e-book Alessandro Romano

E’ il mio angolo intimo. Quello di cui ho deciso di lasciare aperta la porta. Per gli amici di penna, e di letture. Di racconti, romanzi ma anche di ricerche che mi tolgono il sonno, sulla mia terra, il Salento, che continuo a esplorare in lungo e in largo. E per condividere un romanzo che voglio lasciare qui.

Dal romanzo che ho pubblicato ad agosto 2016 (L’Alba del Difensore degli uomini, di cui qui allego a fondo pagina due bellissime recensioni) ho tratto l’idea per un cortometraggio, scritto e diretto in un’estate, per puro divertimento. Lo pubblico qui di seguito!

libro di alessandro romano

Il gemello diverso dell'”Alba del Difensore degli uomini” è la “Fenicea”. Qui sopra qualche mio disegnino d’epoca. Non so come definirlo, un lavoro che mi sta impegnando da più di 20 anni, poema in ottava rima (quella dell’Ariosto!) e insieme romanzo classico, scritto a metà tra fiaba e racconto d’avventure, ricrea come in una saga a più capitoli il mondo dei miti greci e l’epopea cavalleresca. Se il primo è quasi totalmente uno specchio di vita reale, questo libro è la finestra sul mondo interiore, l’irreale, la fantasia. Il Salento, stavolta, non è mai nominato, uno dei personaggi sbarca in Grecia provenendo da ovest, eppure si “sente”, in ogni descrizione, quasi arcadica della terra agognata. E se col primo non fossi stato abbastanza sincero, con questo libro posso dire che le mie confessioni più intime sono completate! I due libri vanno a braccetto, nella loro diversità totale, non mi andava di separarli, neanche qui.

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Il successivo è un regalo completo, che vorrei fare a chiunque ami la lettura. Il Folle è un romanzo che ha avuto una nascita ed uno sviluppo assai strano. Forse per darsi da solo giustificazione del suo nome. E’ un crogiolo delle fantasie di un adolescente, che ha preso la penna a 20 anni per prendere gli appunti, di un libro scritto 10 anni dopo. La storia è un percorso solitario di un uomo dall’indole totalmente solitaria, adoratore del creato, sognatore supremo dell’amore assoluto, verso la vita, la casa, una donna per la vita. Ho partecipato con questo scritto ad un interessante torneo letterario, promosso da www.ioscrittore.it e ne ho avuto un cumulo di giudizi totalmente contrastanti: in termini di punteggio da 3 a 8 e mezzo, in giudizi da “scritto totalmente noioso” fino a “capolavoro che non vedo l’ora di finire di leggere”! Di seguito, oltre all’e-book, pubblico una recensione fatta ad esso da un’interessantissima scrittrice salentina, Luisa Ruggio, di cui possiamo apprezzare la scrittura creativa sul suo luisaruggio.blogs.it

