I Turchi in Terra d’Otranto

I Turchi in Terra d’Otranto, quasi un urlo, mamma li turchi, si propagò in Europa alla fine del 1400, gettando nel panico un intero continente, spiazzato dalla travolgente ascesa di questo popolo, giunto dall’Asia centrale due secoli prima, spinto dalla prepotente espansione di Genghis Khan. Un mondo millenario stava per crollare sotto i loro colpi, quando essi giunsero nelle terre dell’Impero bizantino.

Profondamente intrisi del Corano, i Turchi ne fecero una missione dell’abbattimento del credo Cristiano, in Europa, e per cominciare si diedero da fare per sottomettere la penisola balcanica, il trampolino di lancio per scavalcare l’Adriatico e giungere a Roma.

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Ma nei Balcani trovarono comunque pane per i loro denti, dovendosela vedere con alcuni comandanti che seppure non avessero al comando un esercito potente ed organizzato come il loro, a lungo resistettero vittoriosamente.

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Ma la guerra era impari, e nel 1453 la millenaria città di Costantinopoli cadde sotto i loro cannoni, insieme all’ultimo Imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo. Dopo 1058 anni, l’Impero Romano d’Oriente era finito.

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L’immagine che vediamo sopra (un affresco della Chiesa della Madonna della Strada, a Taurisano) rappresenta l’iconografia della Madonna di Costantinopoli, che da quell’anno in poi la ritroveremo ovunque, a ricordare la Chiesa in fiamme, il più grande tempio della Cristianità al mondo, devastato per sempre.

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Qui siamo invece nel convento francescano di Maruggio, dove possiamo ammirare dei bellissimi affreschi, che raccontano il dilagare turco nei Balcani, in particolare, sotto, l’assedio di Belgrado del 1456, un momento forse ancora più drammatico perché la città stava per cadere, e così si sarebbero spalancate le porte dell’Europa centrale… ma il frate francescano Giovanni da Capestrano, insieme all’eroe ungherese Hunyadi, spronarono i cristiani fino alla vittoria, fra atti di autentico eroismo.

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Dal versante albanese invece i Turchi trovarono l’invincibile Giorgio Castriota Skanderbeg, carismatico capo che riunì tutti i clan della sua terra, in una difesa durata incredibilmente per oltre 25 anni, pure in una situazione di evidente inferiorità. Il Papa lo elesse “Atleta di Cristo”. Ma una febbre lo portò a morte improvvisamente, e gli albanesi non resistettero. Nel 1479 l’Albania cadde, e visse un autentico genocidio umano e culturale, destinato a durare 500 anni. Una grande ondata di profughi varcò il mare e giunsero in Italia, dove gli furono assegnate delle terre destinate a Skanderbeg per l’aiuto che egli aveva dato al re di Napoli, salvandogli il Regno. Fu così che molti paesi del Meridione parlano ancora oggi l’idioma Arbereshe, l’antica lingua albanese, e a San Marzano (sotto) si vedono ancora alcune tracce architettoniche della loro cultura.

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Ma ormai i Turchi erano giunti sulla sponda adriatica. L’estate del 1480 una grossa flotta puntò verso la Terra d’Otranto, e quello che accadde è ormai storia nota. Forse un caso unico al mondo, di resistenza ad oltranza di un’intera comunità, inferiore per mezzi e uomini, che tutti insieme decisero di non piegarsi. Un sacrificio che probabilmente si può spiegare soltanto con la Fede. Quella che ha riconosciuto gli 800 Martiri del Colle della Minerva, Santi della Cristianità.

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A nulla valsero i tentativi di lotta, da Oria, da diverse parti del Salento partirono i volontari in aiuto di Otranto, da Pulsano partì proprio il principe di quella cittadina, poi morto eroicamente. Non servì a nulla. Per più di un anno il Salento divenne una base dell’Impero Ottomano in Occidente.

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Anche nei secoli successivi, la resistenza contro gli invasori non venne mai meno, alimentata da principi e cavalieri locali, di cui è rimasta anche la memoria nei monumenti funebri. E’ il caso di Giorgio Antonio Paladini, signore di Lizzanello e Melendugno, che in questa epigrafe viene ricordato “valoroso nelle armi, terrore dei pirati e strenuo difensore contro i turchi”.

