Cookie Consent by Free Privacy Policy Generator website Il Mosaico della Cattedrale di Otranto

Il Mosaico della Cattedrale di Otranto

Se il Salento dovesse presentare al mondo la sua opera più grandiosa, complessa e misteriosa, probabilmente la scelta cadrebbe sul mosaico della Cattedrale di Otranto.

La celeberrima opera di Pantaleone, che lo portò a termine negli anni 1163-1165 è ancora oggi un enorme quadro dalla bellezza singolare, per certi versi ancora indecifrabile. Il suo mistero non verrà certo sciolto qui, ma possiamo tentare di farne un breve racconto essenziale. Purtroppo, prima di iniziare questo viaggio, è bene tenere presente che già durante l’Ottocento il celebre studioso Cosimo De Giorgi denunciò come “una profanazione all’arte”, un arbitrario restauro del tappeto musivo che alterò in alcune parti il disegno originario. Fra cui il soggetto di Re Artù, che un viaggiatore francese del 1813 disegnò come lo vide lui, e spicca l’assenza della corona sul capo. Studiosi contemporanei come Mario Cazzato affermano il re Artù del mosaico rappresentasse il re Guglielmo. Ed in effetti alla corte del normanno c’erano diversi dignitari inglesi, che ben potevano conoscere la storia di re Artù. Inoltre la realizzazione del mosaico otrantino coincide con gli ultimi anni del regno di Guglielmo, caratterizzati da una pace sociale mai vista. Da luglio 2025 il mosaico è osservabile completamente libero dalle sedute della chiesa. Il primo impatto genera sempre uno stato confusionale, per l’incredibile quantità di figure riprodotte. Ci hanno lavorato le menti più eccelse, per venirne a capo, a dare almeno un ordine, per quanto possibile, alle sequenze per certi versi addirittura fumettistiche che si susseguono. Cominciamo col notare che attorno a singole scene o personaggi, ruotano figure secondarie, su cui è difficile anche congetturare. Come per esempio alcune creature mostruose, come il corpo “illogico” di un animale che sembra fatto da tre creature diverse, unite insieme e striscianti. Ma ci sono anche personaggi facilmente riconoscibili, come Alessandro Magno, rappresentato con le vesti tipiche degli imperatori bizantini, ripreso nel momento in cui volle sfidare il cielo, e si alzò in volo facendosi sollevare da due grifoni che aizzava con brani di carne. Certo per i cristiani che calcavano questo pavimento questa scena rappresentava la superbia, uno dei sette peccati capitali. Magari però la sua caduta (non raffigurata) rappresentava anche l’ascesa dei Normanni e la fine del mondo greco, in Terra d’Otranto. Qua e là emergono figure mitologiche, un grosso centauro con la testa umana e barba di caprone, sguardo truce, con una strana pianta cresciutagli in bocca, sorregge la scacchiera, simbolo cruciale anche per i Templari. Poi, la dea cacciatrice per eccellenza, Diana. La sirena a due code, un simbolo antichissimo e comune a tante civiltà, che nella interpretazione cristiana indica la parola di Dio: sulla destra infatti si nota un trombettiere, che si staglia sopra un delfino. Pantaleone potrebbe qui raffigurare il missionario, e Cristo nel delfino. Tutta questa colossale biblioteca per immagini medievale, ruota attorno al grande albero che si erge sin dall’ingresso nella chiesa: l’albero della vita. E’ un albero senza radici, è Dio stesso, l’Eterno, l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. Attorno ai suoi rami si aggrappano tutte le figure ed i simboli che raccontano l’opera. Alla sua base si notano due elefanti, figure familiari nella decorazione statuaria di tutte la cattedrali del romanico pugliese. Il Fisiologo, il testo base dei Bestiari medievali, identifica nei pachidermi i progenitori dell’umanità, accogliendo una leggenda che proviene dalla lontana India, secondo la quale gettati a terra dai cacciatori di avorio che avevano segato gli alberi sui quali si erano