Luisa Ruggio

Non c’è scrittura se non c’è un problema. Di questo ne sono convinta. Le persone hanno dimenticato il piacere dei testi segreti, di una scrittura privata che non trova compimento nella pubblicazione e nel commercio letterario. Perché scrivere vuol dire sopratutto stare da soli, tacere, mettersi in ascolto. “Intra” come diciamo noi altri, noi del sud sonnolento, “dentro”. Il rischio è scoprire che quando siamo soli, siamo meno soli. E in questa periferia del mondo, me ne rendo conto, non è una cosa facile da capire. In questo continuo figliare arrancando nel precariato umano, uno ha voglia di cuccia umana e calda dove aggiustarsi il sangue. E’ difficile, stando così le cose, trovare chi, come te, si mette a scrivere, sottraendo ore al sonno, ore alla fame, ad anni un pò troppo frettolosi un tempo per andare ad aggiungere una pagina a “Il Folle”. Non deve essere facile, con una simile attitudine alla solitudine, farsi capire dal mondo, perché le cose che fai e che dici e scrivi e senti ti rendono un numero dispari. Uno, solo. Ho letto le tue 85 pagine, con l’impressione di chi sa bene di essere il destinatario di una copia inusuale, non inflazionata bensì distribuita a pochi lettori. Non so cosa ho fatto per rientrare nella tua scelta ma la cosa mi ha portato indietro di colpo, Sandro, agli anni di mezzo, quando scrivevo storie da niente con un’urgenza passionale che mi spezzava il sonno e mi toglieva ogni altra necessità dalle viscere. Come un idiota, scrivevo, per anni non è stato possibile affrancarsi di quelle pagine fotocopiate a casaccio e distribuite a due paia di mani lontane, i miei lettori fraterni e consanguinei, coi quali in quel modo credevo di stringere un patto di sangue per la vita. Perché a volte, per via delle parole, ho creduto di avere la Luna. E non è così? Tu mi sei testimone, è così. Devi conoscerlo molto bene, Sandro, quel terreno passionale di cui parlo e che, in qualche strano modo, ti salva la vita, in tutti i modi in cui una vita può essere salvata. La scrittura mantiene sempre la parola data, è diversa da tutto, non è come la musica, non è come la pittura o il resto, è qualcosa che prima non c’era e adesso c’è, sono le 85 pagine della tua storia, venuta da chissà dove e chissà perché, da qualche parte dentro di te. Allora, vedendo quelle pagine attribuirsi un corpo cartaceo ti sarai stupito come davanti a un feticcio divino, come un bambino piccolo che si meraviglia e rallenta corsa. Meno male, per fortuna ti è capitato, a un tratto, di voler scrivere di Alex Thoreau, Marco e Francesca, la Grande Città, Donna, Roberto Anastasi, il Folle, il Solitario, l’Unificatore, il Vicino, Patrizia, Lisa Del Mondo e via elencando. Quando una storia preme per essere scritta chiede di essere cristallizzata insieme ai suoi personaggi e al narratore stesso, perché una storia è sempre una dichiarazione d’amore. Un grido di appartenenza alla vita, forte come un luogo di provenienza. E tu lo hai descritto molto bene: “Sedetti al tavolino, all’interno del camper, per scrivere un pò, e come sempre mi accade, volarono via un paio d’ore senza che me ne accorgessi, e senza neanche scrivere molto. La vista di un foglio bianco ed il contatto di una penna mi regalano da sempre pause estatiche spesso clamorosamente prolungate, fonte di una benefica leggerezza di tutto il mio essere. Il piacere che ne ricavo è quasi sempre superiore a qualunque cosa poi io scriva successivamente“. Mi viene in mente una frase di Marguerite Duras: “Scrivere era l’unica cosa che popolava la mia vita e che la incantava. L’ho fatto. La scrittura non mi ha mai abbandonato” (Parigi, 1993). Tre anni più tardi, quando trovai questa frase nel libro “Scrivere” (M.Duras, Feltrinelli) rimasi a bocca aperta. Una verità così cruda, assoluta, imprescindibile, ne sono rimasta rapita. Rende selvatici la scrittura, così c’è scritto in quel libro, ed è vero. Perché è assaggiare un sapore nuovo, diverso, qualcosa che fa parte di quell’ideale di libertà e leggerezza che la condizione umana spinge a rincorrere e che si sfalda di continuo. Penso sia stata una felicità magnifica per alcuni scrittori, Calvino per esempio, mordere quella libertà, raggiungerla scrivendo certe pagine. Ma c’è anche un contraccolpo in questo paradiso di scrittura, qualche volta ti stringe lo stomaco per un umore insensato di chi sa bene che le parole portano troppo lontano, così lontano… Immagino tu abbia trovato un terreno fertile per la solitudine di cui la scrittura si nutre, so che vivi da solo e basti a te stesso, magari qualche volta no, qualche volta la notte ti mette addosso il pensiero dolcissimo di un amore, e allora si allungano le ombre e scricchiolano i mobili nelle altre stanze. So molto poco della tua vita, in quel breve periodo di “convivenza lavorativa” mi sembra che ci siamo annusati come fanno le persone quando si riconoscono in una terra straniera, scoprendo di parlare la stessa lingua, lo stesso codice. Sei un’anima gentile e questo la gente lo percepisce benissimo, sei di quelli che si feriscono con niente, col vento. Ecco, penso spesso che se esistesse un ordine del mondo, l’ipotesi di una divinità creatrice, nel suo progetto impossibile ci sarebbero persone come te, fragili e piene di carattere. Dimostrare questa sensibilità oggi vuol dire esporsi, è un atto rivoluzionario. Ricorro ancora a Marguerite Duras, a lei che scrive: “La solitudine è sempre accompagnata dalla pazzia. Lo so. La pazzia non si vede, qualche volta soltanto si avverte, non credo che possa succedere altrimenti. Quando si tira fuori da sé tutto, tutto un libro, si è per forza nel particolare stato di una certa solitudine che non si può condividere con nessuno. Scrivere. Non posso. Nessuno può. Bisogna dirlo: non si può. E si scrive. E’ l’ignoto che abbiamo dentro, scrivere vuol dire raggiungerlo. E’ questo o niente“. Cosa aggiungere ad una simile lucidità, Sandro, non saprei cos’altro dire. Di quell’ignoto chiesi alla Rina, te la ricordi la Rina Durante?, bianca e piccolina con le sue sigarette proibite, nel foier dell’hotel Patria, mentre io insieme a te e Alessandra Lupo aspettavamo intrattenendoci con lei che la giuria del Premio Salento ci raggiungesse per le interviste mentre quelli aspettavano noi nell’atrio di Palazzo dei Celestini? Te lo ricordi? Era la sua ultima scorciatoia per la vita, una grande scrittrice, Sandro, una grande donna che il Salento finge di ringraziare con premi postumi di becchinaggio. La Rina lo conosceva quell’ ignoto, me lo disse durante un’intervista che le feci a casa sua, con auto-ironia, con rabbia. Non pensavo che la vita potesse farmi dei regali così grandi, conoscere la Rina per esempio, imbambolarsi in un foier. Ti voglio salutare con una poesia sua, nata come un messaggio frettoloso lasciato ad alcuni suoi amici e poi reso pubblico dopo la morte, l’anno scorso, dal prof. Santoro che era molto legato a lei:…“Dove sono?… Come rispondervi?… Sono nel bosco di seta e di piccoli fauni, i funghetti trallallà, se guardate bene sono l’aquilone che guizza, libero, nell’azzurro, per tutti i bambini incatenati ad un banco di scuola… oppure sono il delfino che nuota, libero. Sono ovunque mi porti l’estro di una giornata come questa, dono degli dei”… non ho con me il testo preciso ma credo di ricordarlo a memoria. Tu hai scritto qualcosa che racchiude lo stesso significato, lo fai dire a Gino:…”il fatto è che a noi resta solo una cosa da fare, dopo aver soddisfatto i bisogni primari: guardare la vita”. Si, è così, te lo giuro. Perché come sentenziò Pavese: chi sa vivere non scrive e chi scrive non sa vivere. A ognuno il suo. Con un grazie. Luisa Ruggio (novembre 2005).

