e-book Alessandro Romano

E’ il mio angolo intimo. Quello di cui ho deciso di lasciare aperta la porta. Per gli amici di penna, letture, visioni. Di miei racconti, romanzi, film, ma anche di ricerche che mi tolgono il sonno, sulla mia terra, il Salento, che continuo a esplorare in lungo e in largo. E per condividere un romanzo che voglio lasciare qui. Insieme alla mia video-scrittura.

Dal romanzo che ho pubblicato ad agosto 2016 (L’Alba del Difensore degli Uomini) ho tratto l’idea per un cortometraggio, scritto e diretto in un’estate, per puro divertimento. Lo pubblico qui di seguito!

libro di alessandro romano

Il gemello diverso dell'”Alba del Difensore degli uomini” è la “Fenicea”. Qui sopra qualche mio disegnino d’epoca. Non so come definirlo, un lavoro che mi sta impegnando da più di 20 anni, poema in ottava rima (quella dell’Ariosto!) e insieme romanzo classico, scritto a metà tra fiaba e racconto d’avventure, ricrea come in una saga a più capitoli il mondo dei miti greci e l’epopea cavalleresca. Se il primo è quasi totalmente uno specchio di vita reale, questo libro è la finestra sul mondo interiore, l’irreale, la fantasia. Il Salento, stavolta, non è mai nominato, uno dei personaggi sbarca in Grecia provenendo da ovest, eppure si “sente”, in ogni descrizione, quasi arcadica della terra agognata. E se col primo non fossi stato abbastanza sincero, con questo libro posso dire che le mie confessioni più intime sono completate! I due libri vanno a braccetto, nella loro diversità totale, non mi andava di separarli, neanche qui.

Qui un estratto in pdf:      FENICEA 

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Il successivo è un regalo completo, che vorrei fare a chiunque ami la lettura. Il Folle è un romanzo che ha avuto una nascita ed uno sviluppo assai strano. Forse per darsi da solo giustificazione del suo nome. E’ un crogiolo delle fantasie di un adolescente, che ha preso la penna a 20 anni per prendere gli appunti, di un libro scritto 10 anni dopo. La storia è un percorso solitario di un uomo dall’indole totalmente solitaria, adoratore del creato, sognatore supremo dell’amore assoluto, verso la vita, la casa, una donna per la vita. Ho partecipato con questo scritto ad un interessante torneo letterario, promosso da www.ioscrittore.it e ne ho avuto un cumulo di giudizi totalmente contrastanti: in termini di punteggio da 3 a 8 e mezzo, in giudizi da “scritto totalmente noioso” fino a “capolavoro che non vedo l’ora di finire di leggere”! Di seguito, oltre all’e-book, pubblico una recensione fatta ad esso da un’interessantissima scrittrice salentina, Luisa Ruggio, di cui possiamo apprezzare la scrittura creativa sul suo luisaruggio.blogs.it