Della fatidica presa di Otranto del 1480, e del terrore che si propagò in tutto il Salento coi Turchi che si erano acquartierati nella città idruntina, fu testimone anche il celebre scrittore contemporaneo Antonio de Ferrariis, il Galateo, che ebbe la sua tenuta agricola presso Trepuzzi derubata e devastata: “Die 5 settembre è stato 400 cavalli de Turchi andaro per marina de San Cataldo e corsero Trepuzze, Schienzano, Turchiajuro, Campie e San Brancaccio (S.Pancrazio), quattro millia più de llà a certe masserie” (Vittorio Zacchino, “L’ombra di Cassandra”).

Facciamo un viaggio sui “segni” rimasti di questa violenta dominazione. Sotto, in una foto dell’archeologo Stefano Cortese, siamo sui muri della chiesetta bizantina di San Pietro, a Otranto, un angolo graffito in più punti, ma nel cerchio si può osservare una bandiera turca, con la mezzaluna!

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La presa di Otranto nel capolavoro di Francesco Antonio Zimbalo, nell’altare di San Francesco di Paola, all’interno della Basilica di Santa Croce, a Lecce…

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…veramente impressionante, per resa plastica.

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Sotto, torniamo presso Otranto, davanti ad un possente muraglione, quello della Masseria Santa Barbara…

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…particolare perché è pieno di navi graffite…

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…e considerato il luogo, da cui si vede l’ampio tratto di mare davanti alla città, viene facile immaginare che furono realizzati magari proprio da un “testimone” dell’epoca… che forse vide lo specchio d’acqua davanti a sé ricolmo della flotta turca!

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Sotto invece il graffito è posto sulla chiesa di Santa Croce, in agro di Minervino. Sembra incompiuto… e mostra una nave, con un cavallo sopra… anche questa un’immagine che potrebbe aver visto un viandante “dal vivo”… lo sbarco degli invasori!

Santa Croce Minervino

La Valle dell’Idro è un immenso contenitore di graffiti, ma quello nascosto all’interno di questa grotta spazza via ogni dubbio…

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…si tratta davvero di un soldato turco, con il copricapo allungato, i pantaloni sblusati, la grande scimmitarra spianata… e sullo sfondo, navi all’orizzonte!

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In agro di Arnesano esiste un’importante testimonianza di come i Turchi arrivarono alle porte di Lecce, e che qui si scatenò una battaglia (certamente l’incursione citata prima) …

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… sopra questa torre della Masseria Li Carretti spicca un’epigrafe, tradotta dal latino per la prima volta dal prof. Alessandro Laporta, che ci dice, per bocca del feudatario dell’epoca, Serapione Carretti, che questa torre era in origine una colombaia e che fu trasformata in torre di difesa per combattere i turchi, con la data proprio del 1480! Altri documenti raccontano di una “grandissima pugna” che si combatté in questo territorio, in piena Valle della Cupa… ma a quanto pare, gli invasori non riuscirono ad entrare a Lecce.

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Gli sbarchi continuarono in Terra d’Otranto, anche dopo che Alfonso di Calabria aveva liberato Otranto, nel settembre del 1481, ma stavolta la strategia per gli ottomani non era più coltivare il sogno di arrivare a Roma, ma semplicemente fare bottino e razzie.

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Tricase fu una delle città che subì più violenze, per ben due volte fu distrutta la chiesa di San Domenico, nella quale ci sono alcune raffigurazioni esemplari. Sotto, San Tommaso d’Aquino, che schiaccia la testa di un turco…

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…poi, a sostegno di un altro altare, altri due turchi a sopportarne il peso…

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…e, molto particolare, l’immagine di un raro San Ludovico Bertran, realizzato con un archibugio dell’epoca, che sembra sia caricato con il Crocifisso! Dovrebbe riferirsi ad un assalto che egli subì, ed alla morte che scampò, quando il fucile che gli puntarono improvvisamente si inceppò prima di ucciderlo. Ma calza bene la sua immagine, proprio qui, in questa chiesa… forse i frati, dopo tanta violenza, volevano avvisare che al prossimo assalto avrebbero risposto con la forza. Oppure, che soltanto il Crocifisso restava la loro unica arma…