Ho deciso di regalarlo, a chiunque lo voglia leggere, ami la lettura, sopratutto quella “sotterranea” e che non necessariamente deve finire stampata su carta. Mi piacerebbe continuare ad avere dei giudizi!  

SCARICA IL ROMANZO            Il Folle

ALESSANDRO ROMANO

“Mi chiama Silvestro, e ho capito che per lui non è che contino molto i nomi. Per questo faccio finta di niente, come pure del fatto che si è istallato a casa mia. Viviamo in campagna. Siamo 4 fratelli, fra cui una femmina, quella scema di Topa, che vuole sempre ingraziarsi lui, il Super-Alfa. Quest’ultimo è un pò troppo tenero, ci casca sempre. E lei ce lo frega più di tutti, per usufruire del su massaggio. Però…io so una cosa. Il Super-Alfa non si fa influenzare dal fatto che sia una femmina. Quando pretendo la mia parte, non mi viene mica di cantargliene quattro nella sua lingua, non gliela darò mai questa soddisfazione. E non faccio nemmeno come la gatta-morta. Da lì ho capito che il Super-Alfa ha una sua coerenza. E’ semplicemente scemo con tutti. Però io so cosa prova quando i massaggi li fa a me. Non si tratta più di razza o fusa o altre cose diverse. E’ il mio segreto. D’altronde sto parlando di cose invisibili. Lui mica lo sa, ma lo osservo moolto attentamente, quando lo scemino è intento ad altro. O sta pensando a qualcosa per un attimo senza più sorridere. Si impegna. Gli offrirei pure un pò dalla mia ciotola, se non volessi a tutti i costi nascondergli che so parlare meglio di lui. A Dafne vuole più bene perchè da piccolo aveva tanta paura e scappava sempre. Di Tigre è ammaliato perché è il più bello di tutti. Con Topa gioca di più, perché sennò lei è l’unica che graffia. Ma quando sta con me… beh, lui è FELICE” (da un racconto scritto dal mio gatto, nel 2005)

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Di seguito, un mio piccolo racconto di Terra d’Otranto. Scarica il pdf.

