La grotta di Leucaspide a Statte

La Gravina di Leucaspide costituisce il più imponente esempio del fenomeno carsico nel territorio di Statte, Comune formatosi nel 1993. La gravina, localizzata ad ovest del centro abitato, nasce dalla confluenza di altre gravine più piccole, dell’Amastuola e di Triglie.

La gravina di Leucaspide, ricca di grotte, di pareti di roccia tenera facile da scavare, di vegetazione e di acqua (per la presenza delle sorgenti della Valenza e del Triglie), rappresenta da tempi lontanissimi sede d’elezione per l’insediamento umano.

La Grotta di Leucaspide, cavità naturale che si sviluppa negli strati calcarei affioranti lungo l’omonima gravina, contiene interessanti tracce dell’uomo primitivo, come questa pittura rupestre (sopra: pittoglifo).

Già nel settembre 2007, furono individuate delle superfici parietali interne (circa una dozzina) che un tempo erano affrescate. Queste tracce residue si riscontrano fino a 110 metri dall’ingresso e risultano le più profonde finora scoperte in una grotta carsica pugliese.

La grotta di Leucaspide a Statte

La grotta calcarea è abbastanza vicina alla superficie e anche per questo presenta affascinanti venature rossastre sulla superficie, dilavata dalle acque meteoriche, e concrezioni che mescolano lo stillicidio del calcio con la terra.

Il lungo avvallamento naturale che si apre verso il mare di Taranto, costeggiando la proprietà dell’ILVA, prende il nome di gravina d’Accetta nella parte superiore, gravina di Leucaspide nel tratto medio e gravina di Gennarini nell’ultimo tratto. Sulle carte è spesso indicata indistintamente come gravina di Leucaspide. L’ingresso alla grotta è preceduto da una scalinata ricavata nella roccia, la quale partendo dal piano di campagna arriva fino all’imbocco della cavità.

Il portale d’ingresso si apre sulla parete ovest della gravina ed ha le dimensioni di 2,50 m di altezza e 1,00 m di larghezza. La sua forma a vulva ha probabilmente influenzato gli uomini preistorici che sicuramente la frequentavano.

Infatti sulla roccia a destra dell’ingresso, con la caduta di uno strato di intonaco che la copriva, è venuta alla luce una pittura rupestre dipinta con ocra rossa. Lo speleologo Silvio Laddomada, nel suo interessante studio della grotta, ci dice che queste pitture rupestri preistoriche, andate ormai perdute, erano presenti anche all’interno.

Sempre sulle pareti dell’ingresso dovevano trovarsi affreschi medioevali dipinti su pannelli d’intonaco di cui sono rimasti alcuni lacerti.

La grotta di Leucaspide, rilevata con codice PU 1202 nel Catasto delle Cavità naturali della Regione Puglia dalla Federazione Speleologica Pugliese, è “una risorgenza fossile priva di concrezioni lungo le gallerie principali costituite da bianche pareti completamente levigate. Solo nella sala terminale è possibile ammirare le centinaia di stalattiti che dalla volta scendono ricche di acqua per il notevole stillicidio che caratterizza quest’ultimo tratto di grotta”.

Il ramo principale della grotta è lungo 157 m, ed è formato da un budello abbastanza stretto e basso a V rovesciata che a tratti si allarga in piccole camere dalle pareti sinuose levigate dall’acqua, con un soffitto abbastanza alto tale da permettere di sostarvi in piedi.

L’utilizzo devozionale della cavità naturale nel medioevo è testimoniato dai resti degli affreschi che ne decoravano le pareti interne per una notevole lunghezza. Già nel settembre 2007, durante alcuni sopralluoghi effettuati dal Prof. Rosario Jurlaro, furono individuate le superfici parietali interne (circa una dozzina) che un tempo erano affrescate. Queste tracce residue si riscontrano fino a 110 metri dall’ ingresso e risultano le più profonde finora scoperte in una grotta carsica pugliese.

A colmare le lacune della roccia erano stati usati pezzi di laterizio che ancora troviamo incastrati nella malta del substrato.

