Lo chiamavano “Stupor mundi”, per la meraviglia che destava nelle genti la sua figura e le opere che compiva.
Ma anche “Puer Apuliae”, ossia “il fanciullo di Puglia”, per via dell’intimo legame che egli aveva con questa terra. Sto parlando dell’imperatore Federico II di Svevia, che nel XIII secolo segnò la Storia con la sua sfolgorante ascesa e le sue gesta. Ne potrei raccontare tante di storie incantevoli su di lui, ma questa volta ve ne racconto solo una, ma molto particolare, e che ci fa capire che egli sia stato fra le tante cose anche il primo capo di stato ecologo della Storia. Nel 1231 Federico II si trovava nel suo castello di Melfi. E’ da qui che promulgò le celebri “costituzioni melfitane”, ossia una legislazione che fissò per la prima volta le regole per la sepoltura, la macellazione degli animali e la macerazione dei vegetali. In questo modo luoghi umidi con acque stagnanti, usati ad esempio come maceratoi, che nel Salento erano spesso luoghi di diffusione della malaria, diventano peschiere, grazie all’immissione di specie ittiche (in genere riservate alla tavola del potente del luogo). Bisogna considerare, infatti, che già a quell’epoca vi erano attività “industriali” che comportavano un certo degrado ambientale, come la lavorazione delle pelli, la macerazione della canapa e del lino e i lavori di macelleria: è per questo che possiamo affermare senza dubbio che alcune delle politiche promosse da Federico II sono precorritrici del concetto moderno di ecologia. Qui siamo a Minervino di Lecce, all’entrata di una peschiera del XIII secolo denominata Federico II, in onore dell’imperatore che ne promulgò la costruzione. Rimane una delle poche esistenti e ben conservate in Puglia. L’acqua si raccoglieva in una depressione naturale situata tra Minervino e Specchia Gallone, che poi col tempo per smaltirne il deflusso furono creati dei canali artificiali che portavano l’acqua fino al mare, a Porto Badisco. Un sistema di canali teneva la peschiera sempre rifornita di acqua. In caso di siccità c’era anche un pozzo che garantiva un livello costante al suo interno. Tutto intorno, il sito era protetto dall’erosione naturale da un muretto a secco di contenimento. Una grotta scavata nella calcarenite era funzionale alle attività degli uomini sul posto. Come funzionava questo luogo straordinario? La prima ipotesi ipotizza l’utilizzo della peschiera come centro di produzione della canapa, che nel medioevo era indispensabile per la creazione di corde, sacchi, vestiario. Un’industria che aveva bisogno di tantissima acqua, per trasformare gli steli della pianta in una fibra che, dopo esser marcita a bagno, liberava il materiale che consentiva di essere lavorato per la produzione. Nel Salento c’erano diversi esempi di industrie tessili medievali, spesso legate a ordini monastici, come presso Taranto, dove i monaci del convento dei Battendieri (situato presso il fiume Cervaro), erano famosi per la loro produzione di lana. C’è una seconda ipotesi di utilizzo della peschiera di Minervino e riguarda direttamente Federico II e la sua passione per le carpe e le anguille, che in queste vasche sarebbero state allevate. Un’ultima ipotesi invece propone l’utilizzo di questo posto come conceria per la produzione di cuoio. La presenza di una serie di cellette scavate nella roccia suggerisce la presenza di un allevamento di colombi, i cui escrementi fornivano un reagente chimico che consentiva di poter lavorare il cuoio. Col passare dei secoli la colombaia fu ampliata e venne costruita questa grande torre, tipica del paesaggio salentino cinquecentesco. Nel Salento la produzione del cuoio è testimoniata anche dalla presenza della conceria fondata a Maglie dal francese Pierre Lamarque nel 1848, anche questa una realtà dimenticata che è stata provvidenzialmente recuperata da Gigi Orione. Quella di Minervino risale al Medioevo, è ancora più antica, per cui desidero ringraziare Antonino Calcagnile per la cura che ha avuto nel preservare questo monumento storico che altrimenti sarebbe finito dimenticato.
ALESSANDRO ROMANO (chi sono)
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