Matteo Tafuri e gli umanisti salentini

Matteo Tafuri (Soleto, 1492-1584) è uno dei personaggi più interessanti della storia salentina, anche se poi divenne uomo “di mondo”, in giro per l’Europa, fra le corti di papi e imperatori, in quel periodo d’oro che fu il Rinascimento. Ed egli, infatti, fu in tutto un uomo “rinascimentale”, curioso di ogni aspetto della natura e del sapere, come insegnava Leonardo da Vinci.

Filosofo, medico, fervido ingegno. Studiò a Napoli, Parigi, Salamanca. Per alcuni fu il “Socrate”, per altri il “Nostradamus” del Salento. Fu una personalità eclettica ed un affascinante intellettuale, specchio dei suoi tempi, si interessò di alchimia, filosofia, astronomia, astrologia, medicina, fisiognomica, magia naturale. Al centro dei suoi interessi vi erano i fenomeni della Natura, al cui centro poneva l’Uomo, in ogni suo aspetto.

Matteo Tafuri, e gli umanisti del suo tempo

La sua casa, a Soleto, oggi.

Al suo paese fu onorato e temuto, per le sue capacità divinatorie e fisiognomiche tanto da attribuirgli poteri occulti e demonologici. Si conserva un suo ritratto (con sulla testa il copricapo rosso della Sorbona) all’interno della chiesa madre di Soleto…

…dove è appunto attorniato dai personaggi più influenti delle corti europee.

E’ rimasta celebre l’epigrafe che fece incidere sopra l’ingresso di casa sua…

…oggi, purtroppo, non più su questa facciata (dove comunque resta lo stemma della sua famiglia…

…all’interno di casa si conservano comunque le lastre dell’epigrafe, che andrebbero solo ricomposte.

Lo studioso ottocentesco Cosimo De Giorgi l’aveva riportata così come la vide egli stesso: “HUMILE SO ET HUMILTA’ ME BASTA. DRAGON DIVENTARO’ SE ALCUN ME TASTA”. Egli esprimeva così, e manifestava a chiunque passasse dalla sua dimora, la sua mite natura caratteriale, mortificata dalle ingiurie e maldicenze in conseguenza delle quali poteva trasformarsi, ironicamente, attraverso alchimia e magia, in un dragone. Nella Soleto del Cinquecento era diffusa la consuetudine di incidere sulle architravi delle finestre, sui cornicioni dei balconi o all’interno di uno stemma, delle epigrafi con la finalità di motto.

Soleto, dal disegno settecentesco di Jean-Claude Richard de Saint-Non.

Un proverbio, una citazione, un passo letterario, filosofico, o religioso, e un pensiero personale descrivevano la personalità e le attitudini del padrone di casa o invitavano il passante a riflettere su un tema o un monito saggio e profondo. “Del salentin suol gloria ed onore” lo definisce il De Tommasi. E davvero egli fu, tra i molti filosofi, scienziati ed eruditi che fiorirono in Puglia tra la metà del XV secolo e l’inizio del XVII, il più universalmente noto. Era stato allievo di Sergio Stiso (nato a Zollino nel 1458), monaco di rito greco, umanista, filosofo e teologo, uno dei principali animatori dell’ellenismo che si sviluppò in Terra d’Otranto in quegli anni. Di Stiso si sa che studiò Ginnasio a Nardò, in una delle scuole più importanti dell’epoca, e poi nel Monastero di San Nicola di Casole. Fu qui che divenne profondo conoscitore della lingua e cultura greca, e divenne sacerdote. Stiso dirigeva a Zollino una scuola di copisti. Ed egli non si limitò a trascrivere opere diffuse allora nel Salento, ma cercò di acquisire da biblioteche estere numerosi testi sconosciuti nella zona. Aveva dato vita, inoltre, ad una scuola dove insegnava lettere e filosofia agli allievi delle famiglie benestanti di Terra d’Otranto. Per questo e per la sua cultura, era chiamato “Magister” (maestro). Quando i Turchi distrussero Otranto nel 1480, e diedero fuoco al monastero di Casole fu proprio lui a mettere in salvo parte dei manoscritti di quella importantissima biblioteca, e ad avviare negli anni seguenti la successiva opera di recupero e di copiatura. In quest’opera fu aiutato, nel suo scriptorium di Zollino, dai suoi allievi, fra cui risulta anche Matteo Tafuri. L’eco di questo lavoro giunse fino a Roma, tanto che lo Stiso fu invitato a dirigere la Biblioteca Vaticana. Essendo ormai anziano dovette declinare. Morì fra i 70 e gli 80 anni, entro il 1538.