UNA TERRA DA C’ERA UNA VOLTA

Dal testo sopra citato è tratto questo film documentario.

Cercare le evidenze dell’antica storia di questa terra e poi raccontarle è una delle mie passioni preferite. Questo è il primo dei vari reportage che vorrei mettere insieme in un unico documento. Mette insieme le principali strade antiche del Salento. (Di seguito, scarica il pdf)

ANTICHE STRADE DEL SALENTO

Mentre di seguito una mia piccola panoramica sulla storia più antica di questa terra:

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Ogni tanto mi piace associare ad un raccontino veloce fatto per sorridere i miei disegnini volanti, così, qualche volta ci ho buttato giù una storiella… come la seguente!

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Si intitola “Fuori dal mondo”…… SCARICA QUI   Fuori dal mondo

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Dal lavoro per questo sito, dalle mie ricerche, le mie passioni personali, sta nascendo un libro… particolare. Un racconto per foto (e per testi non eruditi!) del Salento, appunto a “colori”, che può interessare gli amanti di questa terra ma anche e sopratutto chi non la conosce, in un viaggio leggero e scorrevole. E’ uscito “Lento all’ira”, il romanzo che è figlio di tutto questo… Vorrei ringraziare tutte le persone dei cui commenti e recensioni sono venuto a conoscenza in rete, circa il mio primo romanzo, di cui sotto condivido le loro parole.

Alessandro Romano è alla sua prima esperienza letteraria col romanzo intitolato “L’alba del difensore degli uomini”. Il titolo non è del tutto rivelatore del tema narrato ma l’immagine della copertina – un fotomontaggio che mostra una scogliera con sant’Antonio da Padova genuflesso spalle al mare – palesa un richiamo alla sfera del sacro e del miracolo. L’autore, invero, attraverso i fatti e i personaggi del suo racconto ha condensato, lavorando su storie umane inizialmente parallele ma infine convergenti in una, sia la sua conoscenza dei temi storici e di cronache attinenti al Salento e sia una personale maturazione interiore che l’ha portato ad avere una visione cristiano-cattolica del suo vivere quotidiano. Lo sforzo compiuto da Alessandro Romano per consegnare al lettore un lavoro dignitoso, non è tanto evidente nella cifra stilistica della sua scrittura – alquanto semplice e delicata – bensì nella sua profonda ricerca di un’interiorità che fa spostare i contenuti delle storie narrate nell’ambito del sublime e della sincerità ma, soprattutto, a quello del compromesso nell’atavica concorrenza tra l’essere e l’apparire. È proprio questa la chiave di lettura che porta a scoprire le parti più intime dei due personaggi principali: Alex, un cameraman di Lecce con la passione per la scrittura, e Lindita, una giovane profuga albanese sbarcata sulle coste del Salento. Il romanzo, intrecciando le loro storie, diventa anche l’occasione per parlare dell’Amore Assoluto, della sua ricerca e delle sue forme, e l’autore scrive di esso inventando tre personaggi – Alex, Narratore e IO – formalmente diversi ma che, nonostante i continui cambi di scena nella narrazione, in realtà diventano l’espressione interiore, ma anche biografica, di Romano stesso. Lindita, da parte sua, incarna la cronaca degli anni in cui, caduto il comunismo, l’Albania vede massicci esodi di uomini e donne verso l’Italia: luogo di libertà e diritti, di ricchezza e felicità. È dalla somma delle vicissitudini dei due protagonisti che l’autore trova un ennesimo spazio per allargare la narrazione e scrivere momenti di storia realmente accaduti e fatti di costume o di folklore che ancora si raccontano dagli abitanti dei piccoli centri del Salento. Nel racconto, pertanto, si apre un nuovo piano narrativo e cioè quello in cui il protagonista vero è la microstoria salentina. Non rari, tuttavia, sono anche i casi di racconti, specialmente quelli tramandati oralmente, nei quali l’autore trova l’opportunità di fantasticare arricchendoli con l’immaginazione che a lui non difetta come, ad esempio, il caso della cicatrice di Rodolfo Valentino visibile in una sua foto d’epoca. Il romanzo di Romano, pertanto, si differenzia nei vari capitoli esprimendo ora una forte tensione psicologica ora una sorta di denuncia sociale, ma anche intonando un canto all’ambiente e al costume salentino e perciò esso sfugge da ogni tentativo di classificazione tipologica. Leggere questo lavoro, dunque, significa anche penetrare nei meandri meno noti del Salento attraverso uno scrittore dall’animo nobile e legato, come non mai, alla sua Terra.