Luisa Ruggio

Non c’è scrittura se non c’è un problema. Di questo ne sono convinta. Le persone hanno dimenticato il piacere dei testi segreti, di una scrittura privata che non trova compimento nella pubblicazione e nel commercio letterario. Perché scrivere vuol dire sopratutto stare da soli, tacere, mettersi in ascolto. “Intra” come diciamo noi altri, noi del sud sonnolento, “dentro”. Il rischio è scoprire che quando siamo soli, siamo meno soli. E in questa periferia del mondo, me ne rendo conto, non è una cosa facile da capire. In questo continuo figliare arrancando nel precariato umano, uno ha voglia di cuccia umana e calda dove aggiustarsi il sangue. E’ difficile, stando così le cose, trovare chi, come te, si mette a scrivere, sottraendo ore al sonno, ore alla fame, ad anni un pò troppo frettolosi un tempo per andare ad aggiungere una pagina a “Il Folle”. Non deve essere facile, con una simile attitudine alla solitudine, farsi capire dal mondo, perché le cose che fai e che dici e scrivi e senti ti rendono un numero dispari. Uno, solo. Ho letto le tue 85 pagine, con l’impressione di chi sa bene di essere il destinatario di una copia inusuale, non inflazionata bensì distribuita a pochi lettori. Non so cosa ho fatto per rientrare nella tua scelta ma la cosa mi ha portato indietro di colpo, Sandro, agli anni di mezzo, quando scrivevo storie da niente con un’urgenza passionale che mi spezzava il sonno e mi toglieva ogni altra necessità dalle viscere. Come un idiota, scrivevo, per anni non è stato possibile affrancarsi di quelle pagine fotocopiate a casaccio e distribuite a due paia di mani lontane, i miei lettori fraterni e consanguinei, coi quali in quel modo credevo di stringere un patto di sangue per la vita. Perché a volte, per via delle parole, ho creduto di avere la Luna. E non è così? Tu mi sei testimone, è così. Devi conoscerlo molto bene, Sandro, quel terreno passionale di cui parlo e che, in qualche strano modo, ti salva la vita, in tutti i modi in cui una vita può essere salvata. La scrittura mantiene sempre la parola data, è diversa da tutto, non è come la musica, non è come la pittura o il resto, è qualcosa che prima non c’era e adesso c’è, sono le 85 pagine della tua storia, venuta da chissà dove e chissà perché, da qualche parte dentro di te. Allora, vedendo quelle pagine attribuirsi un corpo cartaceo ti sarai stupito come davanti a un feticcio divino, come un bambino piccolo che si meraviglia e rallenta corsa. Meno male, per fortuna ti è capitato, a un tratto, di voler scrivere di Alex Thoreau, Marco e Francesca, la Grande Città, Donna, Roberto Anastasi, il Folle, il Solitario, l’Unificatore, il Vicino, Patrizia, Lisa Del Mondo e via elencando. Quando una storia preme per essere scritta chiede di essere cristallizzata insieme ai suoi personaggi e al narratore stesso, perché una storia è sempre una dichiarazione d’amore. Un grido di appartenenza alla vita, forte come un luogo di provenienza. E tu lo hai descritto molto bene: “Sedetti al tavolino, all’interno del camper, per scrivere un pò, e come sempre mi accade, volarono via un paio d’ore senza che me ne accorgessi, e senza neanche scrivere molto. La vista di un foglio bianco ed il contatto di una penna mi regalano da sempre pause estatiche spesso clamorosamente prolungate, fonte di una benefica leggerezza di tutto il mio essere. Il piacere che ne ricavo è quasi sempre superiore a qualunque cosa poi io scriva successivamente“. Mi viene in mente una frase di Marguerite Duras: “Scrivere era l’unica cosa che popolava la mia vita e che la incantava. L’ho fatto. La scrittura non mi ha mai abbandonato” (Parigi, 1993). Tre anni più tardi, quando trovai questa frase nel libro “Scrivere” (M.Duras, Feltrinelli) rimasi a bocca aperta. Una verità così cruda, assoluta, imprescindibile, ne sono rimasta rapita. Rende