperatore Adriano.

molo di adriano a san cataldo

Ma la colonia romana, ascritta alla tribù Camilia come testimonia l’inestimabile documentazione epigrafica, spiccò il volo in virtù della prodigalità e dei privilegi concessi da un altro imperatore, Ottaviano Augusto, il quale, diffidando delle legioni romane stanziate a Brindisi, nel 44 a.C., dopo aver appreso la notizia del brutale assassinio di Giulio Cesare, approdò lungo il litorale lupiense e si accampò nell’entroterra in attesa di allestire l’esercito ed intraprendere la marcia trionfale verso Roma. Sulla base del Liber Coloniarum di età tardo imperiale il territorium Lyppiense venne sottoposto a limitatio prima in età graccana e poi all’epoca di Vespasiano, artefice di ulteriori suddivisioni territoriali ampiamente documentate dalle fonti letterarie. L’interessamento imperiale dimostrato da Marco Aurelio, il quale si vantava di discendere per parte paterna dal re Numa Pompilio e parte materna dal mitico re salentino Malennio (figlio di Dasumno leggendario fondatore della città) determinò il cambiamento di status del centro, che, da municipium divenne colonia, indizio inequivocabile di un ruolo preminente almeno nello scacchiere sub regionale. L’arco cronologico compreso tra il regno di Nerva e quello di Commodo sancì per Lupiae un momento di rilancio, che si protrasse, a fasi alterne, sino ad età adrianea. Purtroppo questa parentesi di prosperità non durò a lungo, poiché la città, oberata dal debito pubblico e stritolata nella morsa del regime provinciale, finì col perdere l’autonomia. A conti fatti l’età dell’oro di Lupiae coincise con quella augustea salutata con la realizzazione sia del teatro che dell’anfiteatro.

teatro romano a Lecce

Le rovine del teatro romano furono rinvenute nel 1929 in occasione dello scavo delle fondamenta di una casa, ubicata tra i giardini dei palazzi Romano e D’Arpe in vico dei Marescalli, oggi via della Cartapesta. Le sostruzioni, individuate ad una profondità di circa cinque metri, erano costituite da tre gradoni a semicerchio, che delimitavano un’area pavimentata con larghe lastre di marmo. Nel 1938 venne portata in luce la scaena e parte della cavea scavata nella roccia, che era ripartita in sei cunei da cinque scalette radiali. Nella zona riservata all’orchestra, pavimentata a lastroni di calcare bianco, si distribuivano tre ampi gradini disposti a semicerchio. La scaena frons era rivestita da marmi pregiati ed il muro di fondo era scandito da colonnati e nicchie, dove erano alloggiate statue di marmo riproduzioni di copie di età ellenistica. Nel corso degli scavi furono scoperte numerose statue e frammenti marmorei di cornici conservati presso il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano.

Lecce

In prossimità dell’edificio da spettacolo si rinvennero anche frammenti fittili con decorazioni di stampo augusteo. Destinato alla classe patrizia, il teatro, emblema inequivocabile della grande rinascita urbanistica favorita dalla protezione imperiale, fu il luogo privilegiato per la messa in scena di suggestive rappresentazioni non meno fastose e spettacolari rispetto a quelle venatorie, che si svolgevano nel limitrofo anfiteatro, considerato, a pieno titolo, come uno dei più massimi monumenti del genere, di cui si conservi traccia in Puglia. Nel corso degli ultimi venti anni la lettura e l’interpretazione complessiva dei dati archeologici hanno consentito la retrodatazione di quasi due secoli non solo dei monumenti in questione, ma anche la deduzione vera e propria della colonia romana, inquadrandola in un arco cronologico compreso tra l’età augustea e i primi decenni del I sec. a.C.. Lo sfarzoso intervento architettonico imperiale, pianificato per dare lustro e smalto, andò ad incidere anche sulle terme (localizzate in piazzetta Vittorio Emanuele di fronte alla chiesa di Santa Chiara) e su altri edifici con funzione pubblica nascosti ancora tra le pieghe della Lecce sotterranea.

anfiteatro romano a Lecce

Sin dall’avvento del modello romano a cambiare radicalmente il volto del centro incise profondamente la pianificazione dell’area forense e la realizzazione del Capitolium. Prospezioni archeologiche in Piazza Duomo hanno rivelato probabili tracce del Foro, ombelico della vita politica, culturale, economica, giuridica e sociale di una colonia, che si candidava a divenire un duplicato in miniatura della città madre: Roma. Proprio da questo contesto provengono elementi architettonici di un edificio templare dedicato, probabilmente, alla triade capitolina, ossia agli dei Giove, Giunone e Minerva. Nel tentativo di estirpare il paganesimo furono proprio le statue di questi dei pagani ad essere ridotte in mille pezzi dal patrizio Oronzo impegnato a convertire al cristianesimo la popolazione della colonia insieme al nipote Fortunato e a Giusto di Corinto discepolo di San Paolo. Da quanto emerso il primo Duomo, emblema della chiesa primitiva lupiense, venne elevato in età paleocristiana sulle rovine dell’edificio sacro, intitolato alle divinità supreme del pantheon romano, o sopraelevato su qualche altra struttura antica dislocata in corrispondenza dell’incrocio tra cardo maximus e decumanus maximus. 