(Vincenzo D’Aurelio – Cultura Salentina).

Sei andato di corsa alla ricerca di questo libro, dopo averlo visto nascere sulla seguitissima bacheca facebook dell’autore che è Alessandro Romano. Non vedevi l’ora di leggere l’opera letteraria di un amico che conosci da oltre un lustro, e certamente da molto prima dell’iscrizione tua e sua al popolare social network. Fu tuo ospite a Noha, e più volte, insieme alla stupenda Giuliana Coppola. Girovaghi per il paese (tu come guida, Giuliana come cronista e Alex come cameraman – sì, l’ufficio ce l’ha praticamente in spalla) andaste insieme a zonzo a scoprir meraviglie. E ne rinveniste più d’una. Ma ora è d’uopo lasciar perdere questo filone, ché rischieresti di non finirla più e magari di uscire fuori dal seminato. Dunque. Hai dovuto gironzolare non poco per librerie, dapprima alla Dante Alighieri di Casarano, successivamente alla Feltrinelli e poi alla Liberrima di Lecce, e finalmente alla Palmieri della stessa città dove con letizia, dopo le comunque piacevoli peripezie bibliofile, hai potuto recuperare una copia de “L’alba del difensore degli uomini” (Altromondo Editore, Fano, 2016): locuzione invero un po’ lunga e quasi ermetica che rievoca vagamente anche quelle che adopera la Lina Wertmüller per intitolare i suoi film. Ma alla fine della storia, come per “Il nome della rosa”, coglierai eccome il senso del tutto. Le 270 pagine del volume alessandrino non si leggono, si divorano, e tu hai impiegato quattro giorni scarsi per arrivare al lieto fine (che poi è un lieto inizio), ma sol perché il tempo libero che ti rimane al termine della sempre troppo lunga giornata lavorativa sei costretto a dividerlo tra mille incombenze: come per esempio quella di provare a difendere la tua terra dalle novelle scorribande del capitalismo di rapina, o quella di scrivere cose per i tuoi venticinque lettori (il che ti capita quando ti prudono le mani. Praticamente sempre). All’inizio ti sembra un libro che ha per tema due rette parallele destinate a incontrarsi all’infinito, cioè mai; ovvero una storia sulla solitudine di due numeri primi, vale a dire quelli divisibili per se stessi o tutt’al più per uno. Pagina dopo pagina, oltre ad accorgerti che non si tratta di una storia inventata ma della vita effettivamente vissuta dai protagonisti, capisci invece che di fatto non sei di fronte a due rette parallele, ma a due retti (nel senso di giusti), Alex e Lindita, destinati a incrociarsi e a legarsi per l’eternità (benché arguisci subito quanto fossero ben incastrati, i tipi, ancor prima di conoscersi), e ti convinci vieppiù che non era solitudine quella, ma dolce attesa di una definitiva indivisibilità di un’anima in due corpi. Ti ha fatto viaggiare, questo libro, nel senso dei meridiani, ora di qua e ora al di là dell’Adriatico, tra alba e tramonto, tra le sponde del Salento e quelle della bella Albania (che tempo fa visitasti anche tu raggiungendola in barca a vela). Leggi queste pagine con gli occhi e con i polpastrelli, e senti che molte cose ti appartengono per chi sa quale strampalato marchingegno: forse perché anche tu hai trascorso la tua adolescenza a dare una mano agli altri a scuola, e poi erano gli altri, mannaggia, ad aver successo con le ragazze mozzafiato (le quali ti adoravano, certo, ma sempre come “amico”); forse perché c’è sempre in qualche modo Sant’Antonio di mezzo, e tu per anni, da imberbe chierichetto, hai servito la messa della Tredicina nella cappella del tuo paese dedicata al taumaturgo di Padova; forse perché, come Alex, sei anche tu per la decrescita felice, e hai ormai capito che il ricco non è chi ha tanti soldi ma chi non ha bisogno di nulla; o forse perché sentivi che prima o poi l’autore ne avrebbe parlato, e, infatti, a un certo punto arrivano anche loro, le Casiceddhre di Noha (delle quali anche tu, a suo tempo, avevi avuto modo di discettare). Forse tutto questo insieme. O forse soprattutto perché senti che Alex sei un po’ anche tu, che, come lui, credi che l’amore più vero, forte e intramontabile sia quello che indugia e che si fa attendere. Ma pur sempre entro certi limiti, s’intende. Perché, come diceva quel tale, non ha senso che due rette parallele si incontrino dopo l’infinito, quando ormai non gliene frega più niente.