selvatici la scrittura, così c’è scritto in quel libro, ed è vero. Perché è assaggiare un sapore nuovo, diverso, qualcosa che fa parte di quell’ideale di libertà e leggerezza che la condizione umana spinge a rincorrere e che si sfalda di continuo. Penso sia stata una felicità magnifica per alcuni scrittori, Calvino per esempio, mordere quella libertà, raggiungerla scrivendo certe pagine. Ma c’è anche un contraccolpo in questo paradiso di scrittura, qualche volta ti stringe lo stomaco per un umore insensato di chi sa bene che le parole portano troppo lontano, così lontano… Immagino tu abbia trovato un terreno fertile per la solitudine di cui la scrittura si nutre, so che vivi da solo e basti a te stesso, magari qualche volta no, qualche volta la notte ti mette addosso il pensiero dolcissimo di un amore, e allora si allungano le ombre e scricchiolano i mobili nelle altre stanze. So molto poco della tua vita, in quel breve periodo di “convivenza lavorativa” mi sembra che ci siamo annusati come fanno le persone quando si riconoscono in una terra straniera, scoprendo di parlare la stessa lingua, lo stesso codice. Sei un’anima gentile e questo la gente lo percepisce benissimo, sei di quelli che si feriscono con niente, col vento. Ecco, penso spesso che se esistesse un ordine del mondo, l’ipotesi di una divinità creatrice, nel suo progetto impossibile ci sarebbero persone come te, fragili e piene di carattere. Dimostrare questa sensibilità oggi vuol dire esporsi, è un atto rivoluzionario. Ricorro ancora a Marguerite Duras, a lei che scrive: “La solitudine è sempre accompagnata dalla pazzia. Lo so. La pazzia non si vede, qualche volta soltanto si avverte, non credo che possa succedere altrimenti. Quando si tira fuori da sé tutto, tutto un libro, si è per forza nel particolare stato di una certa solitudine che non si può condividere con nessuno. Scrivere. Non posso. Nessuno può. Bisogna dirlo: non si può. E si scrive. E’ l’ignoto che abbiamo dentro, scrivere vuol dire raggiungerlo. E’ questo o niente“. Cosa aggiungere ad una simile lucidità, Sandro, non saprei cos’altro dire. Di quell’ignoto chiesi alla Rina, te la ricordi la Rina Durante?, bianca e piccolina con le sue sigarette proibite, nel foier dell’hotel Patria, mentre io insieme a te e Alessandra Lupo aspettavamo intrattenendoci con lei che la giuria del Premio Salento ci raggiungesse per le interviste mentre quelli aspettavano noi nell’atrio di Palazzo dei Celestini? Te lo ricordi? Era la sua ultima scorciatoia per la vita, una grande scrittrice, Sandro, una grande donna che il Salento finge di ringraziare con premi postumi di becchinaggio. La Rina lo conosceva quell’ ignoto, me lo disse durante un’intervista che le feci a casa sua, con auto-ironia, con rabbia. Non pensavo che la vita potesse farmi dei regali così grandi, conoscere la Rina per esempio, imbambolarsi in un foier. Ti voglio salutare con una poesia sua, nata come un messaggio frettoloso lasciato ad alcuni suoi amici e poi reso pubblico dopo la morte, l’anno scorso, dal prof. Santoro che era molto legato a lei:…“Dove sono?… Come rispondervi?… Sono nel bosco di seta e di piccoli fauni, i funghetti trallallà, se guardate bene sono l’aquilone che guizza, libero, nell’azzurro, per tutti i bambini incatenati ad un banco di scuola… oppure sono il delfino che nuota, libero. Sono ovunque mi porti l’estro di una giornata come questa, dono degli dei”… non ho con me il testo preciso ma credo di ricordarlo a memoria. Tu hai scritto qualcosa che racchiude lo stesso significato, lo fai dire a Gino:…”il fatto è che a noi resta solo una cosa da fare, dopo aver soddisfatto i bisogni primari: guardare la vita”. Si, è così, te lo giuro. Perché come sentenziò Pavese: chi sa vivere non scrive e chi scrive non sa vivere. A ognuno il suo. Con un grazie. Luisa Ruggio (novembre 2005).