reperto

Dopo i fasti di Roma caput mundi la città nel 476 d.C. decadde, condividendo la sorte di tante altre del meridione d’Italia in seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. L’urbs Lictia Idomenei regis ridotta ad un borgo insignificante, concentrato intorno al comprensorio dell’anfiteatro, così come riportato da Guidone di Ravenna, lentamente, ma inesorabilmente, sgusciò lungo il viale del tramonto. Devastata da Totila, re degli Ostrogoti, sperimentò un lungo declino, accentuato dalle incursioni saracene, longobarde, ungare e slave, fino a ricadere sotto la giurisdizione dell’Impero Romano d’Oriente. Tra la riconquista da parte dell’imperatore Giustiniano (527-565) e l’avvento al potere dei Normanni trascorsero ben cinquecento anni avvolti ancora nella nebbia del mistero. La presa di Otranto del 1071 decretò l’uscita di scena dei greco-bizantini, che, sino a quel momento, avevano privilegiato proprio per la sua posizione strategica la “Bisanzio delle Puglie” fondata sulla costa più ad oriente della penisola italiana. I Normanni, invece, dal canto loro consolidarono il potere politico e militare, spostando il baricentro verso Lecce in prospettiva di un’amministrazione più intimistica di quello che era a tutti gli effetti un potentato feudale. Un vento nuovo sembrò spirare durante la dominazione normanna, quando Licea o Licium divenne la capitale di una contea (1055-1463), rinomata in tutto il meridione d’Italia. I Normanni, dopo aver assicurato una lunga successione dinastica, vi attivarono una fastosa corte, contribuendo al miglioramento del tenore di vita della popolazione, che registrò un notevole incremento demografico. La casata normanna degli Altavilla, animata da illustri mecenati, determinò la costituzione di un vero e proprio stato feudale, che investì idee e denari in arditi progetti artistici ed architettonici. Uno dei rappresentanti più emblematici fu Tancredi, figlio naturale di Ruggero III, duca di Puglia, (1118-1148) e di Emma, figlia di Accardo dei conti di Lecce, che nel 1190 salì al trono di Palermo. Nel 1180 il conte di Lecce volle fortissimamente la fondazione della chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo dedicata ab origine a San Nicola di Myra e a San Cataldo di Rachau.

nicolo e cataldo

Ad essa venne annesso un monastero, affidato alla gestione dei monaci di San Benedetto da Norcia, soppiantati nel 1494, su decisione di Alfonso II re di Napoli, dagli Olivetani, depositari di cospicui patrimoni indispensabili per infondere nuova vita ad un’abbazia in agonia. Nel 1716 il tempio olivetano, ricadente nell’odierno circuito cimiteriale, venne dotato di una nuova facciata, attribuita a Giuseppe Cino, radicalmente diversa da quella medievale di stampo romanico, pur conservando il rosone e il portale. Su mensole finemente scolpite vennero installate le statue dei santi della Congregazione Olivetana insieme a quelle dell’Arcangelo Michele e di San Nicola in un tripudio di angeli svolazzanti intorno ad un’epigrafe dedicatoria. All’interno della chiesa, a pianta longitudinale, a tre navate con transetto e copertura a cupola ellittica, brani pittorici tardo gotici sfuggirono alla tentazione di essere imbiancati, occultati da altari, o ricoperti da quelli seicenteschi. Nel XVI secolo due acquasantiere marmoree di Gabriele Riccardi vennero inglobate nelle prime due colonne della navata centrale, mentre tra quelle laterali fiorirono nella tenera pietra gli altari di Mauro Manieri.