Tali erano i maestri del Tafuri. Matteo tornò a Soleto avanti negli anni, famoso in tutto il mondo e pieno di gloria. Nella imminenza dello scontro campale contro i Turchi della lega europea (avvenuto a Lepanto nel 1571) anche don Giovanni d’Austria (il comandante della Lega) lo cercò, prima della battaglia, per avere uno dei suoi famosi pronostici: e pare che azzeccò la previsione dell’esito dello scontro!

Desideroso solo di pace fisica e mentale, il Tafuri aprì una pubblica scuola di greco, latino, matematica, fisica e medicina. Tra i suoi allievi troviamo Giovan Tommaso Cavazza (1540-1611), alchimista di Galatina, Giovan Paolo Vernaleone (1527-1602), matematico di Galatina, Francesco Scarpa, filosofo di Soleto e Quinto Mario Corrado (Oria, 1508-1575), altro grande umanista italiano. Anche Quinto Mario è una bella figura di questa terra…

Litografia da un libro di Donato Palazzo per Congedo Editore.

… Attratto dagli studi umanistici, vestì l’abito dei Celestini. Proseguì gli studi nell’antica Università di Bologna. Ordinato sacerdote, tornò a Oria, dove aprì una scuola, ebbe un gran numero allievi. Nel 1540 si recò a Roma, dietro richiesta del cardinale Aleandro, il quale lo volle come segretario. Nel 1547 ritornò a Oria dove riaprì la scuola.

La sua fama di insegnante e di latinista fu talmente grande da spingere la regina di Polonia Bona Sforza (che si trovava a Bari già dal 1556) a chiedergli di comporre per lei la storia della Polonia e del suo regno. Secondo il Tafuri rifiutò incarichi allo studio bolognese e alla Sapienza di Roma. Infine tornò al suo paese, nel 1575.

Matteo Tafuri fu “assiduo verso gli infermi”, esercitò con zelo e successo la professione di medico ma mentre era “di modello coi suoi scritti, di ammirazione e rispetto coi suoi consulti” fu dalla ignoranza popolana ritenuto un “mago” perché cultore di scienze inusitate quali l’Astronomia e l’Astrologia. Tornando da Padova, Parigi e Salamanca, cioè dai più grandi centri culturali del tempo, sollevò certo le gelosie di chi non sapeva rassegnarsi al suo prestigio. A ciò si aggiunse il vigile sospetto della Curia Arcivescovile messa sull’avviso dal Concilio di Trento. Egli che portò per tutto il mondo l’amore per il suolo natio col nome di Matteo da Soleto, proprio in patria ebbe a difendersi da accuse di stregoneria come spesso avviene a chi si rende filantropo.

Interno della corte della sua casa, con pozzo e l’epigrafe.

Fu più volte interrogato per le sue capacità di previsione del futuro ma fu sempre rilasciato innocente. Il Codice Vaticano 2264 è testimonianza (l’unica superstite) dell’impegno speculativo di Matteo Tafuri. Un uomo, e con lui una terra e i tanti uomini come lui, da ricordare sempre, in futuro!

© Questo sito web non ha scopo di lucro, non avrà mai banner pubblicitari, perciò tutto ciò che qui compare, sopratutto le immagini, non può essere usato in altri contesti che non abbiano altro scopo se non quello gratuito di diffusione di storia, arte e cultura. Come dice la Legge Franceschini, le immagini di Beni Culturali possono essere divulgate, purché il contenitore non abbia fini commerciali, anche indirettamente.

Matteo Tafuri, e gli umanisti del suo tempo

Related posts:

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>