Antonio Mellone (www.noha.it)

P.S. Di recente ho beccato mio padre [ormai lo conoscete già: 94 anni, di poche parole, pensionato con 542 euro al mese – che per lui sono sempre troppi -, contadino, già internato dal ’43 al ’45 in un campo di concentramento a Berlino, accanito lettore di libri, ndr.] che ha iniziato a rileggere per la seconda volta il libro di Alex. “Scusa – gli ho detto – ma questo libro non l’avevi già letto tempo fa?”. “Sì, – mi fa – ma una bella canzone, la senti una volta e poi basta? E un quadro che ti piace o, che so io, un tramonto in campagna, ti accontenti di vederli per una volta soltanto? E un piatto di piselli alla ‘pignata’ accompagnato dai peperoni fritti, che fai? Non chiedi a tua moglie di cucinarlo ancora?”.  Punto.

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“Lento all’ira” è il mio secondo romanzo pubblicato, anche di questo vorrei condividere le parole ricevute!

“Lento all’ira è un romanzo molto composito, un crogiolo di tutto ciò che ha incuriosito Alessandro Romano, e di tutto ciò che lui desidera, che ama, tutto ciò che lui è. In realtà io l’ho dovuto leggere due volte, c’è dentro tanto! Spazia dai simboli del mosaico di Otranto, per finire a masseria Mater Domini (Arnesano), per andare indietro ai Messapi, e per andare lontano, fra l’altro.  Perfino davanti all’immagine di un quadro del famoso paesaggista inglese ottocentesco John Constable. C’è veramente tutto! Provo a dare una definizione di questo libro: questo romanzo è il libro dei desideri. L’archeologo è lui, Alessandro. Probabilmente se fosse nato in un altro contesto, oggi avrebbe fatto quel mestiere! Perchè dentro di sè è curioso, rispettoso, e pieno di quell’impeto che ha dato a tutti i grandi archeologi del mondo la possibilità di scoprire cose nuove. Ha occhio, Alessandro. Insieme a lui ho cominciato 20 anni fa a fare documentari, ed ogni volta che ci capitava qualcosa di nuovo, io percepivo attraverso i suoi occhi quanto lui voleva sapere, di più. Poi tornava a casa e studiava. Questo è un libro studiato. Si capisce che il suo intimo desiderio era fare l’archeologo, e non è detto che non ce la farà, perchè Alessandro è capace di tutto. Io non avrei mai pensato di dover venire un giorno qui, a presentare un suo libro. Lui vuole fare conoscere agli altri non quello che lui conosce perché vuol darsi le arie, o perché vuol far vedere di sapere. Lui, siccome gode molto a conoscere queste cose, vuole fare godere gli altri. E allora lui utilizza degli stratagemmi che sono propri di chi ha studiato scrittura, lui non ha studiato scrittura però utilizza le cose che ti insegnano ai corsi di scrittura. Lo stratagemma letterario che Alessandro utilizza per spaziare ancora di più (rispetto all’epoca in cui è ambientato il romanzo, nel Salento dell’ultimo trentennio dell’Ottocento) sono le doti medianiche che si scopre avere Donato Zappo, il personaggio principale del romanzo, che semplicemente “toccando” oggetti appartenuti ai suoi antenati (ma anche di gente a lui sconosciuta) comincia un viaggio con la mente che lo porta a rivivere la vita di tutta questa gente, e così scopriamo Arthus, un cavaliere messapico, che ci mostra una “mappa” della sua terra, e poi finiamo nel medioevo con Arturus, che incontrò Carlo Magno nella Valle dell’Idro. C’è una Storia massima, che noi leggiamo sui libri, e c’è una storia minima, che è quella che ti fa conoscere il quotidiano di una civiltà, la sua gente. Lui ha inventato una storia minima per farci conoscere la storia massima. E’ una storia, una fiaba, che parla del bene e del male. E’ come se lui voglia farci accettare l’idea che a volte anche il male può vincere. Ed è l’ultima parte della sua vita che alla fine Donato Zappo svela attraverso il suo diario. La stessa menomazione del personaggio principale sarà la sua redenzione finale. Donato nella sua masseria fa convivere animali, persone, la chiesa, la scuola per i bambini, e tutto quello che ha colpito Alessandro, che come se fosse un anello che va bene ad un dito, entra nella storia, fa parte della storia con una tale naturalezza che ti sembra che senza sforzo abbia messo insieme tutta questa massa enorme di tante cose diverse”.