nic

Nella primavera del 1201 la contea di Lecce venne attratta nella sfera egemonica di Gualtieri III di Brienne, marito di Albiria, figlia del re normanno Tancredi. Sconfitto nel 1205 a Sarno l’impavido Gualtieri preferì morire da guerriero libero, sciogliendo le bende che avvolgevano le sue ferite, pur di non cadere prigioniero. Con atto generoso Costanza d’Altavilla, madre dell’imperatore Federico II di Svevia, in ossequio alla clemenza dimostrata da re Tancredi, che, avendola catturata, preferì rispedirla alla corte del marito Enrico VI Hohenstaufen, assegnò la contea a Gualtieri IV, seppur il beneficio fosse solo di nome e non di fatto. Nel 1212 alla morte della madre, la contessa Albiria, il sovrano venne risucchiato nel vortice delle mire espansionistiche dello zio Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, che, senza colpo ferire, si fece soffiare da Federico II di Svevia la corona del regno, concedendogli in sposa la figlia, Isabella detta Jolanda. Il matrimonio, celebrato nella cattedrale di Brindisi il 9 novembre 1225, accrebbe esponenzialmente il potere della potente casata di matrice tedesca degli Hohenstaufen, che regnarono sino a quando l’ultimo sovrano di origine sveva, Manfredi, figlio naturale dell’imperatore Federico II, morì nel 1226 nel corso della battaglia combattuta a Benevento contro Carlo D’Angiò, spianando la strada all’ascesa degli Angioini. Il riscatto della contea scaturì dall’intraprendenza di Ugo di Brienne, il quale unificò i due feudi di Lecce e Bari. Ad Ugo successe il figlio Gualtieri V, che perì valorosamente in battaglia nel 1331 in Oriente. La contea passò allora a Gualtieri VI, duca di Atene e conte di Lecce, che, nel solco dei suoi antenati, si immolò nel 1347 a Poitiers. Attraverso un legato testamentario il duca senza prole conferì in blocco l’eredità alla sorella Isabella. In virtù del matrimonio di Isabella con il nobile Gualtiero III d’Enghien la contea venne acquisita, intorno al 1356, da questa nobile casata di origine francese fino a rientrare nel 1384 tra i possedimenti della carismatica Maria, la quale, a soli 17 anni, sotto la tutela di Giovanni dell’Acaya, barone di Segine, divenne comitissa Licii ossia contessa di Lecce. Una volta ereditato il prestigioso titolo nobiliare, Maria andò in sposa a Raimondello Del Balzo Orsini, conte di Soleto, che non esitò a barare sia con Luigi II d’Angiò sia con Ladislao d’Angiò Durazzo l’un contro l’altro schierati nella lotta per il trono di Napoli. Alla fine la strategia oscillante di Raimondello venne premiata dal giovane re Ladislao con l’investitura il 9 maggio del 1399 del Principato di Taranto. Nel valzer delle congiunture feudali il Salento, corrispondente alle attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto, confluì in uno dei domini più fiorenti d’Italia. Il nuovo principe di Taranto, arrogandosi prerogative giuridiche e politiche di un sovrano della casa reale, detenne un potere incontrastato almeno sino al 1406, quando spirò in piena rivolta contro Ladislao rinnegato per tornare a caldeggiare l’ascesa al trono di Luigi II d’Angiò con il quale aveva ristabilito rapporti di alleanza. Rimasta vedova di Raimondello, la contessa-principessa, con a carico quattro figli minorenni (Giovanni Antonio, Gabriele, Maria e Caterina), orchestrò una strenua difesa nel castello di Taranto assediato dalle armate di Ladislao. Non riuscendo ad espugnarlo con la forza delle armi il re schierò in campo la diplomazia e Maria, seppur in età avanzata per quell’epoca, il 23 aprile del 1407, per scongiurare la detrazione del principato alla sua casata, convolò in seconde nozze con il re di Napoli. Ma la sorte non le arrise poiché Ladislao, oltre a tradirla assiduamente con un nutrito stuolo di amanti e cortigiane, decedette prematuramente, forse per avvelenamento, il 6 agosto del 1414, lasciandola alla mercé della dissoluta cognata Giovanna II d’Angiò, che, nel tentativo di esorcizzare rivendicazioni regali, la relegò nella fortezza di Castelnuovo. Nonostante la prigionia, Maria, regina solo nominalmente del Regno di Napoli, riuscì a garantire al figlio primogenito, Giovanni Antonio Del Balzo Orsini, per vie traverse e a suon di ducati, il Principato di Taranto e il dominio su molti altri centri del territorio barese, come la stessa Bari, Bisceglie, Monopoli, Bitonto, Putignano, Rutigliano, Conversano, ecc. A Lecce, dove il principe frequentemente risiedeva nel cosiddetto palazzo reale insieme alla moglie, la principessa Anna Colonna, nipote di Oddone Colonna, divenuto papa Martino V, operava la cancelleria orsiniana; nella Torre del Parco vi era installata la zecca legittimata a coniare monete d’oro e d’argento.

torre del parco a Lecce

Nello stesso circuito, circondato da quaranta ettari di verde, esercitava il Concilium principis, una sorta di tribunale speciale, titolare della giurisdizione civile e criminale, che, non di rado, emetteva sentenze di condanna. Così il principe si sbarazzava di nemici e rivali, che venivano rinchiusi e dimenticati nelle prigioni della torre fortezza. In preda alla nostalgia della libertà perduta i malcapitati affidavano i loro struggenti lamenti ai graffiti incisi lungo le pareti delle tetre celle. Nell’apparato feudale vi era attivo persino un opificio destinato alla confezione di panni oltre a una delle filiali pugliesi (l’altra era a Trani) del Banco del patrizio fiorentino Filippo Strozzi del tutto simile ad una vera e propria piazza di saldo dei crediti come quella presente a Napoli già a partire dal 1466. Ma non era tutto oro quel che luccicava in un mondo popolato da ricchi che si sollazzavano nel lusso più sfrenato e poveri che a stento riuscivano a placare i morsi della fame. Dopo l’assassinio del crudele Giovanni Antonio, avvenuto il 15 novembre del 1463 ad Altamura, il Principato, organismo tentacolare temibile per la sua estensione e la sua autonomia, venne smembrato in una miriade di signorie feudali più facili da controllare ed amministrare dai sovrani della corona aragonese al timone del Regno di Napoli, tra i quali Ferdinando D’Aragona instancabile propugnatore di un governatorato. Nonostante la repulsione nei confronti degli Orsini, per ironia della sorte, il re di Napoli nel 1444 si congiunse in matrimonio con Isabella di Taranto, figlia di Tristano di Chiaromonte e Caterina Orsini del Balzo, nipote diretta di Maria  d’Enghien. Nella logica dei potentati tra lotte dinastiche, rivolte popolari e alleanze strategiche, sancite da guerre e matrimoni, il sogno del Principato di Taranto, “un regno nel regno”, naufragò, tentando di aggrapparsi alla zattera di consuetudini medievali ormai alla deriva. Una nuova riorganizzazione statale si profilava all’orizzonte con l’adozione di tattiche politiche di più ampio respiro al fine di rinvigorire l’offuscata autorità regia. Nel quadro del riordino generale  e di evoluzione verso lo stato moderno Lecce si distinse non solo per la sua vocazione di faro culturale, ma anche commerciale, attivando lucrosi traffici coi mercanti di Firenze, Genova, Venezia e della sponda opposta dell’Adriatico. Nel 1463, sotto la monarchia di Ferrante d’Aragona, assistette all’istituzione del Sacro Regio Provinciale Consiglio Otrantino. Per prestigio e rilevante spessore culturale, sotto l’egida dell’imperatore Carlo V, fu eletta a seconda città del Regno di Napoli, divenendo <<capo non solo dell’ambedue provincie, salentina e messapica, ma di tutta la Puglia>>. Il suo ruolo strategico, riconosciuto ormai su vasta scala, la fece assurgere a sede distaccata del potere regio, del tribunale e degli uffici periferici dello Stato. Sorgeva l’alba di un nuovo giorno preludio alla metamorfosi da città-reggia fortificata a città-chiesa monumentalizzata, sapientemente integrata nella splendida scenografia di chiese e palazzi, scolpiti nella pietra dorata e deliziati dalle note di un’aulica sinfonia barocca.