Ho deciso di regalarlo, a chiunque lo voglia leggere, ami la lettura, sopratutto quella “sotterranea” e che non necessariamente deve finire stampata su carta. Mi piacerebbe continuare ad avere dei giudizi!  

SCARICA IL ROMANZO:           il Folle 

ALESSANDRO ROMANO

“Mi chiama Silvestro, e ho capito che per lui non è che contino molto i nomi. Per questo faccio finta di niente, come pure del fatto che si è istallato a casa mia. Viviamo in campagna. Siamo 4 fratelli, fra cui una femmina, quella scema di Topa, che vuole sempre ingraziarsi lui, il Super-Alfa. Quest’ultimo è un pò troppo tenero, ci casca sempre. E lei ce lo frega più di tutti, per usufruire del suo massaggio. Però…io so una cosa. Il Super-Alfa non si fa influenzare dal fatto che sia una femmina. Quando pretendo la mia parte, non mi viene mica di cantargliene quattro nella sua lingua, non gliela darò mai questa soddisfazione. E non faccio nemmeno come la gatta-morta. Da lì ho capito che il Super-Alfa ha una sua coerenza. E’ semplicemente scemo con tutti. Però io so cosa prova quando i massaggi li fa a me. Non si tratta più di razza o fusa o altre cose diverse. E’ il mio segreto. D’altronde sto parlando di cose invisibili. Lui mica lo sa, ma lo osservo moolto attentamente, quando lo scemino è intento ad altro. O sta pensando a qualcosa per un attimo senza più sorridere. Si impegna. Gli offrirei pure un pò dalla mia ciotola, se non volessi a tutti i costi nascondergli che so parlare meglio di lui. A Dafne vuole più bene perchè da piccolo aveva tanta paura e scappava sempre. Di Tigre è ammaliato perché è il più bello di tutti. Con Topa gioca di più, perché sennò lei è l’unica che graffia. Ma quando sta con me… beh, lui è FELICE” (un racconto scritto dal mio gatto, nel 2005)

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Forse è causa il mio lavoro, la definizione che mi sono ritrovato addosso da più parti, circa la mia scrittura. Il breve racconto che segue (scaricabile) è un “foto-racconto”, e la mia pare che sia una “video-scrittura”. Scherzi a parte, fatemi sapere cosa ne pensate! Questo è un piccolo viaggio all’interno di un luogo, un giardino abbandonato nelle campagne di Morigino (Maglie):

IL GIARDINO DELLE SCULTURE NASCOSTE

Di seguito, allego un piccolo racconto la cui voce narrante è una masseria abbandonata, che sta cadendo letteralmente a pezzi (clicca e scarica il pdf)

I giganti diruti delle campagne abbandonate

Di seguito, un mio piccolo racconto di Terra d’Otranto (clicca e scarica il pdf)

UNA TERRA DA C’ERA UNA VOLTA

Dal testo sopra citato è tratto questo film documentario.