Silvia Famularo

“E’ la storia di un romanzo, ma non solo questo. Alessandro Romano è colui che sa indicarti i paesi semplicemente guardando i loro campanili da lontano. E’ colui che di ogni pietra sa raccontarti una storia. Colui con il quale non ci sono minuti di silenzio, perché tutto è comunque una scoperta. Ha gli occhi di una meraviglia su ogni cosa. Sa addentrarsi, nel vero senso della parola, nei cunicoli della storia del Salento, scopre grotte, frantoi ipogei dimenticati. Il romanzo è un’avventura romanzata ma che ha moltissimo di verità storica, e da questo emerge il suo lavoro di ricerca scientifica che fa tutti i giorni sul territorio. L’intero libro è costellato di personaggi realmente esistiti, ma anche di luoghi e avvenimenti. C’è dunque un doppio binario di lettura che rende il libro ancora più prezioso, è un compendio di storia salentina. L’intera storia è narrata in prima persona, anche se queste prime persone sono diverse e non una sola, e questa è una tecnica interessante. Poi c’è anche una tecnica molto raffinata, che ho ritrovato in pochi altri libri, come Gioconda Belli (“La donna abitata”, 1988, pubblicato in Italia nel 1995, tradotto e pubblicato in tutto il mondo, solo in Germania ha venduto oltre 600.000 copie) e Chiara Ingrao (“Il resto è silenzio), vale a dire l’alternanza di più voci e più epoche diverse”.

Tiziana Colluto

Per tentare di illustrare la potenza espressiva del romanzo “Lento all’ira” di Alessandro Romano recentemente pubblicato da Edizioni Esperidi è opportuno che io ricorra alla narrazione di un episodio accaduto non poco tempo fa. Chi mi segue sa bene in cosa consiste il mio mestiere, scrivere e leggere sono le due principali attività. Ebbene durante un incontro del progetto denominato “Sottofondo letterario” che consiste nel leggere ai pazienti che sostano nelle sale d’attesa degli studi medici ho deciso di portare con me il libro sopra citato insieme ad una ricca selezione di testi. Circostanze come quelle che si creano durante questo genere di laboratori di lettura sono del tutto anomale in quanto offrire un servizio letterario per giunta in un contesto così insolito non può che lasciare interdetto il soggetto coinvolto. Spesso quindi succede che le persone incontrate non amino la lettura e non abbiano alcun interesse ad ascoltare le mie proposte tuttavia il potere disarmante dei libri riesce a far crollare i pregiudizi che affollano la mente della gente troppo spesso impegnata in altre attività spesso futili e lontane anni luce dalla cultura. La mia missione può avere un senso se tra le mani ho il libro giusto ossia la storia perfetta tale da attirare l’attenzione dell’ascoltatore. Se poi la trama è narrata con una scrittura nitida, scevra da cavillosità, favorendo l’esplorazione dei luoghi descritti, conducendoci per strade remote di un tempo passato e solo sognato dagli scrittori e dai poeti allora vuol dire che l’obiettivo è stato raggiunto. “Lento all’ira” di Alessandro Romano è un esempio concreto di un’esperienza letteraria caratterizzata da un successo notevole in un pubblico composto da non-lettori, da persone che ritengono la lettura superflua se non inutile, da uomini e donne che della storia del giovane archeologo Karydis che si imbatte in Donato Zappo, vero protagonista del romanzo, potrebbero provare il più totale disinteresse e invece accade in un pomeriggio d’autunno che un nutrito gruppo di ascoltatori rimanga incantato da una lettura le cui parole divengono suoni che si alzano enfatici nell’aria e fluttuano nella sala per oltre un’ora durante la quale presento le avventure di Leonida che nella seconda metà dell’Ottocento giunge dalla Grecia nel Salento per scoprire l’antica civiltà messapica. Accade perfino che tra i presenti ci siano famiglie provenienti da Arnesano e che conoscano la masseria Mater Domini, luogo dove si svolge parte della storia, e ragazzi che hanno studiato la cultura messapica e che ad ogni dettaglio scaturito dal libro provino un appagamento del proprio intelletto tant’è ipnotica e potente la scrittura dell’autore. L’acribia semantica e il rigore concettuale del romanzo si manifestano nell’eco di una tensione intelligente che risulta essere costante pagina dopo pagina. Il testo autentico e coinvolgente offre con un lessico carismatico dei colpi di scena come il ritrovamento di un vecchio diario che conduce l’archeologo ad una nuova scoperta riguardante il mondo sconosciuto di Donato Zappo. Con questo libro Alessandro Romano ha ricostruito il passato del Salento donando luce a quei dettagli, resti di tesori che si palesano nelle architetture più preziose ma anche nei ruderi abbandonati. Con la sua scrittura Romano fa rivivere la ricchezza di una terra che ha molto da raccontare e spetta solo a noi metterci in ascolto esattamente com’è accaduto durante il laboratorio di lettura che ho svolto nella sala d’attesa dello studio medico dove il pubblico da semplice ascoltatore è diventato contemplatore di bellezza