porta napoli a Lecce

In un clima di fiammeggiante restaurazione, Lecce, con la dotta regia di vescovi, faziosi mediatori tra popolo e sovrano, venne immessa nel solco della monumentale Roma dei papi. Lo stile barocco, potente mezzo di propaganda per committenze laiche e religiose, germogliò nel periodo della Controriforma e si concretizzò con la discesa in campo dei nuovi ordini religiosi riformati, in modo particolare: Teatini e Gesuiti, che collimavano con i dettami del Concilio di Trento di riconquistare il potere spirituale, dopo un lungo periodo di profonda crisi e lancinanti lacerazioni spirituali, in seno alla Chiesa. Convertita in effeminato covo di preti e chierici, oppressa e angariata da nobili boriosi e prelati facoltosi, la città-fortezza sperimentò espressioni d’arte sublimi, che magnificarono templi religiosi e dimore patrizie. Nonostante la feroce repressione, operata dal governo spagnolo tra il 1647 e il 1648, si registrò un pullulare di cantieri in cui operarono valenti maestri scalpellini e geniali architetti. Nel volgere di pochi lustri vennero edificati numerosi edifici sacri e il Palazzo del Governo sino alla fioritura della gemma più apprezzata: la stupefacente Piazza del Duomo, raro esempio di piazza chiusa, sulla quale trovarono la loro degna ribalta in tempi diversi il Duomo, il Campanile, il Palazzo Vescovile e il Seminario. 

Duomo di Lecce

Il Duomo, eretto nel 1144 su iniziativa del vescovo Formoso, venne ristrutturato nel 1230 ad opera del vescovo Volturio. Tra il 1659 e il 1670 in pieno boom edilizio, promosso dal vescovo Luigi Pappacoda, esso subì profonde trasformazioni delegate dal 1661 al 1682 al furore inventivo di Giuseppe Zimbalo artefice del maestoso campanile alto 72 metri, dall’alto del quale era possibile controllare il territorio circostante sino al mare Adriatico da dove si profilava il pericolo delle invasioni turche e saracene. 

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Corredato di due facciate, diverse per stile ed estro artistico, il Duomo o Cattedrale venne collegato all’Episcopio, fortemente voluto nel 1425 da mons. Girolamo Guidano e ampliato nel 1649 dall’autorevole nonché ricco vescovo Pappacoda, che lo dotò anche di strutture ricettive. Ad ingentilirne la fisionomia toccò al vescovo Fabrizio Pignatelli, che, nel 1725, attraverso l’espediente di un portico intercalato da archi e colonne, ne trasfigurò il volto. L’orologio nel fastigio, realizzato da Domenico Panico, venne alloggiato invece nel 1761, allorquando mons. Alfonso Sozy Carafa commissionò una serie di interventi di restauro ormai improcrastinabili al fine di garantire stabilità alla corpulenta struttura.

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Fluttuando nell’atmosfera surreale di una delle piazze più seducenti d’Italia, a cui si accede attraverso una serie di propilei, lo sguardo viene catturato dalla torreggiante statua di Sant’Oronzo, inserita sul portale sovrastato da una elaborata balaustra, mentre nelle edicole laterali si scorgono le statue dei santi Giusto e Fortunato poste a corollario della triade dei protettori della città. La facciata secondaria, un tempo considerata come quella principale, seppur arricchita con paraste scanalate e nicchie con i santi Pietro e Paolo, Gennaro e Ludovico, colpisce per la semplicità del profilo decorativo avulso dall’imperante apparato. L’interno a croce latina, scandito da tre navate disgiunte da pilastri, è intercalato da dodici altari, riferibili prevalentemente al tardo Seicento, oltre a quello maggiore in marmo e bronzo dorato fatto intarsiare dal vescovo Sersale e consacrato nel 1757 dal vescovo Sozy Carafa, che commissionò al celebre maestro Oronzo Tiso la pala centrale dell’Assunta. Notevoli dal punto di vista artistico il coro in noce con la cattedra episcopale, commissionato dal vescovo Fabrizio Pignatelli, e le opere pittoriche attribuite a Giuseppe da Brindisi, Gianserio Strafella, Giovan Domenico Catalano e Giovanni Andrea Coppola. Di raro pregio la cripta ipogeica del XII secolo adornata con artifici barocchi del XVI secolo e intervallata da novantadue colonne, sormontate da capitelli con motivi diversificati, attinti dall’iconografia dei secoli bui del Medioevo e dai bestiari fantasiosi di matrice orientale, oltre ad altari e sepolture di benefattori e di prelati.