Purtroppo molte porzioni dell’intonaco hanno ceduto e quindi gran parte degli affreschi sono andati persi. Ma anche sulle parti rimaste l’inclemenza del tempo, e vandalismi intenzionali, hanno lasciato poche tracce visibili.

Silvio Laddomada ha comunque rilevato la presenza, in origine, di ben 13 pannelli affrescati. Lo studio di queste testimonianze, oltre che dal Prof. Rosario Jurlaro, è stato condotto dalla Prof.ssa Linda Safran (Università di Toronto) e dal dott. Vito Fumarola, collaboratore del Prof. Cosimo Damiano Fonseca.

All’interno della grotta sono state scoperte anche tavolette d’argilla con iscrizioni, ora nei depositi della Soprintendenza di Taranto, e, di notevole importanza, una iscrizione in caratteri greci, rinvenuta a circa 80 m dall’ingresso sulla parete sinistra. Dalla traduzione pare di capire che sia stata graffita da un certo Giovanni, in memoria di tale Vincenzo, il 10 luglio del 6482, anno 974 dell’era Cristiana. L’iscrizione si attesta come un caso di grande rilevanza nel panorama della civiltà rupestre medievale in Puglia mentre, per il patrimonio delle chiese-grotta dell’area della provincia ionica, costituisce la più antica iscrizione datata nota a tutt’oggi, nel contesto di un corredo epigrafico in cui prevale il repertorio delle scritte in latino. La scritta, come la grotta, è ancora oggetto di studio da parte della Soprintendenza.

La natura del sottosuolo in blocchi di calcare, caratterizza la ricca fenomenologia carsica di quest’area del Tarantino.

La presenza di una falda freatica variamente abbondante durante i millenni, ha costituito un importante elemento erosivo che ha modellato e modificato la configurazione del calcare, caratterizzandolo con diversi tipi di morfologia carsica. L’analogia tra inghiottitoi, invasi e marmitte dei pigmei (cavità del soffitto originate dell’evorsione di turbini d’acqua pressati verso l’alto ) è tale che questa, che nella foto crediamo essere una grande grotta, in realtà è un foro di circa 40-50 cm di larghezza.

Le condizioni climatiche interne della grotta di Leucaspide e la sua vicinanza alla superficie, la rendono un luogo ideale di residenza per insetti e piccoli animali, come pipistrelli, ecc..

Frequentata per millenni, la grotta è stata vandalizzata in molte delle sue concrezioni. Qui un massa stalattitica presenta gran parte della parte terminale spaccata da vandali.

Gli occhietti che brillano sornioni a destra ed in alto a sinistra sono i riflessi delle gocce d’acqua alla luce delle pile.

Dal soffitto pendono piccole stalattiti tubolari, da cui colano gocce d’acqua che brillano alla luce delle pile.

Queste piccole concrezioni cave, lunghe e sottili come dita marziane, sono vecchie di secoli !

Dai cunicoli iniziali caratterizzati da pareti bianchissime, si passa, verso il fondo del budello principale, ad una sezione dove le pareti assumono una colorazione più scura, essendo formate da conglomerati calcarei macchiati dalla terra rossa.

Sulle pareti laterali pendono sottili stalattiti a vela colorate di rosso dagli ossidi disciolti nell’acqua.

Concrezioni stalattitiche di calcare bianco pendono sul soffitto di altre sale.

L’effetto che ne deriva è quello di un paesaggio lunare.

Alla fine dell’estate, il caldo è ancora tanto, e verso l’ingresso della grotta non c’è umidità tale da condensarsi sul soffitto, e nemmeno c’è acqua piovana che filtra dagli strati superiori, per cui le sottili stalattiti del soffitto sono asciutte e si distingue nettamente la struttura cava che le caratterizza.

Un particolare ringraziamento al prof. Cosimo Mottolese, che mi ha portato in loco e allo speleologo Silvio Laddomada, ottima guida del gruppo, dal cui testo ho ricavato molte delle informazioni riportate in questo album.

Gianluigi Vezoli

La grotta di Leucaspide a Statte

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