addormentati, sarebbero stati risollevati da un piccolo elefantino, che vediamo anche qui: è il simbolo del Redentore dell’Umanità. Nell’abside ritroviamo la storia di Giona, una nave che ricorda quelle normanne, e Giona gettato in mare, inghiottito dal grande pesce. E poi Sansone che lotta contro il leone. Ora osserviamo la grande navata centrale. Dio scacciò l’uomo dal Paradiso perché lavorasse la terra. Il mosaicista raffigurò così l’attività dell’uomo durante i dodici mesi dell’anno, un viaggio semplice che è per noi l’occasione di guardare la vita quotidiana per le genti di quasi mille anni fa. Gennaio rappresenta una donna seduta che si scalda al fuoco, accanto allo strumento con cui cardava la lana. Febbraio: la donna cucina, e prepara la porchetta allo spiedo. Marzo: un contadino si pulisce il piede dalle spine, un curioso soggetto che ritroviamo sin dall’antichità nelle sculture di epoca classica. Aprile, leggendo un passo dell’Inferno di Dante, rappresenta “lo villanello a cui la roba manca, prende suo vincastro e fuor le pecorelle a pasce caccia”. Maggio rappresenta la donna, dall’abbigliamento sfarzoso, seduta su uno sgabello con cuscino, mentre tutto intorno la natura è rigogliosa e ammantata di verde. Giugno mostra il contadino che miete il grano. Luglio: il contadino batte sull’aia il grano, che ventilerà con la pala e il tridente. Agosto: l’uomo, di nuovo col berretto frigio, lo vediamo tagliare l’uva col vendemmiale, e la pigia nell’otre. A settembre invece lavora il mosto nel palmento. Un’attività importantissima nel mondo di allora, come abbiamo visto in un altro filmato. Ottobre: il contadino ara la terra aiutato dai buoi. Novembre: l’uomo semina e spacca la legna. Da notare che ha con sé il tarallo di pane, la cosiddetta “cuddhrura” di origine bizantina, e poi un prosciutto ed il corno per dissetarsi. Dicembre: l’uomo ammazza il cinghiale ed alleva il maiale, sotto il segno del Sagittario, perché ogni mese è infatti rappresentato da uno dei segni zodiacali. Proseguendo ammiriamo la storia di Noè, che vediamo al cospetto di Dio, la cui mano gli ordina di andare a costruire l’arca per l’imminente diluvio. La costruzione della torre di Babele. Sempre nella navata centrale osserviamo i lottatori. Secondo la lettera di San Paolo agli Efesini, rappresenterebbero i cristiani, rivestiti dell’armatura di Dio: “Siate dunque pronti alla battaglia aspettando il nemico, date di piglio allo scudo della fede, col quale possiate estinguere tutti i dardi infuocati del maligno”. La navata destra rappresenta la Redenzione, il capro espiatorio e il capro emissario. Malgrado la vittoria di Cristo su satana, il male nel mondo continua, “fu permesso ad Azazel di fare guerra contro i santi e di vincerli, gli fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua o nazione”. Pantaleone incarna vizi e virtù, male e bene in animali facilmente riconoscibili. La navata sinistra rappresenta il Giudizio Universale, i buoni e i cattivi, i salvati e i dannati. Torniamo ad osservare Re Artù, in anticipo incredibile sulle rappresentazioni artistiche a queste latitudini. L’interpretazione classica lo associa a lui e la sua lotta col gatto di Losanna. Guardiamolo attraverso lo studio di Grazio Gianfreda. Egli cavalca un caprone, simbolo di satana. Va verso Adamo ed Eva, e l’albero della vita, che è il vero Santo Graal. Va verso di loro, cacciati dal Paradiso, per riportarli nella dimora primordiale. Lungo la strada, un gatto gli sbarra il passo, minaccioso, che punta i suoi occhi di lince sul caprone, che s’impenna. Artù si meraviglia, volge altrove lo sguardo, alza la testa, e segue la scena violenta, in cui giace a terra strangolato dal gatto. Al di sopra di questi episodi di lotta e morte si colloca un uomo nudo, la cui nudità è l’innocenza: è in piedi, dritto (segno di vittoria) ed è alla destra di Dio. La scena