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Ma il diamante più splendido rimane quello del Seminario eretto per volere del vescovo Michele Pignatelli e portato a compimento tra il 1694 e il 1709 su progetto dell’architetto Giuseppe Cino. Il prospetto in puro stile bugnato è intervallato da finestre finemente intagliate nella pietra. Lo strabiliante balcone centrale è esaltato dagli archi sottostanti e dalle decorazioni di frutta in un intreccio ricorrente di elementi vegetali. Di forte impatto visivo la balaustra concepita per rimarcare l’ultimo piano di epoca posteriore. Una volta varcata la soglia dell’edificio, a piano terra, si penetra nell’atrio, dove una sosta è obbligatoria nella cappella e di fronte al meraviglioso pozzo in pietra leccese, scolpito da Giuseppe Cino o da Giuseppe Penna il Vecchio, e sorvegliato a vista dai busti dei dottori della Chiesa incastonati lungo le pareti laterali per infondere la loro sapienza. Lo spettacolo lascia interdetto il visitatore, animato da spirito di curiosità e di scoperta, introducendolo alla visita delle sale del Museo Diocesano dopo una rampa di scale monumentali.

chiostro del vescovato a Lecce

Basta percorrere pochi passi fuori da piazza Duomo per imboccare corso Vittorio Emanuele, dominato da un serto di chiese di rara bellezza intercalate su ambo i lati. All’altezza di corte dei Cicala si staglia la chiesa di Santa Irene dei Teatini, mirabile emblema dell’architettura controriformata. Edificata, dal 1591 sino al 1639, su progetto del teatino Francesco Grimaldi, sulla scia del modello della basilica di Sant’Andrea della Valle a Roma, si connota per conservare frammenti di memoria dell’antico culto in onore di Santa Irene, patrona di Lecce sino al 1656, la cui statua troneggia sulla lunetta del portale principale, così come predisposto da Mauro Manieri nel 1717 in segno di devozione nei confronti della vergine e martire di Tessalonica.

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Con una veloce falcata sul corso lastricato ci si tuffa nel cuore pulsante della città, affidata a Sant’Oronzo raffigurato in abiti pontificali e in atto benedicente sulla colonna romana elargita dai Brindisini per lo scampato pericolo della peste, che, nel 1656, aveva mietuto migliaia di vittime in tutto il Regno di Napoli. Il fusto e il capitello infatti appartenevano ad una delle due colonne terminali della via Appia e furono adattati da Giuseppe Zimbalo nel 1666 per alloggiare il simulacro settecentesco in legno rivestito da lamine di rame del primo vescovo di Lecce, che venne realizzato a Venezia su disegno di Mauro Manieri.

colonna di sant'oronzo a Lecce

La quinta scenografica dell’ovale di piazza Sant’Oronzo è contrassegnata dal cosiddetto Sedile, glorioso retaggio dell’università lupiense. Sintesi di gotico e di tardo rinascimento l’edificio di rappresentanza, eretto nel 1592 dal sindaco veneziano Pietro Mocenigo, risulta dislocato su due piani. Il piano superiore, scandito da tre archi per lato, un tempo coperto, era adibito a deposito di munizioni della città. Il piano inferiore invece ospitava le botteghe che l’Universitas concedeva in affitto agli artigiani. Fino al 1851 fu sede del Municipio, poi della Guardia nazionale e, infine, venne utilizzato come prima sede del Museo Civico. 

sedile di Lecce

A questa massiccia struttura cubica, corredata da quattro piloni laterali ornati da ovuli, venne innestata la cappella di San Marco eretta nel 1543 dalla colonia veneziana per suggellare i rapporti tra la Serenissima e Lecce nel circuito della piazza dei mercadanti. Caratteristico il portale della facciata, sormontato dal leone di S. Marco scolpito sulla lunetta decorata con una ghirlanda, rispecchiante gli ornati laterali di gusto rinascimentale. 

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Speculare a questa cornice pittoresca si riflette la facciata della chiesa di S. Maria della Grazia costruita intorno al 1590 su progetto firmato dal teatino Michele Coluccio. La fisionomia classicheggiante è interrotta da due ordini scanditi da colonne e paraste corinzie. A donarle il tocco di classe si ricorse ad un sontuoso portale, attorniato da panoplie, e ad una finestra balconata, protesa verso l’anfiteatro romano.

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Il linguaggio espressivo architettonico si carica di simbolismo e allegorie fino a divenire retorico, ma pur sempre elegante, nel tripudio di angeli, telamoni, cariatidi, leoni, pellicani, fiamme, stemmi, fiori e foglie d’acanto, quando, oltrepassando via dei Templari, che funse da cassa di risonanza alle liturgie officiate nel tempio ormai smantellato dell’ordine cavalleresco monastico impegnato per la conquista della Terra Santa, si perviene in piazza Umberto I, dove all’improvviso si alza lo splendido sipario della basilica di Santa Croce.

chiesa di Santa Croce a Lecce

Occorsero quasi due secoli per erigerla e per renderla così incantevole, fino ad infondere un’anima rinascimentale in un corpo barocco. Dal 1353, data della posa della prima pietra, fino al 1459, quando ripresero i lavori, squadre di intagliatori, scalpellini ed architetti si avvicendarono nell’esecuzione di questo sublime capolavoro ultimato nel 1699. I padri Celestini, che tramutarono l’oro in pietra a causa degli altissimi costi della fabbrica, commissionarono il tempio a Gabriele Riccardi per celebrare il trionfo della cristianità in concomitanza della battaglia di Lepanto che il 5 ottobre del 1571 sancì la sconfitta dei Turchi nel Mediterraneo. Autore del magnifico portale fu Francesco Antonio Zimbalo, che ricorse all’espediente dell’abbinamento di due coppie di colonne corinzie sormontate in alto dai blasoni di Filippo III di Spagna e ai lati da quello di Maria d’Enghien e Gualtieri VI di Brienne, duca di Atene. Sulle due porte laterali vennero scolpiti, invece, gli stemmi di Santa Croce e dell’Ordine dei Celestini. La facciata venne suddivisa in due ordini e nel 1646 vi fu incastonato uno spettacolare rosone centrale, a firma di Francesco Zimbalo e Cesare Penna, destinato a divenire il logo di Lecce nel mondo. Sulla sommità venne cesellato il timpano recante nel mezzo il vessillo della glorificazione della croce.

barocco a Lecce

A partire dal 1549 all’edificio sacro venne annesso il complesso monastico dei Celestini faro di fede e cultura almeno fino al 1807, quando venne trasformato in sede dell’Intendenza di Terra d’Otranto in seguito alla soppressione degli ordini religiosi legiferata da Gioacchino Murat. L’apparato compositivo della facciata barocca, seppur ideato dal Riccardi, venne rielaborato brillantemente da Giuseppe Zimbalo e terminato da Giuseppe Cino, che ricorsero a due ordini di bugne, smistate da lesene, a finestre, circondate da cornici intagliate, e ad un fregio, nobilitato con scudi araldici.