Paola Bisconti, testo tratto dal sito sullestradedeilibri.com

LENTO ALL’IRA è un libro dal sapor di cioccolato, così denso, tanto da creare una colla tra tutti i personaggi presenti, il grande collante che tiene unita tutta la congregazione nella Masseria Tridente è Donato Zappo. Personalmente, paragono Donato ad un corimbo, ad un Elicriso, a quel tipo di infiorescenza nella quale tutti i fiori terminano alla stessa altezza: alla qualità dell’Anima. C’è un qualcosa di desueto nella glossa di questo libro, un atletismo di eventi ed un ermetismo in alcune pagine che in me, ha destato stupore, emozione ed ammirazione. Tanto da chiedere, per aiutarmi a presentarlo, un accompagnamento musicale di Kena e Charango al docente di Lingua e Civiltà Spagnola Prof. Sergio Leo che, gentilmente, ha accettato l’invito. E dalla sua musica prendo spunto per definire Alessandro il “condor del Salento”, perchè lui vola alto e tutto osserva, sopra la sua terra.

Ada Cancelli

Alessandro Romano è uno di quei personaggi che quando lo incontri hai l’impressione di conoscerlo da sempre. Traspare subito il suo altruismo, la sua modestia e la grande passione per la Storia della propria terra. Ho iniziato ieri notte a leggere il suo romanzo. Già noto che la masseria Cippano, luogo della mia infanzia, fa da concentratore raccogliendo le molteplici forme culturali del nostro Salento, un po’ come fa Borges nel suo Aleph. Ora mi aspetto di trovare quei personaggi che quelle forme hanno creato.

Raffaele Santo

Caro Alessandro, devi sapere che io ho un brutto vizio: i libri li divoro! Ho gustato anche il tuo come fosse un buon pezzo di pane caldo fragrante (e poi ritrovo questa metafora nel tuo epilogo). Un pane buono preparato con amore, impastato energicamente, lasciato lievitare con calma e cotto a puntino per offrirlo generosamente. Ma ad ogni pagina un companatico diverso: il dolce, l’amaro, il salato, la sorpresa (Le Pianelle di Crispiano), il piccante…non manca niente! La cosa ancora più bella è che hai nutrito la mia curiosità, lasciandomi affamata di sapere, di voler conoscere di più. Grazie e complimenti!

Giuliana Stallo

Grazie a tutti voi! Chi voglia leggere “Lento all’ira” lo troverà presso la libreria Palmieri a Lecce, mentre “L’Alba del Difensore degli uomini” on-line sulla pagina web del distributore. Di seguito mi sono divertito a raccontare il romanzo per immagini, con la mia telecamera! E ho aggiunto qualche mio racconto-live in giro con il romanzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 comments to e-book Alessandro Romano

  • Maria Pia  says:

    Ho letto i primi capitoli del tuo e-book. Sin dalle prime righe si intuisce la sensibilità del tuo animo e la bellezza di una storia che hai deciso di condividere con i lettori. Un abbraccio

  • Maria Pia  says:

    La scrittura e il racconto del Salento sono passioni che rendono ancora più forti i legami di amicizia. Ai lettori di “Salento a colory” segnalo il mio blog, con l’auspicio di riuscire a trasmettere delle emozioni…

    http://lavocedelgiornalaio.blogspot.it/

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