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Il turco che sorregge i pesi delle strutture barocche lo si incontra anche sulla facciata della Basilica di Santa Croce, a Lecce…

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…è simile al turco che ho trovato raffigurato in una pipa spagnola, nel frantoio di Masseria Brancati (Ostuni), sotto. Il senso era sempre quello, “punire” l’infedele relegandolo a sostenere un peso immane, oppure ad abbrustolirsi sopra una pipa, per dispetto…

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…erano i tempi della Battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571… la grande crociata cristiana contro gli ottomani, ma di questo vedremo dopo. Perché prima di quella data i saccheggi erano all’ordine del giorno. Ce n’è uno datato 1547, ed è raffigurato nell’affresco della chiesa di Sant’Antonio (foto sotto), a San Pancrazio, e racconta la storia del rinnegato Cria, un salentino che guidò nella sua terra di Avetrana i turchi. Sbarcarono a Torre Colimena, diretti proprio ad Avetrana…

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…in una casa di questa cittadina c’è un’epigrafe che reca questa data: 1547. Può non essere un caso. Poi, per qualche motivo, gli aggressori deviarono altrove, lasciando Avetrana…

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…forse scoraggiati dalle “bocche di lupo” di cui erano dotate le case. Sotto siamo sempre nella stessa casa, e ne vediamo una. All’epoca armata di uno schioppo! Per la cronaca, i turchi arrivarono a San Pancrazio e fecero scempio, ma come racconta quell’affresco, il Cria venne a sua volta tradito, e lapidato dai suoi stessi concittadini.

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Torchiarolo è un’altra cittadina che fu assaltata spesso. Deve il suo stesso nome, probabilmente, ai turchi, e ad una vittoria che la tradizione le assegna su di loro, forti delle loro case-torri, tanto che sullo stemma cittadino ancora oggi è raffigurato un turco in catene!

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Acquarica di Lecce conserva altre interessanti tracce della guerra di logoramento in corso fra i corsari e le popolazioni inermi. Il “Castello” conserva un’epigrafe del 1549, che racconta di come Ferrante Loffredo autorizzò questa costruzione, per proteggere la gente “dalle incursioni turche”. Ma anche le case furono fortificate e dotate di caditoie. Quella della foto sotto mostra anche un’epigrafe, che seppur consumata si può ancora leggere. Il suo proprietario testualmente scriveva: “Se anche gli accampamenti circonderanno questa casa, il mio cuore non tremerà”. Possiamo ben immaginare il clima che viveva allora questa gente!

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Di iscrizioni con dichiarazioni di battaglia e resistenza è zeppo anche l’entroterra, venivano apposte ovunque, sull’ingresso di piccole case-torri nelle campagne: presso martano ce n’era una che recitava: “Guardate e tremate”, posta sopra una caditoia (nonostante l’altezza della casa non fosse proprio insuperabile).

Purtroppo fu asportata dai ladri, però resta l’immagine catturata dal prof. Antonio Costantini, e pubblicata nel suo libro “Masserie del Salento” da Congedo Editore. Presso Uggiano ne resiste un’altra, che porta la data 1712 e dichiara: “Nullus terror in turris”, ovvero nessuna paura all’interno della torre (approfondisci).

 

A Vernole c’è un’epigrafe che “minaccia” addirittura Maometto, di non avvicinarsi alla torre (foto sotto), ma questa è un’altra storia.

Ed ora torniamo alla battaglia di Lepanto, perché a Muro Leccese il prof. Paul Arthur (Università del Salento) ci ha consegnato questa affascinante scoperta, custodita all’interno del frantoio dei Protonobilissimo, una struttura del 1602, quindi risalente a 30 anni dopo la Battaglia…

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…qui, come emersi dai ricordi del nachiro, il capo dei lavoratori che qui stavano rinchiusi tutto l’inverno, questi graffiti sembrano raccontare la partenza della flotta della Santa Lega, da Messina, fino all’epilogo…

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…torri, navi, guerrieri, tutta una saga, resa in maniera semplice ed efficacissima, mentre si scorre tutta la parete sinistra del frantoio, in un silenzio emozionante che riporta indietro nel tempo!