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Probabilmente il singolare apparato compositivo ispirò la fisionomia dello speculare palazzo Adorno, l’unico palazzo cinquecentesco di Lecce a sfoggiare un prospetto bugnato interrotto soltanto dal portale, sovrastato dall’arma dei Personè, dei Loffredo-Spinelli e degli Adorno, riproposta anche nell’androne, dove sotto i peducci della volta venne inciso l’anno 1568 ad imperitura memoria.

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Nel volgere degli eventi il portale d’ingresso dell’ex monastero dei Celestini, convertito ai giorni nostri in sede della Provincia di Lecce, venne adornato con decorazioni di angeli e grappoli di frutta e così è rimasto nei secoli a suggello di un barocco decisamente più sobrio rispetto a quello della basilica di S. Croce e completamente diverso da quello della chiesa di San Matteo, unico esempio di barocco romano mediato dal più rinomato modello borrominiano.

chiesa di san matteo a lecce

A sbalordire la complessa facciata, convessa al piano inferiore e concava a quello superiore, scandita in due ordini separati da una sinuosa trabeazione del tutto insolita nell’architettura leccese. Eretta nella seconda metà del Seicento per le terziarie Francescane, che assistevano alle funzioni religiose dalle bifore posizionate lungo la navata ellittica, la chiesa venne caratterizzata con un interno scandito da paraste sovrastate dalle statue dei dodici apostoli attribuite a Placido Buffelli di Alessano. Degno di nota il ricco arredo pittorico e scultoreo incastonato negli altari sovraccarichi di ornamentazioni e stucchi, che ne fanno una bomboniera.

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Questo non è che un pallido riflesso della sfarzosità della Lecce sacra, costellata di oltre quaranta chiese, tra cui: quella del Carmine, delle Alcantarine, di Santa Teresa, Santa Maria di Costantinopoli o Sant’Angelo, Santa Chiara, San Giuseppe o Sant’Antonio da Padova, Sant’Anna e San Gioacchino, ecc.

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Un sopralluogo particolare merita la chiesa di Santa Maria degli Angeli annessa al monastero dei Minimi di San Francesco di Paola. Essa venne edificata a partire dal 1524 da Giovanna Maremonte per volontà testamentaria del nobile marito fiorentino Bernardo Peruzzi. Nel periodo rinascimentale venne composto l’eccelso portale ornato con fregi abilmente intagliati da Gabriele Riccardi. Il ricordo dei committenti venne affidato alla lunetta superiore, dove trovò dimora il gruppo in pietra della Vergine col Bambino, incoronata e adorata da angeli, attribuita a Francesco Antonio Zimbalo. Sulla cuspide del prospetto venne riposizionata la statua dell’arcangelo Michele, abbattuta da un fulmine, mentre le finestre laterali vennero sbalzate in età barocca.

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Nei paraggi è possibile ammirare un’altra chiesa con annesso convento: quella di San Giovanni Evangelista fondata nel 1133 dalle Benedettine dopo aver ricevuto in dono da Accardo II il casale di Cisterno. Il complesso monastico, per la forte ascendenza esercitata dalle badesse ed incrementata in virtù di concessioni normanne, venne affidato alle dirette dipendenze del pontefice, assolvendo al compito di accogliere le fanciulle aristocratiche salentine con vocazione claustrale.

chiese di lecce

Un altro gioiello è rappresentato dalla sfavillante chiesa della Madre di Dio e di San Nicolò, conosciuta come chiesa delle Scalze, che lascia stupiti per il tripudio degli stucchi dorati. Innalzata nel 1631 per disposizione testamentaria del nobile Belisario Paladini, celebrato con un monumento commemorativo collocato all’interno, presenta un soffitto a volta a spicchi. Lungo le pareti si scorgono gli indicatori della vita monastica come le grate, che consentivano alle suore di clausura di partecipare alle funzioni religiose. Sull’altare maggiore, guarnito nel 1648 con un paliotto intarsiato e con un ciborio marmoreo, svetta la pala della Madre di Dio dipinta nel 1645.

chiese di lecce

Ultima ad essere menzionata nel novero delle chiese più stupefacenti di Lecce è la basilica minore di San Giovanni Battista o del Rosario costruita tra il 1691 e il 1728 per i Domenicani dall’architetto Giuseppe Zimbalo, ormai settantenne, che lì vi trovò una degna sepoltura.

chiese di lecce

Il monumento sacro, che, nonostante il timpano spezzato, sembra toccare il cielo, si modula armonicamente, esibendo una facciata suddivisa in due stili da una balaustra mediana tempestata da statue raffiguranti le visioni del profeta Ezechiele in una teofania scolpita nella pietra. L’interno a croce greca ricalca una configurazione ottagonale occupata da dodici cappelle abitate da altari barocchi. In un angolo rifulge l’unico pulpito in pietra delle chiese leccesi decorato con scene dell’Apocalisse.