quindi sembra riportare al Protovangelo, cioè alla prima buona notizia data da Dio ad Adamo ed Eva dopo il peccato: il mistero della Redenzione. Continuiamo il viaggio. Troviamo il mite Abele, ucciso dal fratello Caino. Non potevano mancare Adamo ed Eva, tentati dal serpente. Sono posti proprio in cima al grande albero attorno al quale si dipana il mosaico. Altre storie dalla Bibbia: il diluvio, con la scena dell’arca di Noè, la torre di Babele, Giona inghiottito dal pesce, accanto a storie mitologiche, come Atlante condannato a sorreggere il cielo. Interessante notare che molto probabilmente la tecnica di realizzare un soggetto all’interno di un tondo deriva dai tessuti orientali che in gran quantità venivano importati in Europa, e che riproducevano appunto, in tessuti, soggetti e personaggi mitologici all’interno di tondi finemente decorati. Tutti gli artisti medievali dell’epoca hanno attinto a questo bagaglio d’importazione, e Otranto, posta proprio sulla porta d’Oriente d’Europa, non poteva certo ignorarli. Un’ipotesi affascinante mette in relazione il Mosaico con Dante Aligheri, per via di alcune “immagini” dell’opera musiva che vengono descritte identiche nella Divina Commedia. Pantaleone raffigura i salvati alla destra dell’albero, i dannati invece alla sinistra, con un’iconografia a volte identica a quella di Dante: Cerbero e Caronte, il diavolo giustiziere, il dannato capofitto in un pozzo di pietra arso dal fuoco, le furie anguicrinite, i ladri assaliti dai serpenti, morsicati sull’una e sull’altra guancia e inceneriti, Satana, imperator del doloroso regno, il leone, la lupa, le arpie e il minotauro. La rappresentazione dell’Inferno mostra anche la selva oscura, il che fa ipotizzare che sia Pantaleone che Dante abbiano attinto alla Navigatio Sancti Brendani, monaco irlandese del VI secolo, grande viaggiatore. Accanto a Satana, corre un dannato nudo e dalle mani legate con serpi, mentre i rettili gli ficcano la coda e il capo dietro le reni e lo trafiggono ricongiungendosi sul davanti: Correan genti nude e spaventate senza sperar pertugio ed elitropia con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ‘l capo ed eran dinanzi aggroppate”. Una simile e particolareggiata descrizione fa per lo meno supporre una visione diretta del grande poeta. Ma non è l’unica. Se tu sé, lettor, a creder lento, ciò che io dirò, non sarà meraviglia, ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento. La trasformazione degli uomini in bestie che vediamo sul mosaico e che Dante ricorderà nella Commedia è, dice il De Santis, il più grande sforzo dell’immaginazione umana. I dantisti la dicono originalità del Poeta, ma Dante dice d’averla vista: io che ‘l vidi. Forse, apparteneva alla cultura comune del tempo; forse è un’invenzione del mosaicista. Certo, non si tratta di una visione intellettuale, né di un’originalità di Dante. E’ ovvio che la grandezza del sommo Aligheri non ne viene per niente mortificata; anzi, viene ingigantita, perché egli rivela sempre più la sua cultura planetaria e non si attribuisce ciò che è di altri. In alcuni versi del Convivio esplicitamente il poeta dichiara di essere stato, una volta bandito da Firenze, legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertate, e di essere andato così pellegrino, quasi mendicando, su e giù per l’intera penisola: per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende. E’ un’ipotesi che lascia aleggiare sul Mosaico ulteriore fascino, oltre quello che esso si porta appresso come un fardello nei suoi nove secoli di Storia.

(Fonti: “Il mosaico di Otranto”, di Grazio Gianfreda. “L’enigma di Otranto”, di Carl Arnold Willemsen. “Bozzetti di Viaggio”, di Cosimo de Giorgi. “la sapienza e l’infinito”, di M.Rossi, A.Rovetta, M.Tempesta, E.Triggiani)

ALESSANDRO ROMANO (chi sono)

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