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Sotto, si percepisce tutta la città di Messina, di cui sventola il nome sulla bandiera posta su una torre.

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La ricchezza di particolari non ha paragoni, in Salento. Una storia raffigurata con grande cura e partecipazione.

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Perfino i dettagli di un personaggio simbolico, la morte (sotto), insieme a tutta un’intera serie di simboli!

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Sotto, siamo nella chiesa di San Domenico al Rosario, Gallipoli, dove la Battaglia di Lepanto è resa affrescata.

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E qui sotto invece uno stemma, sul portale di un palazzo di Matino, che risale sempre al tempo della battaglia di Lepanto, dove è raffigurata una nave, che chissà, magari rappresenta il suo padrone, l’abitante della casa, che partecipò alla spedizione.

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Di immagini di guerrieri dell’epoca se ne incontrano ancora, sui portoni dei palazzi nobiliari del Salento: sotto siamo a Soleto.

A Novoli, la chiesa più antica della cittadina, dedicata all’Immacolata, era in origine interamente affrescata, ed una parete in particolare aveva una grande opera, di cui oggi restano solo brandelli, custoditi all’interno di teche. Una in particolare (foto sotto) mostra una città cinta d’assedio, e particolare inedito, anziché la Madonna, si nota un angelo, che sorvola il dramma…

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Tutte le campagne di Terra d’Otranto, che nei secoli XV-XVI videro il fiorire dell’agricoltura, furono fortificate…

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Non mancano documenti che descrivono la crudeltà e la frequenza  di scorrerie turche, fino alla fine del ‘700. “Addì 4 luglio 1671 sabato mattina a due ore di sole una manica di Turchi, sbarcati sotto Salve e Murciano, arrivarono alla masseria a tempo che li massari mungevano le pecore, s’impadronirono della porta e la gente si pose a fuggire sopra la torre e quando uno vellano tirava le porte un turco li tirò una archibugiata e lo buttò in terra per il che il ponte si abbassò e li Turchi presero con la torre tutta la gente che furono tra donne e figliole un nove e si caricarono delle robe che si trovava e andarosene a mare senza che li cavallari né torrieri l’avessero avvisto di niente”… E ancora: “A 27 settembre 1711 di domenica la notte li Turchi scesero nella torre di Specchiulla ed arrivarono a Cerrate e saccheggiarono la Chiesa, portandosene tutti li paramenti, sfreggiando l’immagine della SS. Vergine e del Crocifisso e tutta la gente che stava in detta massaria e delle altre dove passarono ne trasportarono da circa 44 persone tra maschi e femmine” (A.Costantini- Congedo Editore)… Una guerra, quella fra gli abitanti di questa terra ed i predoni che venivano dal mare, che si trascinò fino alla fine del XVIII, che comportò per i salentini il modificarsi della loro vita, la struttura della loro stessa casa…

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…ma che alla fine li vide vincitori, e nei secoli raffigurati nel delfino, simbolo della Terra d’Otranto, che invitto morde la mezzaluna turca, in un guizzo verso la libertà.

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(che ringrazia per le foto dell’Albania l’amica Tiziana Colluto, e poi Stefano Cortese, e Aldo Summa per le immagini del Convento di Maruggio)

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3 comments to I Turchi in Terra d’Otranto

  • Riccardo Musso  says:

    Nella chiesa di S.Pietro a Galatina dovrebbe esserci la tomba di Giorgio del Carretto dei marchesi di Finale, cavaliere di Rodi, morto nel 1480 combattendo contro i Turchi. Ci sono stato due anni fa, ma non ho avuto né il tempo né il modo di cercarla, visto che c’era messa e sono fiscalissimi… Dovrebbe esserci una copia dell’iscrizione o qualcosa del genere nel locale museo civico. Qualcuno puó aiutarmi? Sto scrivendo una storia dei marchesi di Finale (Savona). Grazie.

    • salentoacolory  says:

      Grazie Riccardo, non ero a conoscenza di questa storia. Appena riesco, faccio un salto a Galatina e ti darò una mano.

    • salentoacolory  says:

      Mi spiace Riccardo, oggi ho fatto un altro tentativo, ma sia nella chiesa che nella sagrestia, non c’è traccia nè della tomba nè dell’epigrafe che dici…

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