porta rudiae a lecce

A un tiro di schioppo dalla celestiale chiesa domenicana con annesso il convento dei frati predicatori di San Giovani d’Aymo, convertito in sede dell’Accademia delle Belle Arti, campeggia Porta Rudiae, una delle porte d’accesso alla città, che conduce in direzione di uno dei siti archeologici più suggestivi della provincia di Lecce. Nel parco archeologico di Rudiae, che fu una delle capitali della Messapia, come documentato dai corredi funerari depredati dai tombaroli agli inizi dell’Ottocento e recuperati per essere custoditi nelle sale del Museo Provinciale S. Castromediano, fervono ancora campagne di scavo per riportare alla luce l’anfiteatro e tratti delle poderose mura.

antica città di rudiae

Incastonata nel circuito murario orientale della città Porta Rudiae rilevò il posto di un precedente varco crollato verso la fine del XVII secolo. Per legato del nobile leccese Prospero Lubelli, durante il mandato del sindaco Cesare Belli, così come recita un’epigrafe, essa venne ricostruita ad un unico fornice affiancato da due colonne per lato impiantate su di un podio. A esaltarne la funzione il fregio destinato ad accogliere i busti dei mitici fondatori della città: Malennio, Dauno, Euippa ed il re cretese Idomeneo. Il timpano venne sormontato dalla statua di Sant’Oronzo insieme a quelle degli altri protettori della città: Sant’ Irene e San Domenico di Guzman.

porta san biagio a lecce

Oltre a Porta S. Biagio un’altra porta storica, eretta dove un tempo sorgeva la demolita e mai più ricostruita porta San Giusto, consentiva l’accesso alla città: la porta dell’imperatore Carlo V ribattezzata Porta Napoli, poiché attraverso essa si imboccava un tempo la strada che conduceva a Napoli capitale del Regno, che abbracciava quasi tutta l’Italia Meridionale. L’Arco di Trionfo, innalzato nel 1548 da Gian Giacomo dell’Acaya, venne ingentilito con un timpano triangolare sorretto da due colonne per lato ornate da capitelli corinzi. A ricordare le gesta eroiche dell’imperatore sul cui regno il sole non tramontava mai venne incisa un’epigrafe dedicatoria sull’architrave. L’elogio imperiale così recitava: all’Imperatore Cesare Carlo V, augusto trionfatore, nelle Indie, nelle Gallie ed in Africa; soggiogatore dei cristiani ribelli, spavento e sterminio dei Turchi; propagatore della religione cristiana in tutto il mondo con le opere e con i consigli; essendo al governo di questa provincia Ferrante Loffredo, che seppe tener lontani da i lidi del Salento e della Japigia i Turchi ed i nemici dell’impero; l’Università ed il popolo leccese riconoscente dedicò quest’arco alla grandezza e maestà di Lui, l’anno 1548.

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Ad esaltare la sovranità asburgica in mezzo al frontone tra panoplie e cannoni venne collocato lo stemma imperiale dell’aquila bicipite nonché il rimando mitologico alle colonne d’Ercole in età antica metafora dei confini del mondo fino ad allora conosciuto. Il governatore di Terra d’Otranto, Ferrante Loffredo, volle così ringraziare il sovrano che contribuì a fortificare Lecce con uno splendido maniero. L’idea progettuale, a firma del regio architetto militare di Carlo V, Gian Giacomo dell’Acaya, coinvolse le vestigia del preesistente castello medievale riferibile ad età normanna, andando ad incidere anche sulle strutture del fortilizio principesco di epoca orsiniana e ancor prima si innestò su quelle del tempo di Federico II di Svevia, quando vennero implementate le difese del Regno con opere di costruzione e manutenzione di fortezze normanne. Per utilizzare la superficie interessata dal progetto vennero sacrificati il monastero Celestino di Santa Croce e la cappella della Santissima Trinità, ricostruiti successivamente, dove attualmente sorge piazza Umberto I, nonché la fastosa reggia di cui sopravvive qualche traccia ricadente nel corpo di fabbrica centrale: il Mastio a Nord-Est, la torre collocata a sinistra nel cortile a la “Torre mozza” dislocata a Sud-Ovest. I lavori entrarono nel vivo il 1° aprile del 1539. Occorsero dieci anni per completare la cinta muraria e i bastioni per poi procedere alla costruzione della struttura palaziale e alla sua decorazione. Sia l’ingresso principale, sormontato dallo stemma di Carlo V, sia quello secondario che si protendeva verso le campagne, vennero protetti da ponti levatoi. La pianta adottata, tipica dell’architettura militare, corrispondeva ad un quadrilatero irregolare circondato da quattro bastioni (Santa Croce, San Martino, San Giacomo e Santissima Trinità) con profili rientranti per ostacolare l’assalto dei nemici. Inoltre era previsto l’alloggio a più livelli dell’artiglieria, così come emerso in alcune postazioni, dove venivano collocati i cannoni che tuonavano in caso di assalti. Particolare cura venne riservata al portale interno, che introduceva al corpo centrale dell’edificio, preludio al piano nobile riscaldato da camini e illuminato da luminose vetrate collocate sotto mirabili volte ad ogiva. 

castello di lecce

Nel 1872 venne colmato il fossato, posto a protezione del maniero, dove secondo la leggenda gli Orsini del Balzo facevano montare da sentinella un orso bianco per incutere timore a quanti volessero violare la loro intimità o attentare alla loro incolumità. Inoltre vennero tagliati i ponti levatoi che consentivano l’accesso sia da Porta Reale, l’unica superstite, sia da Porta Falsa o di Soccorso, da dove si manifestavano le incursioni dei pirati che sbarcavano lungo il mare Adriatico. Scavi e prospezioni archeologiche, condotti dall’Università del Salento, hanno individuato il nucleo primitivo del castello risalente tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo in un arco cronologico compreso tra età sveva ed angioina, ma soprattutto hanno riportato alla luce oltre quindicimila frammenti ceramici, duecento esemplari di monete, vari oggetti in vetro e bronzo. 