“La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo”. Cominciava così il mio grande viaggio sui mari dell’avventura e della fantasia, avevo circa 9 anni e ne conservo un ricordo vivido e forte, di un’irruenza selvaggia, quel tipo di forza che si detiene solo da bambini, che tutto riempie nel nostro essere, ci fa fremere i polsi e scuote le fondamenta di quel luogo che ancora non conosciamo ma si annida in noi in fondo all’anima. Quello che ci fa vedere tutto gigantesco, che tutto anima nei nostri intenti, aspirazioni, tutto illumina e colora in quella sacra età. Che ci fa giganti, da piccoli. L’epico gusto per l’avventura, che solo le parole giuste scatenano oltremodo e poi consolidano, negli anni a seguire, in noi. Fu così, per me. Le “parole giuste” erano quelle di Emilio Salgari in “Le Tigri di Mompracem”, il primo romanzo della mia vita, il primo libro che non fosse scolastico che iniziai a leggere. Era una vecchia edizione cartonata, con in copertina una grande tigre ruggente. Fu come una fascinazione, uno stato d’incanto, che solo la scrittura, quella vera, riesce a trasmettere, e che complice la giovane età scatenò in me un indicibile stato di coinvolgimento. Di colpo, il tempo cessò di scorrere intorno a quel bambino, i suoi fratelli che lo chiamavano per giocare in giardino, la televisione accesa dalla mamma, nulla avvertiva più, potrei dire che forse non ero più nemmeno io, quello lì! Mi ritrovai impalpabile a planare dal cielo come calato dall’alto, verso quella rupe circondata dal mare in tempesta, una sensazione simile a quella che provai leggendo molti anni dopo il “Sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij, quando il narratore “plana” sull’arcipelago Greco col suo sogno. Ma allora ero un’altra persona, avevo coscienza di cosa significa “narrare”. Ecco, fu questa la magia, incontrare qualcuno che raccontava qualcosa, e lo faceva in “presa diretta” avrei detto se fossi stato già il cameraman odierno: scriveva, mostrava qualcosa che per me bambino stava vedendo lui, coi suoi occhi. E così, pagina dopo pagina, dopo essere entrato assieme a quel signore che raccontava, nella tana di quel pirata, ed essermi impaurito mentre Sandokan si imbufaliva se il sopraggiunto amico lo contrariava, salvo poi rassicurarmi quando lo chiamava “fratellino”, cominciai quel mio viaggio. Dal sapore omerico come le antiche peregrinazioni per mari e per terre, un Ulisse inconsapevole che amava la sua casa ma proprio per questo doveva viaggiare, perdersi, fra le righe, fra le onde di quell’incalzante racconto. Ogni tanto tornavo alla copertina, a rivedere il nome di quel signore che come mio nonno mi stava raccontando una storia, servendosi della mia lettura. Si chiamava Emilio, dunque era italiano, come me. Come avrà fatto a cavarsela, in quei luoghi così lontani da casa, nella jungla, nell’oceano, nascondendosi sui prahos dei pirati senza farsi scoprire o all’interno di una grande stufa, dove si rifugiarono Sandokan e l’amico Yanez per non farsi scoprire sull’isola dei loro nemici? Per me era un racconto reale, non c’era ombra di finzione, quell’idea non si affacciava nemmeno nella mia mente! Per lungo tempo restai convinto, all’ultima pagina, quando Sandokan riesce a rapire la sua Marianna ma è inseguito dagli inglesi che bombardano la sua nave all’inseguimento, che quando egli promette di abbandonare per sempre la pirateria e mormora sofferente “la tigre è morta”… sia stato infine colpito da una mitraglia degli inglesi! Ecco, per me fu così questo libro, in ogni pagina, in ogni personaggio, un luogo descritto, un aspetto del mare o della foresta, fu un rapimento della mia cognizione, che ha forgiato poi la mia adolescenza, i miei ideali di purezza e innocenza. La vita ha marchiato anche me, poi, nei trent’anni successivi. Una cosa però ho conservato intatto, da quel giorno: voler scrivere, dedicare una storia a lui, che tante me ne donò negli anni migliori. E’ nato così il mio “Tsunami lento”. Un tributo a Emilio Salgari. Per tutti i giovani cuori che ha infiammato, che oggi nessuno riesce più ad accendere, come lui (vedi qui le recensioni).

Cercare le evidenze dell’antica storia di questa terra e poi raccontarle è una delle mie passioni preferite. Questo è il primo dei vari reportage che vorrei mettere insieme in un unico documento. Mette insieme le principali strade antiche del Salento. (Di seguito, scarica il pdf)

ANTICHE STRADE DEL SALENTO

Mentre di seguito una mia piccola panoramica sulla storia più antica di questa terra:

Salento preistorico

Ogni tanto mi piace associare ad un raccontino veloce fatto per sorridere i miei disegnini volanti, così, qualche volta ci ho buttato giù una storiella… come la seguente!

fumetto

Si intitola “Fuori dal mondo”…… SCARICA QUI:   Fuori dal mondo

Di seguito, alcuni miei viaggi da video-scrittura (tratti dal romanzo “Lento all’ira“).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 comments to e-book Alessandro Romano

  • Maria Pia  says:

    La scrittura e il racconto del Salento sono passioni che rendono ancora più forti i legami di amicizia. Ai lettori di “Salento a colory” segnalo il mio blog, con l’auspicio di riuscire a trasmettere delle emozioni…

    http://lavocedelgiornalaio.blogspot.it/

  • Maria Pia  says:

    Ho letto i primi capitoli del tuo e-book. Sin dalle prime righe si intuisce la sensibilità del tuo animo e la bellezza di una storia che hai deciso di condividere con i lettori. Un abbraccio

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