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Degno di nota lo studio relativo agli stemmi araldici scolpiti non solo nella pietra, ma graffiti anche sulle mura delle prigioni o dipinti sulle stoviglie da mensa nel respiro della storia di una dimora/fortezza, che continua a vivere ancora oggi nel ricordo dei fasti della corte della comitissa Licii nonché regina del Regno di Napoli Maria d’Enghien, una sovrana illuminata, la quale amava spesso nell’epistolario fare riferimento alla vita sfarzosa, ma operosa “in castro nostro Licii”, anche se gli ultimi anni della sua parabola umana trascorsero sereni tra le mura della Torre di Belloluogo innalzata da Gualtiero o da Ugo di Brienne, e la cappella gentilizia inaspettatamente adornata con il ciclo pittorico della Maddalena. 

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Sommersa dalla vegetazione della campagna, un tempo occupata da un giardino di sollazzi, circondato da un fossato colmo d’acqua, di quella regale torre merlata, di forma cilindrica e di chiaro stampo architettonico angioino, permangono ancora superbe vestigia a testimonianza dei fasti dei tempi della Lecce nobilissima.

torre di belloluogo a lecce

Lecce, il Barocco tra vestigia di Roma antica

testo di Lory Larva

fotografie di Alessandro Romano

(Vedi le meraviglie di Lecce più approfonditamente: l’Ipogeo Palmieri, il Castello, le Chiese, la cartapesta.

 

FOTOGALLERY LECCE

del parco

Lecce. Torre del Parco, interno.

Lecce

Lecce. Castello di CarloV

Lecce

Lecce. Porta Napoli

ninfeo

Lecce. Ninfeo di Fulgenzio

ninfeo

Lecce. Ninfeo delle Fate (Masseria Papaleo)

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Lecce. Palazzo Adorno

chiesa del carmine a lecce

Lecce. Chiesa del Carmine

chiesa del Gesù a Lecce

Lecce. Chiesa del Gesù

chiese di Lecce

Lecce. Chiesa degli Agostiniani

chiese di Lecce

Lecce. Chiesa di S. Irene

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Lecce. Chiesa Madonna di Costantinopoli

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Lecce. Chiesa di S. Teresa

torrechianca idume

Lecce. Marina, foce del fiume Idume

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Lecce. Marina, Torrechianca

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Lecce. Marina, Torrechianca, torre aragonese.

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Lecce. Marina, Torre Rinalda

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

basilica di santa Croce

Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Lecce. Basilica di Santa Croce, interni.

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Basilica di Santa Croce, interni.

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Marina, San Cataldo, resti del porto romano

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Marina, San Cataldo, resti del porto romano

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Chiesa dei Santi Niccolò e Cataldo, interni.

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Castello, cortile interno con gli scavi del precedente maniero.

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Castello di Carlo V

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Castello di Carlo V

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Castello, volta di un salone al primo piano.

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Castello, cappella al piano superiore

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Castello di Carlo V, interni.

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Castello di Carlo V, interni.

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Castello, sala a piano terra dedicata al museo permanente della cartapesta

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Castello, sala a piano terra dedicata al museo permanente della cartapesta

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Castello, sala a piano terra dedicata al museo permanente della cartapesta

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Castello, prigioni sotterranee, con i graffiti e gli stemmi dei prigionieri

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Abbazia S.Maria di Cerrate, fra Lecce e Squinzano. Bene del FAI.

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Abbazia S.Maria di Cerrate

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Abbazia S.Maria di Cerrate

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Cerrate, interni e affreschi della chiesa

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Cerrate, interni e affreschi della chiesa

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Cerrate, interni e affreschi della chiesa

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Campanile e Duomo di Lecce

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Duomo

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Duomo, interni

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Duomo, interni

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Duomo, interni

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Duomo, interni

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Duomo, interni

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Torre Veneri

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Bastioni della città all’ingresso da Brindisi, visti dall’alto.

mura messapiche

Mura messapiche messe in luce alle spalle del Rettorato.

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Chiostro dei Domenicani

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Chiostro dei Domenicani, affreschi.

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Chiostro dei Domenicani, Cripta.

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Colonna di Sant’Oronzo

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Uno dei tanti balconi del centro storico con i mensoloni scolpiti

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Arco di Prato

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Piazza Sant’Oronzo

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La piazza antistante l’ex chiesa di San Francesco della Scarpa

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Scorcio del centro storico da un giardino in un mattino di nebbia.

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Chiostro della Chiesa del Carmine, oggi Rettorato.

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Chiesa del Gesù, altare maggiore.

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Chiesa Madre di Dio (o delle Scalze), altare maggiore.

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Il ficus secolare dell’ex convento di Sant’Anna.

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Chiesa di Sant’Irene, interni.

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Chiesa di Santa Chiara, interni.

cappella della maddalena

Torre di Belluogo, cappella della Maddalena, luogo caro alla regina Maria d’Enghien

maria d'enghien

Torre di Belluogo, cappella della Maddalena

torre di belloluogo

Torre di Belloluogo, cappella della Maddalena

LECCE, CITTA’ CANDIDATA A CAPITALE DELLA CULTURA EUROPEA 2019

Lecce 2019

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3 comments to Lecce, tra Barocco e Roma antica

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